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Il popolo degli arcieri: l’organizzazione militare e le tecniche di combattimento dei Mongoli nel libro di Marco Polo

 

 

 

Alvaro Barbieri,

Università di Padova

 

 

 

In memoria di Mircea Eliade

Il saggio riposa in pace perché Dio l’ha provato come l’oro nel crogiolo

 

«What army in the whole world can equal the Mongol army?»

(Juvaini, The History of the World-Conqueror,

Translation by J.A. Boyle, i, Manchester:

 Manchester University Press, 1958, p. 30)

 

«Gengis Khan, | il superbo figlio del Cielo, | sapeva

 soltanto tender l’arco | per colpire le aquile»

(Mao Tse tung, Tutte le poesie, introduzione d’A. Moravia,

cura e traduzione di G. Mancuso, Roma:

Newton Compton, 1972: 101)

 

 

 

1. Un oceano di terra, un ribollire di popoli

 

Ha scritto una volta Fosco Maraini che “l’Asia centrale è un oceano di terra le cui onde, nei secoli, sono stati popoli”[1]. L’immagine esprime l’immensità dell’estensione — lo sterminato orizzonte della steppa — e, al tempo stesso, il fluido sommovimento dei popoli che hanno abitato e attraversato questo spazio compreso tra le grandi culture del Mediterraneo ad Occidente, della Cina ad Oriente. L’Impero delle steppe è agitato da un movimento continuo di genti nomadi, animato da peregrinazioni, scosse e trasformazioni incessanti. Le civiltà sedentarie, con le loro ricchezze abbaglianti, esercitano sulle stirpi guerriere

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dell’Asia centrale un’attrattiva irresistibile. Di tanto in tanto, per il combinarsi di una serie di fattori concomitanti, una tribù cresce in potenza e s’impone sulle vicine, le raccoglie e le guida verso la Cina, le opulente città mercantili della Persia o l’Europa. Allora l’Eurasia è in tumulto, l’oceano di terra s’increspa e ribolle, turbato dall’incrociarsi delle correnti migratorie. “Un circolo si sovrappone all’altro, le mandrie si confondono, la gente si ammassa, le tribù sono in movimento e crescono sempre più”[2]. Nei loro spostamenti i clan si allargano in cerchi concentrici che entrano in contatto, s’intersecano, si fondono l’uno nell’altro. Come valanghe, le orde in movimento s’ingrossano aumentando in pericolosità e forza d’urto. Le genti sconfitte diventano sostrato, prendono il nome dei vincitori che le assimilano e le trascinano in nuove razzie. In tal modo, le differenze etniche e linguistiche sfumano, sì perdono sempre più[3]. Per secoli, «dall’inesausto vivaio delle steppe»[4] rifluiscono ad ondate le stirpi nomadi che si abbattono sulle regioni abitate dalle genti stanziali. Serbatoio inesauribile di popoli guerrieri e conquistatori, bacino di incubazione delle Völkerwanderungen, l’Asia centrale “se présente ainsi comme la matrice des nations, vagina gentium”[5].

 

 

2. Dall’orlo della terra

 

“Sul vasto corridoio delle steppe, dall’orlo della terra”[6], avanzavano i cavalieri delle steppe... I Mongoli viene dal bordo estremo del mondo, muovono da remote lontananze su cui non si hanno notizie precise, solo vaghi echi intrisi d’elementi leggendari e arcane paure. L’Europa medievale ‘scopre’ davvero i Mongoli nel periodo 1237-1241, quando, per ordine del khaghan Ogödäi, un corpo di spedizione di 150.000 uomini compie una fortunata campagna militare penetrando in Russia, in Polonia, in Boemia e Ungheria, e spingendosi con sporadiche incursioni fino alla pianura friulana e alla Dalmazia, sulle sponde dell’Adriatico. Dopo aver sconfitto e sottomesso i Kipchak o Comani[7] al principio della primavera 1237, l’armata mongola, comandata nominalmente da Batu, khan dell’Asia occidentale, ma di fatto guidata dall’esperto generale Subötäi, si dirige

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contro la Russia. Il 21 dicembre 1237, Riazan è presa e devastata, tutti gli abitanti sono sgozzati. Poco tempo dopo, nel febbraio 1238, i Mongoli saccheggiano Mosca. In séguito, le operazioni si indirizzano verso l’Ucraina: il 6 dicembre 1240 Kiev è conquistata e distrutta. Gli eserciti europei subiscono sonore batoste. Un esercito di 30.000 uomini composto di Polacchi, crociati tedeschi e cavalieri teutonici è annientato a Wahlstadt, nei pressi di Liegnitz (9 aprile 1241); l’11 aprile dello stesso anno Subötäi sbaraglia la potente armata del re d’Ungheria Béla iv. Di lì a poco, le avanguardie mongole arrivano a Neustadt, a due passi da Vienna. Le porte d’Europa sembrano spalancate... Sennonché la travolgente avanzata si interrompe per la morte, intervenuta l’11 dicembre 1241, del khaghan Ogödäi: i problemi di successione consigliano a Batu e ai suoi luogotenenti di fare ritorno in Mongolia[8]. I cavalieri delle steppe si ritirano lasciandosi alle spalle deserti di macerie fumanti coperti di cadaveri. Durante questa campagna, i popoli vinti sono sottoposti a spaventose violenze e atrocità: le città conquistate sono date alle fiamme, gli abitanti passati a fil di spada, le campagne devastate. C’è, in questa ferocia, un preciso disegno di ‘guerra psicologica’: i Mongoli sfruttano abilmente il terrore che suscitano nei sedentari. Non solo: la distruzione sistematica dei terreni coltivati rientra nell’ambito del una politica “terribilmente logica e lineare, ispirata dalla mentalità d’una società nomade e ancora arretrata, che desiderava estendere ovunque la steppa, solo habitat per essa concepibile”[9]. I nomadi guardano con occhi golosi gli averi degli stanziali, ma disprezzano il loro stile di vita. I popoli pastori dell’Asia interna fanno tabula rasa delle civiltà agricole: guastano gli arativi e li trasformano in pascoli per le loro mandrie. È la steppisation di cui ha parlato René Grousset: “le nomadisme abolit les cultures, transforme la face de la terre[10].

 

 

3. I servi dell’Anticristo

 

Il passaggio della cavalleria mongola si accompagna a terribili atrocità: le notizie che giungono dall’Europa orientale parlano di città rase al suolo, prigionieri massacrati, donne stuprate[11]. Il terrore suscitato dagli invasori ridesta paure

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arcane, riattualizza incubi millenaristi[12]. Si sa che l’ignoto è sistemato e categorizzato dentro le griglie del già noto: l’uomo medievale traguarda le novità sconosciute attraverso gli schemi mentali e i riferimenti concettuali che possiede. È soprattutto la tradizione scritturale a fornire utili paradigmi interpretativi e un orizzonte cognitivo di riferimento in cui inquadrare eventi storici traumatici e destabilizzanti. Nell’immaginario degli Occidentali i Mongoli assumono i connotati diabolici di Gog e Magog, le nazioni dell’Anticristo. Magog è citato per la prima volta in Genesi, 10, 2 tra i figli di Iafet. Ricompare poi come toponimo, accoppiato a Gog, in Ezechiele, 38-39, dove i due nomi sono impiegati come etnici simbolici per designare i popoli selvaggi di Settentrione chiamati a eseguire la giustizia divina[13] ma destinati infine ad essere sconfitti e annientati. In Apocalisse, 20, 7-10 il binomio indica le tribù devastatrici sedotte da Satana che allo scadere del millennio dilagheranno furiose dai quattro canti della terra stringendo d’assedio la città santa e l’accampamento dei santi. Tale motivo ebraico-cristiano si è poi innestato nel filone delle storie leggendarie di Alessandro Magno. Il Macedone avrebbe chiuso con una formidabile barriera difensiva (le Porte di Ferro) il passo che separava il mondo civilizzato dal regno del caos, impedendo l’irruzione delle orde selvagge dei barbari[14]. Questi barbari sarebbero stati i popoli di Gog e Magog, le nazioni abominevoli dell’Anticristo[15].Secondo Giorgio R. Cardona, la saldatura del tema biblico di Gog e Magog col ciclo di

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Alessandro doveva essere già avvenuta al tempo di Flavio Giuseppe (ca. 37 d.C. - ca. 100)[16].

L’identificazione dei Mongoli con Gog e Magog non rappresenta, nel Medioevo occidentale, un fatto inedito. Ogni volta che un’agguerrita tribù di cavalieri, sbucata all’improvviso dalle steppe, avanzava inarrestabile verso ovest facendo stragi e razzie, subito in Europa erano evocate le sinistre profezie dei popoli apocalittici. Una realtà storica inattesa e spaventosa reagisce con un sedimento di forti tensioni escatologiche risvegliando ossessioni antiche: la collera divina, il flagellum Dei, il Giudizio... D’altra parte, i popoli maledetti delle Scritture presentano tratti che si attagliano perfettamente ai Reitervölker delle steppe. Leggiamo Ezechiele: “et venies de loco tuo a lateribus aquilonis tu et populi multi tecum ascensores equorum universi coetus magnus et exercitus vehemens” (38, 15); e ancora: “et percutiam arcum tuum in manu sinistra tua et sagittas tuas de manu dextera tua deiciam” (39, 3)[17]. I nemici di Israele vengono dagli estremi quadranti settentrionali (le plaghe aquilonari)[18] e procedono a cavallo, armati di archi e frecce: sono, dunque, arcieri montati. Dalle parole del profeta emerge il ritratto dei ‘popoli a cavallo’ dell’Asia centrale! Così l’immagine

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dei ‘barbari’ invasori si confonde con quella degli accoliti di Satana, l’avanzata delle orde nomadiche annuncia le ultime convulsioni del mondo... In questo orizzonte di suggestioni apocalittiche, Gog e Magog prestano di volta in volta i loro spaventosi connotati di servi dell’Anticristo agli Sciti, agli Alani, ai Comani, agli Unni e infine ai Mongoli. Questi ultimi sono descritti dai cronachisti europei come una stirpe maledetta di diavoli antropofagi e puzzolenti, il cui numero è infinito: le genti mostruose di Satana, assetate di sangue e animate da furia bestiale, piombano come un terribile flagello sulla Cristianità[19]. Nella visione di Giovanni le orde di Gog e Magog sono numerose sicut harena maris (Apocalisse, 20, 7); nei Chronica majora di Matteo di Parigi, a proposito dell’armata mongola, si parla di exercitus infinitus, di schiere innumeri[20]. Gli autori occidentali insistono sulla crudeltà ferina dei cavalieri della steppa, che in casi estremi si nutrirebbero di carne umana. Anzi, Ivo di Narbona arriva a affermare che i Mongoli “si cibavano di carne umana, come se fosse un piatto squisito e consideravano una vera e propria leccornia i seni delle ragazze”[21]. Sappiamo inoltre che gli europei erano molto colpiti dal fetore delle orde mongole[22]. Ma l’identificazione degli invasori asiatici con le nazioni infernali si fonda anche su una consonanza di nomi. È noto che nell’Europa medievale i Mongoli sono generalmente indicati col nome di Tartari[23]. All’origine di questo appellativo c’è l’etnico Tatar, indicante una tribù, forse di lingua mongola, stanziata a est del lago Bajkal e sterminata da Gengis Khan[24], incrociato col nome dell’abisso infernale

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della mitologia classica (gr. TartaroV, lat. Tartarus)[25]. Il gioco di parole è frequente negli scrittori europei: i Tartari devono essere risospinti nel Tartaro, donde Satana li ha fatti uscire[26]. Le schiere gengiskhanidi irrompono feroci e assassine dal margine estremo della terra, come orde di demoni vomitate dall’abisso infernale. Scrive Matteo di Parigi: “exeuntes ad instar daemonum solutorum a Tartaro, ut bene Tartari, quasi tartarei, nuncupentur[27].

 

 

4. Un nuovo sguardo sui Mongoli: le missioni a Tartaros

 

Il riflusso dell’ondata mongola nel 1242 permette all’Europa di riprendersi e di riflettere sulle ragioni del disastro. Ci si interroga su quanto è accaduto, si cerca di trovare informazioni, di saperne di più, di capire. Ben presto si comincia a guardare ai Mongoli in modo diverso, interessandosi alla loro strategia, alle loro usanze e credenze, raccogliendo notizie sui loro insediamenti[28]. Herbert Franke[29] ha notato che la descrizione dei Mongoli nelle fonti latine del Medioevo occidentale mostra una graduale transizione dalle concezioni apocalittiche di Gog e Magog agli equilibrati resoconti dei missionari e dei viaggiatori[30]. L’iniziativa parte da papa Innocenzo iv, che invia ad Tartaros diversi messi con compiti tanto

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diplomatici che esplorativi: si tratta dei domenicani Ascelino da Cremona[31] e Andrea di Longjumeau[32], e del francescano Giovanni di Pian di Carpine. Quest’ultimo partì da Lione alla volta dell’Asia la domenica di Pasqua del 1245 per fare ritorno nel novembre del 1247. La sua Historia Mongalorum[33], ricca di dati precisi, limpida e ordinata nell’esposizione, articolata su una salda squadratura di impianto scientifico-didattico, si presenta come un vero e proprio trattato etnografico sui Mongoli, di cui sono presi via in esame i vari aspetti, dai caratteri fisici alle pratiche rituali, dai costumi matrimoniali all’alimentazione, ecc. Ma l’attenzione di frate Giovanni sembra concentrarsi soprattutto sugli ordinamenti militari e i metodi di combattimento dei Mongoli: due ampi capitoli della relazione, il vi e l’viii, sono interamente dedicati all’argomento. In particolare, il vi capitolo procede a un’illustrazione sistematica della ‘macchina’ bellica mongola trattando l’ordine delle schiere[34], l’equipaggiamento difensivo e offensivo[35], le tecniche di attraversamento dei guadi, le tattiche e le astuzie di guerra[36], la poliorcetica e il trattamento riservato ai prigionieri. Il quadro è completato dall’viii capitolo, dove si sostiene che per battere gli eserciti mongoli è necessario imitarne la disciplina, adottarne le armi e la strategia. Si noti come l’interesse di Giovanni si concentri specialmente sugli usi militari e il modo di combattere dei Tartari. Le travolgenti vittorie riportate dai Mongoli in Europa avevano provocato

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un profondo shock negli Occidentali, che fino a quel momento, fidando nella forza d’urto della loro cavalleria pesante, si erano considerati nettamente superiori rispetto ai popoli asiatici[37]. Gli autori europei si interrogano sui motivi della disfatta, sforzandosi di individuare i fattori che hanno determinato i folgoranti successi dei cavalieri delle steppe. A giudicare dalla relazione di fra’ Giovanni, sembra che gli ambasciatori di Innocenzo iv non fossero solamente incaricati di allacciare relazioni diplomatiche con la corte del khaghan, ma avessero anche compiti di ‘spionaggio’ militare[38]. Anzitutto, si trattava di capire se i Tartari si preparassero a una nuova campagna di conquista contro l’Europa. Inoltre, bisognava raccogliere notizie sicure e di prima mano sulle armate mongole e sul loro modo di combattere così da poterle contrastare efficacemente in caso di futuri scontri[39].

 

 

5. Armi e tecniche guerriere delle steppe nel libro di Marco Polo

 

È stato osservato[40] che Marco Polo, nel suo Divisament dou monde[41], dedica molto spazio alla trattazione di usi militari, armi e materiali da guerra, ordinamento e strategie delle armate orientali. Particolare attenzione è dedicata ai

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metodi di combattimento dei Mongoli[42], che sono presentati al cap. lxx, dove si parla “dou dieu des Tartarç e de lor loy[43]. Si comincia con poche ma precise informazioni sull’armamento di difesa e di offesa[44]: le corazze, riferisce Marco, sono di cuoio bollito, in genere di pelle di bufalo; notizia, questa, confermata dalla testimonianza degli altri autori occidentali e dallo Yüan-shih, gli annali dinastici degli Yüan[45]. L’equipaggiamento offensivo si compone di spada, mazza e arco, “mes des arç s’aident plus que d’autre couses, car il sunt trop buen archier” (per. 8). Il Milione pone l’accento opportunamente il posto centrale tenuto dall’arco nel corredo offensivo dei Tartari[46]. È ben nota l’importanza dell’arco presso le popolazioni altaiche, sia come strumento di guerra sia come emblema di regalità e potere. Arma eroica per eccellenza, ricollegabile archetipicamente all’immagine del ponte, l’arco simbolizza il tramite che unisce Terra e Cielo mettendo in comunicazione diversi livelli cosmici[47]. Il guerriero dell’Asia interna è, prima di tutto, un arciere a cavallo: la sua maestria nell’arte equestre e la sua abilità nel saettare sono universalmente riconosciute[48]. Lo Yüan-shih, con l’abituale

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asciuttezza, ricorda che i Mongoli sono di natura «bravi nell’equitazione e nel tiro con l’arco. Perciò si sono impadroniti del mondo grazie a questa superiorità con l’arco e il cavallo»[49]. Nelle fonti armene i Mongoli sono correntemente indicati come «il popolo degli arcieri»[50]. Abituato a saettare fin dall’infanzia, il cavaliere delle steppe tira con straordinaria precisione: le sue frecce vanno a segno a 200, 400 metri di distanza[51]. Dopo aver parlato delle sue armi, il Milione si sofferma sulle qualità del guerriero mongolo: coraggio, aggressività, disciplina, obbedienza ai superiori. Agli occhi di Marco Polo le più grandi virtù dei Tartari sono, sotto il profilo militare, la frugalità e la resistenza, la capacità di sopportare le privazioni e i disagi di lunghe campagne condotte in territori ostili e desolati. Seguono alcune notizie sulle gerarchie e l’inquadramento dell’esercito tartaro fondato sul sistema di ripartizione decimale delle truppe. Ma le notazioni più interessanti sono quelle relative ai metodi d’assalto, alle astuzie e agli stratagemmi. Il viaggiatore veneziano è colpito soprattutto dalla stupefacente mobilità dei cavalieri delle steppe e dalle manovre di fuga simulata. I Mongoli, dice il testo poliano, non si vergognano di fuggire e cambiano di continuo direzione girando intorno al nemico: i loro cavalli sono così ben addestrati che “se girent cha e l[a] ausi tost com firoit un chien” ‘si voltano di qua e di là come farebbe un cane [sc. con la sveltezza di un cane]’ (per. 24). In questo punto Marco Polo, che aveva trascorso quasi diciassette anni nell’Impero gengiskhanide e conosceva a fondo lingua e usanze dei Mongoli, ha forse ripreso un’espressione tecnica del linguaggio militare: noqai kerel kerejü ‘combattere la battaglia del cane’ indicava infatti una precisa tattica che consisteva nel ritirarsi e farsi inseguire per poi girarsi all’improvviso attaccando l’avversario spossato e disunito; donde l’immagine della ‘battaglia del cane’, animale che si volta all’indietro fulmineamente per mordere[52].

Montati su cavalli agili e svelti[53], i Mongoli appaiono e scompaiono, spostano continuamente il loro punto d’attacco, effettuano movimenti aggiranti, si sottraggono allo scontro diretto, sfuggono, si fanno seguire dal nemico per stancarlo e disgregarne le forze[54]. È la battaglia come agguato, attacco repentino,

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inseguimento[55]. Presso i Turco-Mongoli, guerra e caccia sono profondamente solidali, presentano strutture comuni[56]: la caccia allena e prepara il combattente e questi utilizza tecniche e metodi che sono propri al cacciatore. Tra i Reitervölker dell’Asia centrale la guerra è condotta come una battuta in cui l’avversario è assimilato a una preda: dapprima si tratta di confonderlo e isolarlo; poi bisogna stringerlo in un cerchio con manovre avvolgenti, ferirlo girandogli intorno; infine viene il momento di attaccarlo con decisione e finirlo[57]. I popoli altaici avevano elaborato la loro strategia imitando i comportamenti dei cacciatori per eccellenza: i carnivori. Nelle campagne di conquista le tribù turco-mongole si muovono e agiscono al modo di predatori: gli arcieri a cavallo attaccano e distruggono le popolazioni sedentarie come carnivori che incalzano, accerchiano e addentano i cervidi nella steppa[58]. Per M. Eliade[59], con le invasioni dei cavalieri nomadi dell’Asia centrale riemerge da strati profondi la Weltanschauung dei cacciatori paleolitici, il senso della solidarietà mistica con il mondo animale. Si consideri poi che molte popolazioni altaiche prendono nome da un predatore e hanno un progenitore mitico teriomorfo, in genere un lupo[60]. All’inizio della Storia segreta si legge: “Antenato di Gengis-khan fu un lupo, Börte-tchino, nato per volontà del Cielo Supremo”[61]. L’arte militare di Gengis Khan[62] era ispirata al modello

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esemplare del suo progenitore mitico: “il grande conquistatore aveva sviluppato al massimo le strategie d’attacco delle mute di lupi”[63]. Il § 195 della Storia segreta ci mostra una pattuglia mongola che incalza un drappello di Naiman. Tayang-khan, capo dei Naiman, osserva l’inseguimento e chiede: “Che gente è quella? Si direbbero lupi che cacciano verso l’ovile una massa di pecore”[64]. L’agguato paziente nella attesa delle mandrie di erbivori ha insegnato ai Turco-Mongoli l’impiego di esploratori che precedono l’esercito e spiano, silenziosi e invisibili, le mosse del nemico; il movimento dei battitori ha suggerito la manovra aggirante con la quale si avvolge l’avversario come un branco di cervidi in fuga nella steppa[65].

 

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6. Marco Polo e l’epopea gengiskhanide

 

Il Divisament dou monde si conclude con una serie di capitoli (da cxcix a ccxxxiii) che costituisce quasi un’appendice, una sezione staccata, perché alla materia geo-etnografica, disposta lungo l’asse dell’itinerario di Marco Polo e organizzata su parametri e scansioni espositivi di impronta trattatistica, subentra la “cronaca epica e aneddotica degli eventi che agitarono per vari decenni tutta l’Asia occidentale”[66]. Si tratta in gran parte di un racconto di inimicizie e guerre che coinvolgono i khanati mongoli indipendenti, o solo formalmente dipendenti, dal khaghan Khubilai: il personaggio che si staglia con più forza è Khaidu, potente sovrano dell’Asia centrale e irriducibile nemico di Khubilai, ma ampio spazio è riservato anche alle vicende degli Ilkhan di Persia e dei signori dell’Orda d’Oro. Molto frequenti, in questo settore finale dell’opera, le minuziose rappresentazioni di battaglie campali, che ripetono sempre la stessa sequenza descrittiva articolata in una successione di fasi e momenti caratteristici di cui L.F. Benedetto ha dato una sintesi magistrale: “si comincia col saettamento, e se ne descrivono gli effetti disastrosi, le ferite, le morti, i lamenti e le grida, coll’immancabile ottenebrarsi dell’aria per la fitta pioggia dei dardi. Si passa quindi alle spade e alle mazze, col conseguente taglio di teste, di busti, di braccia, con nuove cadute di cavalli e di cavalieri, con nuovo strepito di grida e di pianti. Segue qualche formula riassuntiva sulla terribilità dello scontro — il più tremendo che mai si sia visto — con un pensiero ai poveri caduti e alle loro donne desolate. Dopo alcuni cenni al valore dei capi ed ai loro prodigi individuali — ugualmente encomiabili dalle due parti — si giudica quale degli eserciti è obbligato alla fuga. I vincitori li inseguono per un poco e poi ritornano stanchi alle proprie tende”[67]. Queste descrizioni schematiche, che sembrano fatte con lo stampino, sono per di più tramate su un frasario formulare di espressioni fisse e sintagmi ricorrenti. Ai meccanismi ripetitivi del ‘montaggio’ narrativo si sommano, sul piano dell’elocutio, artifici retorici e procedimenti di stile altrettanto prevedibili ed esibiti. Si riconosce bene, in questo tessuto di effets de littérature, la ‘mano’ del collaboratore del Divisament, maestro Rustichello. Questi, prima di retraire nelle carceri di Genova il libro di Marco Polo, aveva già redatto in francese una compilazione di avventure arturiane, nota sotto il titolo di Roman de Meliadus, commissionatagli tra il 1270 e il 1274 dal re Edoardo i di Inghilterra[68]. Confrontando le scene di battaglia del Meliadus

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con quelle del Divisament si ritrovano, a livello di tessuto discorsivo, gli stessi moduli e le stesse tessere. Ad esempio, si parla del fragore dello scontro ricorrendo alla medesima formulazione iperbolica, magari seguita dall’immagine, anch’essa stereotipata, dei valorosi guerrieri caduti e del dolore inconsolabile delle loro mogli:

 

or peüst hoïr la crie et la noisse si grant que l’en ne hoïst le Deu tonant (Meliadus, cap. 22, per. 19, p. 238)

or hi peust l’en oir le crier et la remo[t]e si grant que l’en ne oist dieu tonant (Divisament, cap. cxcix, per. 36, p. 615)

 

La crié e la nose hi estoit si grant, que l’en ne oist le deu tonant (Divisament, cap. ccxxvi, per. 9, p. 652)

La crie et la noisse i estoit si grant que l’en ne hoïst le Deu tonant, car sachiez que la battaille estoit mout cruelz et pesmez, que de male hore fu comenciez, que maintes preudomes hi morent, et maintes dames en seront a toz jorz mais en plores et en lermes (Meliadus, cap. 151, per. 17: 275)

La crié e la nose hi estoit si grant que l’en ne oist le deu tonant: car sachiés que ceste bataille fu de male hore comenciés e por l’une partie et de l’autre, car sachiés que maint prodomes hi morurent e maintes dames en seront a toç jorç mes en plores et en lermes (Divisament, cap. ccix, per. 10: 631)

 

Anche per le imprese individuali dei personaggi di spicco (re e cavalieri famosi nel Meliadus, sovrani mongoli nel Divisament) Rustichello dispone di un repertorio di espressioni fisse:

 

Il ne senble pas chevalier, mes foudre et tenpestes (Meliadus, cap. 23, per. 17: 238)

il ne senble homes, mes foudre e tenpeste (Divisament, cap. ccxxvi, per. 17: 653)

 

Et li roi Artus mostre bien qu’il est home de tenir terre et de porter corone (Meliadus, cap. 179, per. 5: 280)

E le roi Alau [...] la fait si bien en celz bataille qu’il senble bien qu’il est home de tenir terre e de porter corone (Divisament, cap. ccxxvi, per. 14: 652)

 

E gli esempi si potrebbero facilmente moltiplicare. Anche dai pochi assaggi proposti appare chiaro come la rappresentazione di scontri collettivi, sia nel Meliadus sia nel Divisament, abbia caratteri formali sostanzialmente convenzionali: lo svolgimento dei fatti si fonda su un cliché espositivo costante, mentre la tessitura elocutiva consiste di un fraseggio cristallizzato in formule e stilemi ricorrenti. Se questo è sicuramente vero, non si può dire però che le descrizioni di battaglie tra eserciti tartari presenti nell’opera poliana siano da riportare per intero al ‘mestiere’ di Rustichello e siano quindi prive di notizie sul modo di combattere dei Mongoli. Tali descrizioni contengono infatti almeno due elementi di notevole rilevanza che non trovano riscontro nel Meliadus, e che sono

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invece specifici della cultura militare dei ‘popoli a cavallo’ dell’Asia interna: il saettamento e l’uso del tamburo.

Le battaglie campali del Divisament si aprono regolarmente con l’aria oscurata da una fitta pioggia di frecce, di cui sono presentati i micidiali effetti su entrambe le schiere (vedi, p. es., cap. cxcix, perr. 35-36, p. 615; cap. ccix, perr. 6-7, p. 630; cap. ccxxvi, perr. 3-6, p. 651). Tutto ciò è assente nel Meliadus — e più in generale nei romanzi e nelle chansons de geste scritti in francese tra il xii e il xiii secolo, dove di archi se ne vedono pochi. Il fatto è che la cultura militare occidentale, basata sull’impatto di masse, guarda con disprezzo all’arciere, il quale, rifiutando lo scontro diretto, preferisce colpire da lontano con la sua freccia insidiosa (la freccia del Parto!). Entro il quadro di valori affermati dalla civiltà cavalleresca francese, l’arco è un’arma da caccia, e per giunta, come nota Cardini[69], da caccia ‘povera’, praticata da subalterni. In guerra, per un cavaliere, le uniche armi ammesse sono lancia e spada, e difatti il combattimento cavalleresco è normalmente suddiviso in due momenti: la joute, cioè la giostra alla lancia, condotta secondo la tecnica d’urto frontale, e l’escremie, ossia lo scontro con la spada. In ambiente socioculturali in cui la cavalleria fa valere le sue norme e il suo stile di vita, l’arco è visto come un’arma da vili, impiegata solo da marginali, ‘ragazzi selvaggi’ e predoni che esercitano «forme inferiori di attività militare»[70]. Ecco perché nella letteratura arturiana del Medioevo francese, che riflette le regole e la visione del mondo della civiltà cavalleresca, non compaiono frecce e armi da getto, se non connotate con valenze disforiche o calate in ambiente di segno negativo. Ma il Divisament non racconta duelli e mischie di cavalieri bretoni, bensì battaglie tra guerrieri montati delle steppe per i quali l’arco è un’arma nobile e il saettamento costituisce un momento decisivo del combattimento. Certo, nei capitoli dedicati ad eventi guerreschi si stende pesante la patina letteraria di Rustichello, responsabile della mise en écriture del libro, ma i contenuti informativi che Marco Polo attinge all’archivio della sua memoria restano ben riconoscibili.

Nelle battaglie descritte nel Divisament il segnale d’attacco è dato dal rullare cadenzato, profondo e ‘magnetico’ del tamburo[71] (in F nacar, dall’ar. naqqCra ‘timpano’)[72]: “car les Tartar ne osent començer bataille jusque a tant que le nacar

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lor seignor ne començent a soner, mes tant tost qu’ele sonent e il començent la bataille” (cap. cxcix, per. 33, pp. 614-615). La notizia fornita dal Milione, confermata da quanto sappiamo per altra via sui metodi di combattimento dei Reitervölker delle steppe, riveste un notevole interesse. Presso i cavalieri nomadi dell’Asia centrale la guerra mantiene forti tratti magico-sacrali di derivazione sciamanica[73]. È noto che il tamburo ha un ruolo di primo piano nelle pratiche sciamaniche, sia nei rituali di soggiogamento degli spiriti, sia nelle ‘tecniche dell’estasi’ come mezzo della trance: lo sciamano evoca gli spiriti col rombo percussivo del suo tamburo a mano per poi imprigionarli nella cassa dello strumento; d’altra parte, con rulli protratti alternati a battiti brevi e staccati egli ottiene quello stato di ebbrezza che rende possibile la ‘rottura di livello’, il viaggio estatico al Centro del Mondo con il volo magico e l’ascesa agli spazi celesti[74]. Tra i ‘popoli a cavallo’ della steppa un prolungato tambureggiamento precede e accompagna l’inizio del combattimento. Nella Storia segreta Jamuqa, capo della tribù dei Jajiran, parla così dei suoi preparativi di guerra: “io già aspersi il mio ben visibile stendardo, già feci rullare il tamburo teso di pelle di bue nero, quello che emette un suono penetrante. [...] Aspersi il mio stendardo dalla lunga asta che si vede da lontano, feci rullare il mio tamburo dalla voce sonora, teso, di pelle di bue”[75]. Il suono basso e ipnotico del timpano, con le sue cadenze ossessive e il suo «ritmico ripercuotersi tra diaframma e stomaco”[76], esercitava sui guerrieri nomadi montati un intenso potere di fascinazione, li rapiva in un mistico eccitamento proiettandoli in una dimensione estatica: quando si apprestavano ad attaccare “le truppe a cavallo erano come incantate, invasate, possedute...”[77]. E bisogna aggiungere che il rimbombo sordo e opprimente del tamburo, i clangori metallici delle armi e le urla agghiaccianti “in parte rispondevano a un’esigenza magica (la trance guerriera sciamanica), ma in parte rientravano in un disegno di ‘guerra psicologica’, erano un accorgimento tecnico per spaventare il nemico”[78]. Ancora una volta, all’interno del modello descrittivo convenzionale adottato da Rustichello per le scene di battaglia, incontriamo un elemento orientale genuino, frutto dell’osservazione di Marco Polo, che doveva conoscere bene le tecniche di guerra in uso presso i nomadi dell’Asia interna.

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Come si è detto, l’ultima parte del Divisament prende la sua materia dalla storia asiatica ma la rielabora in una narrazione costruita su moduli e timbri di impronta epica. Vi si raccontano inimicizie, provocazioni, sfide, ambasciate, congiure e tradimenti, oracoli e predizioni[79], faide e colpi di mano, feroci lotte dinastiche, galoppate, scontri sanguinosi con fughe e inseguimenti. Questi capitoli conclusivi dell’opera poliana presentano una sorprendente affinità contenutistica e di tono con la grande epopea mongola, la Storia segreta, dove troviamo gli stessi scenari e gli stessi ingredienti narrativi: “vendette, presagi, battaglie, zuffe, gelosie, patti di sangue, stragi, fughe a cavallo per la steppa, campi abbandonati, morti e morti (‘le ossa scricchiolavano come rami secchi’)”[80]. Per Leonardo Olschki, Marco Polo può aver desunto questi temi di storia gengiskhanide dal repertorio dei cantastorie mongoli: così, la sezione finale del Divisament sarebbe “il rifacimento epico e cavalleresco occidentale di spunti e motivi di poesia storica dell’Asia centrale”[81]. Si tratterebbe insomma di materiali epici attinti dal viaggiatore veneziano alla tradizione dei rapsodi asiatici, riformulati e adattati al gusto del pubblico europeo attraverso la stilizzazione del letterato-redattore Rustichello. Ipotesi, questa, tutt’altro che inverosimile. Il Milione è per prima cosa un trattato geo-etnografico sulle regioni orientali, ma può essere letto anche come celebrazione della potenza dei Mongoli — si è già notato che i capitoli riguardanti Khubilai Khan e le istituzioni imperiali sono posti proprio al centro del libro, così da costituire il cuore dell’opera e insieme il perno attorno a cui ruota l’intero mondo orientale. All’affresco dell’Asia sottomessa all’ordine gengiskhanide Marco Polo fa seguire un’appendice su rivalità e conflitti tra signorie mongole, e questa ‘coda’ sarà da interpretare come omaggio epico alle ineguagliabili virtù guerriere degli arcieri delle steppe.

 

 

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[1] Storia segreta dei Mongoli (a cura di S. KOZIN), Milano: TEA, 1995 (trad. it. di Sokrovennoe Skazanie, Mongol’skaja Chronika, 1240 g., Leningrado: Akad. Nauk. SSSR, 1941), Introduzione di F. MARAINI: 11-47 (15).

[2] V. ŠKLOVSKIJ, Marco Polo, Milano: il Saggiatore, 1972: 5.

[3] Cfr. P. RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore, Casale Monferrato: PIEMME, 1998 (trad. it. di Cinggis-Khan. Sein Leben und Wirken, Wiesbaden: Franz Steiner, 1983): 11.

[4] G. TUCCI, “Marco Polo”, L’Italia che scrive, 37 (1954), n. 10: 107-112 (107).

[5] R. GROUSSET, L’Empire des steppes. Attila, Gengis-Khan, Tamerlan, Parigi: Payot, 1948: 27.

[6] ŠKLOVSKIJ, Marco Polo: 21.

[7] Sui Kipchak, popolazione turca insediata nelle steppe della Russia meridionale, chiamati Comani dagli Ungheresi e dai Bizantini, cfr. P. PELLIOT, “À propos des Comans”, Journal Asiatique, 15 (1920): 125-185.

[8] Per un quadro completo della campagna di Batu e Subötäi in Europa orientale, cfr. GROUSSET, L’Empire des steppes: 328-333.

[9] L. PETECH, “L’Asia centrale”, in Le Civiltà dell’Oriente, i, Roma: Casini, 1956: 922.

[10] GROUSSET, L’Empire des steppes: 218.

[11] I dotti dell’Europa orientale indirizzano numerose lettere agli Europei occidentali per informarli delle imprese sanguinarie compiute dagli invasori mongoli. Molte di queste lettere sono state raccolte da Matteo di Parigi (ca. 1195-dopo il 1259), cronachista e direttore dello scriptorium dell’abbazia benedettina di Saint-Albans, come materiali preparatori per la compilazione dei suoi Chronica majora.

[12] Cfr. M. POLO, La description du monde (a cura di P.Y. BADEL), Parigi: Le Livre de Poche, 1998, Introduction: 7-41 (21-22).

[13] Per A. GRAF, “La leggenda di Gog e Magog”, Appendice in Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo, Torino: Chiantore, 1923 (i ed. 1883): 754-800 (756), questo brano di Ezechiele si riferisce all’invasione scitica che verso la fine del vii secolo a.C. devastò la Palestina.

[14] La porta eretta da Alessandro delimita e sbarra il passaggio che mette in comunicazione l’ecumene e gli inferi. Come ha osservato A. TARDIOLA, Atlante fantastico del Medioevo, Anzio (Roma): De Rubeis, 1990: 94, è significativo che la nozione di ‘soglia’ sia posta in rapporto con quella di ‘mondo infero’: la linea di demarcazione tra aldiqua e aldilà è segnata da una ‘porta’ che chiude, rinserra, ma che ha in sé un’idea di ‘passaggio’, di ‘contatto’ tra le due dimensioni. La porta divide e congiunge, rappresenta insieme la chiusura e il transito, l’isolamento e la comunicazione: “puro significante tra il dentro e il fuori, tra l’io e l’altro, è il limite ancipite della conoscenza” (G.P. CAPRETTINI, “Valenze mitiche e funzioni narrative. La “porta” e la logica del racconto nel «Satyricon»“, Strumenti critici, 10 (1976): 183-219 (183).

[15] Sul complesso di credenze relative alla porta di Alessandro e alle tribù di Gog e Magog resta insostituibile A.R. ANDERSON, Alexander’s Gate, Gog and Magog, and the Inclosed Nations, Cambridge (Mass.): Mediaeval Academy of America, 1932, da integrarsi con TARDIOLA, Atlante fantastico del Medioevo: 91-102 e con la messa a punto di C. BOLOGNA in Alessandro nel medioevo occidentale (a cura di P. BOITANI, C. BOLOGNA, A. CIPOLLA, M. LIBORIO, introduzione di P. DRONKE), Milano: Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori, 1997: 613-615. Sulla leggenda di Alessandro Magno nella cultura medievale si rinvia a G. CARY, The Medieval Alexander, Cambridge: Cambridge University Press, 1967.

[16] Cfr. G.R. CARDONA, Indice ragionato in M. POLO, Milione, versione toscana del Trecento (a cura di V. BERTOLUCCI PIZZORUSSO), Milano: Adelphi, 1994 (i ed. 1975): 489-761 (640). In ogni caso, la fusione dei due motivi in un solo complesso mitico-leggendario deve essere avvenuta nella letteratura escatologica prodotta in varie lingue nel Mediterraneo orientale tra vi e vii secolo (cfr. ANDERSON, Alexander’s Gate: 16-19).

[17] Le citazioni scritturali sono conformi alla lezione stabilita da R. WEBER, Biblia Sacra iuxta vulgatam versionem, Stoccardia: Deutsche Bibelgesellschaft, 1985.

[18] Sul tópos delle partes aquilonis nell’imago mundi del Medioevo occidentale si veda l’ottimo contributo di E. BURGIO, “«In partibus aquilonis». Coordinate etnografico-simboliche di un lemma nella mappa medievale del mondo”, Critica del testo, i/2 (1998): 809-869. Nella mappa mundi medievale il lemma partes aquilonis non sta solo a indicare una fascia di gelide regioni settentrionali più o meno precisabile nelle sue coordinate cartografiche, ma designa un’entità geo-culturale connotata da tratti antropologici e simbolici marcati: il luogo topico dell’eccesso e dell’anomía, l’idea stessa dell’alterità etnica minacciosa, la terra d’origine dei popoli apocalittici, orde di mostri urlanti e famelici. Le zone aquilonari sono quelle della vita nomadica, sentita dalle civiltà sedentarie come non-umana, bestiale. Questa concezione antropologica del Nord ‘altro’ e selvaggio ha radici profonde, tanto nella tradizione testamentaria e giudeo-cristiana che in quella greco-latina, e si trasmette in modo sostanzialmente compatto e uniforme dalla cultura tardoantica a quella medievale. È proprio la profezia di Ezechiele a porre l’identificazione “Gog e Magog = popoli del Nord”, e questa equivalenza diventa il tramite di una nozione di Settentrione ‘barbaro’ che arriva fino agli autori del Medioevo europeo. In tutta questa trafila il concetto dell’Altro si qualifica come dismisura e caos: le etnie brulicanti in partibus aquilonis violano le interdizioni morali e comportamentali vigenti presso la Christianitas, contaminando ciò che andrebbe tenuto separato (alimentazione impura, sessualità sfrenata, incesto, crudeltà ferina, ecc.). Al di là dello spazio civilizzato e organizzato si stende l’area confusa e sregolata dello sconosciuto, del non formato. Presso le società tradizionali il mondo è concepito come un microcosmo abitato e cosmicizzato intorno al quale si spalancano le regioni ignote e pericolose degli stranieri assimilate alle tenebre, al disordine, alla morte, cfr. M. ELIADE, Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso, Milano: Jaca Book, 1987 (trad. it. di Images et symboles. Essai sur le symbolisme magico-religieux, Parigi: Gallimard, 1952: 38).

[19] Cfr. J. HEERS, Marco Polo, Parigi: Fayard, 1983: 75.

[20] Cfr. J. RICHARD, “Les causes des victoires mongoles d’après les historiens occidentaux du XIIIe siècle”, Central Asiatic Journal, 23 (1979): 104-117 (108).

[21] L’accusa di antropofagia rivolta ai Mongoli si trova in diversi autori occidentali e anche nello storico persiano Rashid ad-Din. Cfr. RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore: 144, nota 88.

[22] L. OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo, San Giorgio Maggiore (Venezia): Fondazione Giorgio Cini, 1957: 285, nota 102.

[23] Il francescano Giovanni di Pian di Carpine, inviato papale ad Tartaros verso la metà del xiii secolo, intitola sì il suo resoconto Historia Mongalorum, ma poi nel testo parla prevalentemente di Tartari: è anzi significativo che in qualche caso l’etnico Mongali sia glossato col nome corrente nel mondo occidentale (ess. terram intravimus Mongalorum, quos nos Tartaros appellamus”, “Explicit historia Mongalorum quos nos Tartaros appellamus”). Il nome di Tartari usato per designare i Mongoli cominciò a diffondersi in Europa intorno al 1236 (cfr. I. de RACHEWILTZ, Papal Envoys to the Great Khans, Londra, 1971: 41-42, 72-73.

[24] Nella primavera dell’Anno del Cane (1202), nei pressi di Dalan-nemurges, gli Yeke Mongqol, il clan di Gengis Khan, sconfiggono in battaglia campale i Tatari, loro nemici mortali. I prigionieri tatari vengono massacrati, le donne e i bambini sono ridotti in schiavitù e spartiti tra i guerrieri (cfr. RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore cit., pp. 92-93). Ciononostante, furono gli sconfitti Tatari a trasmettere il loro nome all’Europa medievale, non i vincitori Mongoli. Si sa però che i Mongoli non volevano essere chiamati Tartari. Guglielmo di Rubruck, che nel biennio 1253-1255 viaggiò nell’Impero gengiskhanide per conto del re di Francia Luigi ix il Santo, scrisse nella sua relazione: “volentes nomen suum, hoc est Moal exaltare super omne nomen, nec volunt vocari Tartari. Tartari enim fuerunt alia gens” (Itinerarium Willelmi de Rubruc, in Sinica Franciscana, i: Itinera et relationes Fratrum Minorum saeculi xiii et xiv, collegit, ad fidem codicum redegit et adnotavit p. Anastasius van den WYNGAERT O.F.M., Quaracchi: Collegio di San Bonaventura, 1929: 164-332 (205).

[25] Cfr. de RACHEWILTZ, Papal Envoys to the Great Khans: 72-73; CARDONA, Indice ragionato: 732-733; M. CORTELAZZO e P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna: Zanichelli, 1979-1988, s.v. tàrtaro.

[26] Cfr. J. BALTRUŠAITIS, Il Medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell’arte gotica (con un’introduzione di M. Oldoni), Milano: Adelphi, 1993 (trad. it. di Le Moyen Age fantastique. Antiquités et exotismes dans l’art gothique, Parigi: Flammarion, 1981): 206-210.

[27] Citato da U. MONNERET de VILLARD, Il libro della peregrinazione nelle parti d’Oriente di frate Ricoldo da Montecroce, Roma: Istituto Storico Domenicano, 1948: 56.

[28] HEERS, Marco Polo: 76.

[29] H. FRANKE, “Sino-Western contacts under the Mongol empire”, Journal of the Royal Asiatic Society (Hong Kong Branch), 6 (1966): 49-72 (ristampato in Id., China under Mongol Rule, Aldershot: Variorum, 1994): 55.

[30] Questo mutamento di prospettiva nel modo di guardare ai Tartari si compie nel periodo 1245-1260. In precedenza, le uniche informazioni attendibili sui Mongoli giunte in Occidente erano quelle raccolte dal domenicano ungherese Giuliano che nel terzo decennio del Duecento si era spinto con alcuni compagni oltre il Volga per evangelizzare le genti pagane di quelle regioni. Certo, il conciso resoconto di fra’ Giuliano (Epistola de vita Tartarorum) accoglie elementi leggendari e notizie favolose, ma fornisce anche dati precisi sulla strategia e le tecniche di guerra degli eserciti gengiskhanidi. Cfr. OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo: 53-54; BURGIO, «In partibus aquilonis»: 862-863, nota 176.

[31] Alla missione di Ascelino prese parte anche Simone de Saint-Quentin, autore di una Historia Tartarorum che venne poi utilizzata da Vincenzo di Beauvais.

[32] Della relazione di Andrea di Longjumeau si conoscono soltanto le informazioni inserite negli Additamenta di Matteo di Parigi. Cfr. OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo: 62-63.

[33] Ne esiste un’ottima edizione critica corredata di traduzione italiana, puntuale annotazione esplicativa e densi contributi di inquadramento storico: Giovanni di PIAN di CARPINE, Storia dei Mongoli (edizione critica del testo latino a cura di E. MENESTÒ, traduzione italiana a cura di M.C. LUNGAROTTI, note di P. DAFFINÀ, introduzione di L. PETECH, studi storico-filologici di C. LEONARDI, M.C. LUNGAROTTI, E. MENESTÒ), Spoleto: Centro italiano di studi sull’alto medioevo, 1989.

[34] L’Historia Mongalorum presenta in modo chiaro e sintetico l’ordinatio acierum, il criterio di organizzazione delle truppe, raggruppate a decine, centinaia e migliaia, e affidate rispettivamente al comando di decurioni, centurioni e chiliarchi. Questo sistema decimale di divisione degli effettivi era comune negli eserciti asiatici. Cfr. G. PULLÈ, Eserciti mongoli e milizie europee nel xiii secolo, estratto da L’Universo, 17 (1936), n. 10: 1-11 (2-3).

[35] Nella Historia Mongalorum sono illustrate dettagliatamente le armature di cuoio, quelle di lamelle metalliche, i tipi di frecce, ecc. Tra gli autori dell’Occidente medievale Giovanni è quello che ci ha lasciato la più chiara e la più completa descrizione della corazza a piastre in uso presso i Mongoli (cfr. B. LAUFER, Chinese Clay Figures, i, Prolegomena on the History of Defensive Armor, Chicago: Field Museum of Natural History, 1914: 280).

[36] Non mancano naturalmente accenni alle manovre di finta fuga — tattica caratteristica dei cavalieri delle steppe — e all’uso di precursores ‘staffette, esploratori’ mandati in avanscoperta a saggiare il terreno e tenere d’occhio i movimenti del nemico (cfr. Jean de PLAN CARPIN, Histoire des Mongols (traduit et annoté par Dom J. BECQUET et par L. HAMBIS), Paris: Adrien-Maisonneuve, 1965: 169, nota 129).

[37] Cfr. RICHARD, Les causes des victoires mongoles: 106-107.

[38] Ibidem: 107-108.

[39] Fra’ Giovanni ha saputo cogliere con grande acutezza le principali ragioni degli straordinari successi ottenuti dai Mongoli: l’unità di comando, l’organizzazione e il coordinamento dei reparti, la disciplina, l’eccezionale mobilità, la capacità di variare l’assetto tattico e la disposizione delle schiere nel corso del combattimento. Cfr. PULLÈ, Eserciti mongoli e milizie europee: 6-8.

[40] Cfr. OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo: 339.

[41] Come è noto, il viaggiatore veneziano Marco Polo redasse il suo libro in lingua d’oïl, nel 1298, con la collaborazione del letterato Rustichello da Pisa. Sulla complessa tradizione manoscritta dell’opera e sulla questione della redazione primitiva resta fondamentale l’Introduzione anteposta da L.F. BENEDETTO alla sua edizione ‘documentaria’ del Milione (M. POLO, Il Milione (a cura di L.F. BENEDETTO), Firenze, 1928: xi-ccxxi). Per un quadro di sintesi del problema testuale con rassegna critica degli interventi più recenti mi permetto di rimandare al mio: “Quale «Milione»? La questione testuale e le principali edizioni moderne del libro di Marco Polo”, Studi mediolatini e volgari, 42 (1996): 9-46. La relazione di Marco Polo è nota al pubblico italiano come Milione, ma il titolo originario doveva essere Le divisament dou monde, dicitura conservata dal codice più autorevole, il ms. fr. 1116 della Bibliothèque Nationale di Parigi (indicato nella classificazione del BENEDETTO con la sigla F). La versione tràdita da F è quella più vicina alla redazione primigenia, sia nella partizione della materia che nella facies linguistica (un francese mescidato di italianismi morfologici e lessicali); cfr. M. POLO, Milione. Le divisament dou monde. Il Milione nelle redazioni toscana e franco-italiana (a cura di G. RONCHI, introduzione di C. SEGRE), Milano, 1982: 303-662. Di qui in avanti citazioni e rinvii al libro poliano (indicato in forma abbreviata come Divisament) si riferiscono, salvo diversa indicazione, a questa edizione.

[42] Il libro poliano si impernia sulla celebrazione della potenza gengiskhanide: non a caso la sezione centrale dell’opera è costituita dalla presentazione di Khubilai Khan e delle istituzioni imperiali (sull’architettura d’insieme del Divisament dou monde e le sue partizioni, cfr. V. BERTOLUCCI PIZZORUSSO, “Enunciazione e produzione del testo nel «Milione»“, Studi mediolatini e volgari, 25 [1977]: 5-43 (10-22 e 37-42)). Su tattiche e strategia dei Mongoli, cfr. D. SINOR, “On Mongol Strategy” [1975], in idem, Inner Asia and its Contacts with Medieval Europe, Londra: Variorum, 1977: 238-249. Allo stesso studioso si deve un interessante contributo su addestramento ed equipaggiamento del guerriero a cavallo dell’Asia centrale: “The Inner Asian Warriors”, Journal of the American Oriental Society, 101 (1981): 133-144. Per l’organizzazione militare degli eserciti gengiskhanidi e la tecnica di combattimento dei Mongoli si può vedere H.D. MARTIN, The Rise of Chingis Khan and the Conquest of North China, Baltimore: Johns Hopkins Press, 1950.

[43] Cap. lxx, perr. 8-27: 389-391.

[44] Per l’equipaggiamento-tipo del guerriero mongolo, cfr. GROUSSET, L’Empire des steppes: 283.

[45] Cfr. LAUFER, Chinese Clay Figures: 190. La cultura materiale dei popoli nomadi della steppa è basata sul cuoio e il feltro (cfr. OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo: 169-170; idem, The Myth of Felt, Berkeley-Los Angeles: University of California Press, 1949).

[46] Nel cap. cxcix, relativo alla Gran Turchia (Turkestan), il Divisament dou monde fornisce una particolareggiata descrizione dei due tipi di frecce impiegate dai Mongoli (cfr. il passo parallelo di Giovanni di PIAN di CARPINE, Storia dei Mongoli ed. cit., cap. vi, rr. 78-85: 278-279): quelle leggere per tirare da lontano e quelle pesanti, dalla punta larga e tagliente, usate a distanza ravvicinata (cfr. RICHARD, Les causes des victoires mongoles: 111).

[47] Cfr. F. CARDINI, Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Milano: Mondadori, 1995: 57.

[48] Sembra che la difficile tecnica del saettamento dal cavallo in corsa sia un’invenzione dei cavalieri nomadi delle steppe (cfr. SINOR, The Inner Asian Warriors: 139). Si veda anche W.E. KAEGI Jr., “The Contribution of Archery to the Turkish Conquest of Anatolia”, Speculum, 39 (1964): 96-108. Marco Polo ricorda che i Mongoli usano staffe corte per tirare con l’arco: “quia, cum sagitant, se rittos errigunt supra equos” (M. POLO, Milione. Redazione latina del manoscritto Z (a cura di A. Barbieri), Parma: Fondazione Pietro Bembo / Guanda, 1998, cap. 57, per. 32: 146). Questa notizia, omessa dal testo francese (F), si legge nella versione latina del Milione conservata dal ms. 49. 20 Zelada dell’Archivio Capitolare di Toledo (Z).

[49] Citato da SINOR, The Inner Asian Warriors: 137.

[50] R.F. BLAKE e R.N. FRYE, “History of the Nation of the Archers (the Mongols) by Grigor of Akanc”, Harvard Journal of Asiatic Studies, 12 (1949): 269-443 (384).

[51] Cfr. GROUSSET, L’Empire des steppes: 284.

[52] Cfr. I. de RACHEWILTZ, “The Secret History of the Mongols”, Papers on Far Eastern History, 18 (1978): 43-80 (71); RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore: 113, nota 172.

[53] Si tratta del piccolo cavallo Prjewalsky, agile e robusto, dotato di buona velocità e straordinaria resistenza. Cfr. SINOR, The Inner Asian Warriors: 137.

[54] Cfr. PULLÈ, Eserciti mongoli e milizie europee: 3.

[55] Sulla rapidità di movimento e l’”ubiquité hallucinante” dei cavalieri nomadi dell’Asia centrale, cfr. GROUSSET, L’Empire des steppes: 10, 22, 23-26, 285-286.

[56] Sull’affinità tra tecniche di guerra e di caccia presso i popoli turco-mongoli e iranici, cfr. K. MEULI, “Ein altpersischer Kriegsbrauch”, in Westöstliche Abhandlungen. Festschrift für Rudolph Tschudi, Wiesbaden 1954: 63-86.

[57] Cfr. F. ALTHEIM, Dall’antichità al Medioevo. Il volto della sera e del mattino, Firenze: Sansoni, 1961 (trad. it. di Gesicht vom Abend und Morgen: Von der Antike zum Mittelalter, Fischer, 1955): 63.

[58] Va ricordato che quello del carnivoro avvinghiato alla preda è un motivo classico dell’arte della steppa a figure animali. Per un panorama sintetico dell’art animalier dell’Asia centrale, cfr. GROUSSET, L’Empire des steppes: 623-639, con bibliografia e riproduzioni (disegni al tratto di J. HORNUNG).

[59] Cfr. M. ELIADE, Storia delle credenze e delle idee religiose, i [Dall’età della pietra ai misteri eleusini], Firenze: Sansoni, 1996 (trad. it. di Histoire des croyances et des idées religieuses, i, Parigi: Payot, 1975): 48.

[60] Sui miti relativi all’etnogenesi di numerose tribù altaiche e sulla derivazione di vari popoli nomadi dell’Asia centrale da un Antenato teriomorfo, cfr. M. ELIADE, “I Daci e i lupi” [1959], in idem, Da Zalmoxis a Gengis-Khan. Studi comparati sulle religioni e sul folklore della Dacia e dell’Europa centrale, Roma: Astrolabio-Ubaldini, 1975 (trad. it. di De Zalmoxis à Gengis-Khan. Etudes comparatives sur les religions et le folklore de la Dacie et de l’Europe centrale, Parigi: Payot, 1970): 10-25; GROUSSET, L’Empire des steppes: 26, nota 1; ibidem: 125, nota 2; ibidem: 132. Secondo le fonti cinesi, gli Hsiung-nü si ritenevano figli di un lupo soprannaturale. I T’u-Kiu si consideravano discendenti di una mitica Lupa: in battaglia i T’u-Kiu portavano insegne con una testa di lupa dorata; i guerrieri scelti membri della guardia reale venivano chiamati ‘lupi’.

[61] Per il mito genealogico dei Gengiskhanidi, cfr. BALTRUŠAITIS, Il Medioevo fantastico: 190; M. ELIADE, Storia delle credenze e delle idee religiose, iii [Da Maometto all’età delle Riforme], Firenze: Sansoni, 1996 (trad. it. di Histoire des croyances et des idées religieuses, iii, Parigi: Payot, 1983): 315-316. La Storia segreta dei Mongoli (Manghol un niuca tobca’an) è la grande epopea delle conquiste di Gengis Khan e del suo popolo. Si tratta di una narrazione in prosa in cui sono inseriti numerosi brani in versi ritmati: questi frammenti metrici, che costituiscono certamente la parte più antica dell’opera, sono tratti con ogni probabilità da quei componimenti epici che i cantastorie eseguivano in occasione di riunioni pubbliche, ritrovi conviviali e feste. Il testo mongolo ci è pervenuto in una trascrizione in ideogrammi cinesi usati foneticamente databile forse al 1370 (cfr. R. GROUSSET, Histoire de l’Extrême-Orient, Parigi: Geuthner, 1929: 410). Sulla base di un’indicazione contenuta nel colophon si riteneva che la redazione originaria risalisse al 1240, ma recenti contributi sembrano dimostrare che la Storia segreta venne composta nel 1228 (per tale proposta di datazione si veda RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore: 6, nota 4). Questa gesta gengiskhanide fu detta ‘segreta’ perché i Mongoli non volevano divulgarla né farla leggere agli stranieri (cfr. MARAINI, Introduzione a Storia segreta: 11, che rinvia a A. WALEY, The Secret History of the Mongols, Londra: Allen and Unwin, 1963).

[62] Il vero nome del fondatore dell’Impero mongolo era Temüjin. Nella primavera del 1206, alle sorgenti dell’Onon, si riunì una grande assemblea (kuriltai) panmongola nel corso della quale Temüjin divenne signore dei popoli dell’Asia centrale assumendo il titolo regale di Cinggis Khan. Etimologia e significato del titolo sono molto discussi. Khan è il termine turco per ‘re, signore’; Cinggis è stato interpretato in vari modi. La derivazione più probabile sembra quella dal turco tängiz ‘mare, oceano’ (cfr. P. PELLIOT, “Les Mongols et la Papauté”, Revue de l’Orient chrétien, 3e série, 3 [1922-1923]: 3-30 (23)). La denominazione varrebbe dunque ‘signore oceano, dei mari’, cioè ‘signore del mondo, sovrano universale’. Per una rassegna delle diverse soluzioni proposte, cfr. G. DOERFER, Türkische und mongolische Elemente im Neupersischen, i, Wiesbaden: Steiner, 1967: 312-315; RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore: 118-119, nota 3. La forma mongola Cinggis è riprodotta fedelmente nelle relazioni dei missionari e viaggiatori occidentali (p. es., “Cinghis Can” nella redazione francese del Milione [F], Chyngiscan, Chingiscan” in Giovanni di Pian di Carpine), ma nelle lingue europee moderne si sono imposte forme del tipo Gengis, “dovute a mediazione araba” (Cardona, Indice ragionato: 597). Per i dati storico-biografici relativi al grande conquistatore si possono vedere: P. PELLIOT, Notes on Marco Polo, i, Paris: Imprimerie nationale, 1959: 281-363; R. GROUSSET, Le Conquérant du monde (Vie de Gengis-khan), Paris: Albin Michel, 1944; RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore.

[63] M. ELIADE, La nascita mistica. Riti e simboli d’iniziazione, Brescia: Morcelliana, 1988 (trad. it. di Birth and Rebirth. Rites and Symbols of Initiation, New York: Harper & Row, 1958): 129.

[64] Storia segreta: 165.

[65] Cfr. GROUSSET, L’Empire des steppes: 284.

[66] OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo: 349.

[67] POLO, Il Milione, Introduzione: xxiii.

[68] Per questa prosa arturiana del maestro pisano si veda: Il romanzo arturiano di Rustichello da Pisa (edizione critica, traduzione e commento a cura di F. CIGNI, premessa di V. BERTOLUCCI PIZZORUSSO), Pisa: Pacini-Cassa di Risparmio di Pisa, 1994. Da questo momento il romanzo di Rustichello è indicato in forma abbreviata come Meliadus; rimandi e citazioni sono conformi all’edizione Cigni.

[69] Cfr. CARDINI, Quell’antica festa crudele: 57.

[70] J. Le GOFF, “Abbozzo di analisi di un romanzo cortese” [1979], in Id., Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale, Roma-Bari: Laterza, 1983: 101-143 (112). In questo contributo (alle pp. 109-114), Le GOFF studia la figura dell’arciere nella civiltà cavalleresca francese, ma esamina anche il ruolo che l’arco ha avuto in altre culture e tradizioni indoeuropee, rilevando la contrapposizione di fondo tra il guerriero ‘leggero’, l’arciere isolato che sta fuori dalle schiere, e il guerriero ‘pesante’, irreggimentato e inquadrato, che combatte nei ranghi.

[71] Il fatto era già stato notato da OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo: 356, nota 164.

[72] Vedi G.B. PELLEGRINI, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia, i, Brescia: Paideia, 1972: 98.

[73] Cfr. ALTHEIM, Dall’antichità al Medioevo: 61.

[74] Sull’importanza centrale del tamburo nelle cerimonie sciamaniche, cfr. M. ELIADE, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Roma: Edizioni Mediterranee, 1995 (trad. it. di Le chamanisme et les techniques archaïques de l’extase, Parigi: Payot, 1974): 192-200.

[75] Storia segreta: 89.

[76] CARDINI, Quell’antica festa crudele: 125.

[77] ALTHEIM, Dall’antichità al Medioevo: 61.

[78] F. CARDINI, Alle radici della cavalleria medievale, Scandicci (Firenze): La Nuova Italia, 1991 (i ed. 1981): 298.

[79] Sull’uso di consultare l’oracolo prima della battaglia, cfr. RATCHNEVSKY, Gengis Khan il conquistatore: 192-193, nota 20.

[80] MARAINI, Introduzione a Storia segreta: 13.

[81] OLSCHKI, L’Asia di Marco Polo: 353.