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1891. I Sovrani romeni  à Venezia.

Un fatto di cronaca[1]

  

Ion Bulei,

  Università di Bucarest

 

 

 

Nell’estate e all’inizio dell’autunno del 1891 la Regina Elisabetta di Romania e il Re Carlo I si trovavano per un periodo a Venezia. Il Re arrivò il 5 settembre 1891. Era accompagnato dal Presidente del Consiglio, generale Florescu[2], dal signor Kalinderu, l’amministratore dei beni della Corona romena, amico del Re, dai colonnelli Candiano Popescu e Robescu, aiutanti di campo, e dal segretario della Presidenza. Il treno sul quale viaggiava il Re Carlo ed il seguito ebbe un ritardo di cinquantasei minuti. Viaggiando in stretto incognito, sotto il nome di Conte di Vrancea, il Re aveva fatto sapere che dispensava le autorità della stazione e rifiutava gli onori che gli spettavano. Però alla stazione erano presenti il questore Raimondi, il capitano dei carabinieri Casanova, il comandante Barozzi, dott. Theodori, medico della Regina Elisabetta, cav. Candiani, console di Romania, molti signori della colonia romena. Erano presenti anche l’incaricato d’affari della Romania a Roma, in quel momento, il primo segretario Mavrocordat, il secondo segretario di Legazione, D. Zamfirescu. Erano venuti poi, per incontrare il Re, il duca Tommaso di Genova, accompagnato dal comandante Galleani, barone di S. Ambrogio[3]. La “Gazzetta di Venezia” descrive cosi gli illustri ospiti: “Il Re Carlo è un uomo di bell’aspetto, piuttosto basso di statura, colla barba intera brizzolata. Ha 52 anni, essendo nato nell’aprile di 1839”. Il presidente del Consiglio, gen.

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Florescu, “è un uomo alto di statura, complesso e porta mustacchi e pizzo bianchi all’italiano”[4]. Sempre insieme col Re o separatamente vennero a Venezia il fratello del Re, il principe Federico Eugenio[5] e il principe de Wied, fratello della Regina Elisabetta, con sua moglie, principessa Maria di Olanda della Casa di Nassau, figlia del principe Federico Carlo di Prussia. Questi principi sono stati ospitati agli alberghi “Italia” e “Europa” e anche loro sotto falsi nomi, il conte di Gleichen e il barone di Bransberg.

Il Re prese alloggio, con tutto il suo seguito, all’Hotel Danieli, dove si trovava già la Regina Elisabetta, considerata da tutti in quel momento “seriamente ammalata”.

La Regina Elisabetta era arrivata a Venezia il 18 luglio 1891. Era venuta con un treno proveniente da Vienna, sotto il nome di contessa di Vrancea, in un vagone saloon, accompagnata dal suo medico, J. A. Teodori, dal Mavrocordat, incaricato d’affari della Romania presso il Quirinale, da due dame di compagnia e da altre persone del seguito. Fu ricevuta alla stazione Santa Lucia da Duilio Zamfirescu, segretario della legazione romena al Quirinale, arrivato poco prima da Roma, dal console onorario Candini e da tre artisti romeni che studiavano all’Accademia di Belle Arti a Venezia[6]. D. Zamfirescu presentò tutte le persone venute alle quali la Regina strinse la mano. Sotto la tettoia della stazione e sulla riva era presente “una discreta quantità di gente, curiosa di vedere la Regina più colta d’Europa”, come scrive “L’Adriatico”[7], che aggiunge che la Regina non parlava l’italiano ma lo capiva, perché in Romania “tutte le persone colte parlano correttamente l’italiano, per merito specialmente del governo che spende duecentomila franchi l’anno per l’insegnamento della lingua italiana in tutte le scuole secondarie maschili e femminili”. Anche se non era la verità[8], l’adagio era gradevole per i romeni.

Martedì, 7 settembre, il Re Carlo uscì dall’albergo in gondola. Visita gli stabilimenti industriali del cav. Guggenheim e Rieti Dalla Torre. Dal Guggenheim e Dalla Torre fece parecchi acquisti. Si recò alla Chiesa della Salute, dove si fermò per circa mezz’ora, quindi rientrò all’albergo per uscirne di nuovo alle otto e mezza, accompagnato dal presidente del Consiglio dei ministri romeno e dai suoi aiutanti. Face parecchi giri in Piazza S. Marco e nella Merceria fermandosi lungamente davanti alle vetrine del gioielliere Mello. Rientrò all’albergo verso le dieci[9].

Nei giorni seguenti visitò altri stabilimenti industriali. Nello stabilimento Testolini, in Palazzo Pisani a S. Stefano, fu ricevuto dal cav. Marco Testolini, il

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quale accompagnò l’augusto visitatore spiegandogli i particolari della sua industria. Il Re s’interessò dei mobili, delle figure scolpite, delle stoffe all’ uso antico e s’intrattenne a lungo nelle sale d’esposizione ammirando la sontuosità dei locali. Alla Ditta Salviati visitò lo stabilimento e le officine artistiche, vetri e mosaici, facendovi importanti acquisti. Salviati e i suoi artefici spiegarono al Re il segreto delle opere d’arte vetraria. Il Re si fermò a lungo a vedere la fabbricazione dei soffiati e del mosaico monumentale.

Il Duca Tommaso di Genova offrì l’ 8 settembre un pranzo al Re di Romania. Vi furono invitati anche il sindaco di Venezia, il rappresentante del Governo e il colonnello del Distretto.

Il 12 settembre il Re si recò all’ Arsenale, accompagnato da persone del suo seguito e dal contrammiraglio Canevaro, dal direttore delle costruzioni navali e da altri ufficiali. Il Re visitò i lavori delle navi che erano sugli scali e nei cantieri ed i bacini. Si fermò qualche tempo sulla “Sicilia”, che si trovava nel bacino maggiore. Uscì dall’Arsenale dalla Porta Nuova, presso gli omonimi bacini[10].

Il 13 settembre il presidente del Consiglio romeno, gen. Florescu, insieme all’aiutante di campo di Re Carlo, colonnello Robescu, visitarono l’Accademia di Belle Arti, accompagnati dal comandante Barozzi[11].

Il 15 settembre il Re visitò il Palazzo Ducale trattenendosi a lungo ad ammirarne le bellezze. Nel partire ebbe parole le più cortesi e gentili per il Direttore del Palazzo che gli aveva fato da guida. Avendo sentito che si trovava a Venezia il pittore Carolus Duran, desiderò conoscerlo e si trattenne a lungo con lui parlando d’arte “di cui si mostrò intelligentissimo”, come tenne a rilevare la “Gazzetta di Venezia”[12].

La Regina Elisabetta, anche se giunta molto prima del Re, non riuscì a vedere Venezia, cosi come desiderava. Soltanto il 29 luglio si recò per la prima volta in gondola a Lido. L’aspettava una carrozza a due cavalli e la Regina, malata, e che a malapena si sosteneva sui piedi, vi fu adagiata e trasportata allo stabilimento dei bagni. Qui era preparata un’elegante capanna sulla spiaggia, alla quale la carrozza accedeva direttamente senza bisogno d’alcun trasbordo. Furono allestiti, allo stesso tempo, anche due camerini per la Regina ed il seguito. Il segretario Tomasini, del Comune di Venezia, ricevett la Regina. Poco dopo giunsero al Lido Elena Văcărescu e il segretario particolare della Regina Scheffer. La Regina trovò incantevole la spiaggia del Lido, però, a causa del troppo vento, essa non fece il bagno. Si fermò nello stabilimento per fare colazione. Dormi poi “placidamente” per ben due ore, sul terrazzino vicino ai camerini stessi, adornato di piante e fiori. Alle tre e mezzo ritornò a Venezia[13].

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La domenica, il 9 agosto, nel pomeriggio, senza far preventivamente avvisare alcuno, si recò col suo seguito al Palazzo Ducale. Non trovandosi nessuno per riceverla fu chiamato il cav. De Stefani che le fece da guida. Dopo mezz’ora, affaticatissima, la Regina lasciò il Palazzo ducale e rientrò all’albergo Danieli, Accanto a Lei era sempre Elena Vècèrescu[14].

Non riusci a fare altre visite. Rimase nell’albergo, dove però ricevette ospiti. Il 17 agosto fu visitata dal sindaco Selvatico. Elli presentò gli omaggi della città (un può più tardi, non trovandosi il sindaco a Venezia quando arrivò la Regina). La Regina accolse il sindaco con grand’affabilità e si trattenne con lui a lungo, dichiarandogli famigliarmente  la sua viva simpatia per Venezia, città scelta da Lei per il riposo[15].

Sulla stampa veneziana e veneta apparivano spesso delle notizie su quello che succedeva all’Albergo Danieli (la Regina si trovava quasi ogni giorno sulle pagine dei giornali). Il fotografo Vianelli, dell ‘“Illustrazione Italiana”, le fece una splendida fotografia mentre scriveva allo scrittoio. “Questa fotografia è un vero quadro, un’opera d’arte”, scrive “La Venezia”[16]. Le notizie che si diffondevano di più erano quelle sulla salute della sovrana. Accanto alla fotografia il giornalista Raffaello Barbiera scrisse un informato articolo, presentandoLa al pubblico italiano come poetessa[17]. E non soltanto come poetessa. Il giornalista riprese il ritratto fatto a Carmen Sylva da Pierre Loti nel suo gabinetto di lavoro, vestita di bianco con un lungo velo, davanti a un cavalletto su cui miniava una pergamena secondo un disegno antico, mentre le damigelle d’onore, nel pittoresco costume romeno, lavoravano anch’esse, accanto a lei silenziose. Questo prechè Carmen Sylva dipingeva; era una acquerellista appassionata[18].

Il 27 agosto 1891 il medico Theodori spedì in proposito una lettera “a Venezia”, dove dichiarava che la Regina aveva subito una “congestione des enveloppes rachidiennes” e non “una paralisi progressiva”, come scrivevano alcuni giornali. A questa “congestione” egli aggiungeva un fortissimo dolore alla testa che la obbligava a letto. Un altro male era anche un’atonia di cuore. Il medico dichiarava che l’unico e più efficace rimedio era il riposo a letto il “che potrebbe diminuire la sua sofferenza”. Ripeteva più in là che non c’erano mai stati sintomi d’alterazione del midollo spinale, aggiungendo che non c’era la febbre. Per tutti questi motivi non fu chiamato il prof. Charcot. Il Prefetto di Venezia telegrafava anch’egli a Roma: “non ha fondamento notizia pubblicata ieri giornale ‘La Venezia’

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che stato di salute Sua Maestà Regina della Romania sia gravissima. Ella da qualche giorno non sta bene … suo stato fisico è assai debole, ma non è in stato gravissimo”[19]. E il Prefetto accusava “le infinite dicerie, alimentate da giornalisti”[20]. Secondo il giornale “L’Adriatico” la Regina stessa esagerava la sua tenuta della salute (malattie). Quando giunse a Venezia, scrive “L’Adriatico”, era “in condizione di salute non fiorente, ma , abbastanza buona”. Nondimeno il giorno stesso del suo arrivo telegrafò al nipote, in tedesco, “siamo ammalate tutte due (intendeva parlare anche della Văcărescu), io non posso muovermi dalla stanza” (il giornalista se ne era andato alla Posta di Venezia). Certo che la Regina esagerava il suo male e inventava poi di sana pianta quella della Văcărescu, la quale stava perfettamente bene. Ma quel telegramma aveva il suo scopo e con lei la Regina mirava evidentemente ad attirare a Venezia il nipote Ferdinando[21].

Le notizie sulla salute della sua moglie non accontentavano il Re Carlo.Costui chiese al ministro italiano a Bucarest di indicargli qualche nome tra le celebrità mediche italiane (il Curtopassi fa le lodi di professori Baccelli, Semmola e Durante, del quale il Re prese nota nel suo taccuino). Il Re chiamò a Venezia i professori tedeschi Forel e Finkelberg, i quali, il 5 e il 6 settembre, consultarono la malata[22]. Il loro verdetto non era allarmante. La Regina soffriva di una depressione nervosa e il solo rimedio era, come diceva anche il suo medico personale, Theodori, il riposo. La Regina non appena si fosse un può rinforzata pensava di andare a Sorrento per passare in quel clima la stagione invernale. Invece il Re Carlo decise di recarsi a Pallanza prima di farLa ritornare in Romania[23]. 

Ma perché si trovava a Venezia la Regina Elisabetta? Perché venne qui anche il Re? Non per caso. Ecco che cosa scriveva il marchese di Curtopassi, il ministro d’Italia a Bucarest, il 28 giugno 1891: “Era già alcun tempo che si bocciavano in città gli amori di Sua Altezza Reale, il Principe ereditario con la signorina Vacarescu, damigella d’onore di Sua Maestà la Regina; né la cosa recava sorpresa nessuno ignorando l’isolamento e l’esistenza quasi claustrale cui finora è stato condannato il Principe Ferdinando”. E il diplomatico italiano continuava scrivendo della notizia che correva sul matrimonio del Principe con la Văcărescu e del fatto che la Regina “lavorava con tenacità all’attuazione di una tale unione senza però aprire l’animo suo al re”, il quale sarebbe rimasto all’oscuro se Dimitrie Sturdza, “convinto e devotissimo dinastico” non gli avesse svelato il progetto e rappresentato, ad un tempo, i grossi pericoli che racchiudeva[24].

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“L’Adriatico”, nell’articolo “L’ultimo romanzo d’amore nelle Corti d’Europa”, scriveva che la Regina Elisabetta “è una delle donne più colte e illuminate di Europa”, che ha vittoriosamente affrontato la critica del pubblico europeo pubblicando sotto lo pseudonimo di Carmen Sylva, versi e pensieri che le hanno procacciata fama di gentile scrittrice. Appassionata della poesia romena, la Regina ha voluto conoscere la giovane autrice dei Chant d’aurore, premiati dall’Accademia francese, dall’autrice che aveva raccolto e tradotto, in forma elegante, i canti dei Cobzars. Proprio la pubblicazione di questi canti attrasse l’attenzione della regina, la quale volle conoscere la giovane autrice. E cosi la signorina Vacarescu fu presentata alla Regina che ammirò subito le belle doti e l’anima altamente poetica della giovane poetessa[25]. Ma la Regina non doveva essere la sola a invaghirsi della giovane poetessa. Le sue qualità inspirarono nell’animo del giovane principe Ferdinando ben altri sentimenti[26].

Il Re Carlo era rimasto irritato dal comportamento della sua consorte, la cui naturale esaltazione raggiunse in quest’occasione, proporzioni veramente eccessive. Considerava tutto, come in realtà lo era, una intromissione negli affari propri del Re; anche perché gli uomini politici romeni lo obbligavano a definire una posizione chiara. Il Consiglio di ministri, riunito sotto la presidenza del Re, dichiarava che l’unione del Principe ereditario con una romena fosse in assoluta contraddizione col voto emesso dai Divani ad hoc di Bucarest e di Iassy nel 1857 e con la vigente Costituzione di 1866[27]. Il Re chiese il parere di tutti gli uomini politici di qualsiasi colore. E tutti si pronunziarono negativamente. P. P. Carp, L. Catargiu, gen. Florescu, D. A. Sturdza avevano persino proposto l’allontanamento

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immediato della signorina Văcărescu dalla Corte e dei tutti “collaborateurs de la Reine, vendus à la Russie[28]. Due cose potevano impedire la decisione degli uomini politici romeni e del Re. “Potremmo assistere, scrive Curtopassi, all’ostinazione del Principe nel voler trarre a nozze la signorina Vacarescu (cui non credo) ed alle minacce della Regina d’abbandonare la Romania, qualora si togliessero la compagnia della sua prediletta damigella d’onore. Nel primo caso lo scaglio sarebbe facilmente superato con la proclamazione del Principe Carlo (ultimo fratello del Principe Ferdinando) a successione del trono; nel secondo (in ogni modo desiderato da tutti per la depredazione della facoltà mentali dell’Augusta Dama) visterebbe da rimpiangere l’abbattimento del re”. Quello che si desiderava era la separazione dei giovani. Il ministro italiano sperava che il padre della ragazza, Văcărescu, ministro della Romania a Roma, contribuisse a facilitare la soluzione dell’incidente ritirando presso di sè la figlia[29]. Nello stesso giorno, l’ambasciatore della Francia a Berlino annunciava che “le Prince ereditaire de la Roumanie est ferme résolu èpouser une demoiselle d’honneur de la Reine, qui meme, n’y metttait pas opposition. Le Cabinet de Berlino averti de la chose envoie aujourd’hui un de ses employés a Sigmaringen pour inviter le Chef de la famille à rappeler auprés de lui le Prince Ferdinand, son fils, afin de le détourner d’un projet dont réalisation murait surtout pour une jeune Dynastie… Le Cabinet de Bucarest envoie de son coté à Sigmaringen dans le meme but et à l’insu du Roi Charles, un de ses employés supérieurs”. L’ambasciatore della Francia aggiunge: “un semblable mariage ne manquerait certainement pas de discréditer les Hohenzollern en Roumanie et de préparer un terrain favorable aux agissement de la Russie[30]. Da Bucarest anche Curtopassi annunciava che il progetto di matrimonio del Principe Ferdinand “è purtroppo vero. A siffatta unione, voluta intensamente, con grande scandalo, da Sua Altezza Reale e dalla Regina, si oppone un veto assoluto del Re e dei suoi consiglieri. Impressione deplorevole presso tutti i parenti. Particolari invierò più tardi”.

Notizie allarmanti allora dalla Corte reale da Bucarest. Il 1 luglio Curtopassi annunciava la partenza del Principe ereditario per Sigmaringen avvenuta il 30 giugno. La famiglia reale si trasferì a Sinaia, da dove, presupponeva il diplomatico italiano, che la regina Elisabetta sarebbe partita presto per la Germania. La signorina Elena Văcărescu rimaneva tuttavia a Corte, forse fino all’arrivo del padre[31]. Otto giorni più tardi, Curtopassi commentava anche la decisione del presidente del Consiglio, il Generale Florescu, che, d’accordo con i suoi colleghi ad all’insaputa del Re,  mandò a Sigmaringen una persona di fiducia affidandogli una lettera per il Principe Leopoldo. Il latore della missiva  (non sappiamo chi fu) era incaricato di ampliare verbalmente le ragioni e le considerazioni vi contenute e

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che avevano consigliato il Gabinetto ad opporsi al matrimonio del Principe Ferdinand e di far quindi intendere a Sua Altezza l’opportunità di non indugiare altrimenti la scelta di una sposa di sangue reale per il Principe. Il messo ministeriale tornò il 8 luglio a Bucarest recante una lettera con la quale il Principe Leopoldo, dopo aver ringraziato con effusione il generale Florescu ed il Gabinetto per l’energia spiegata “pour le plus grand bonheur de la Roumanie” dava formale promessa “di non lasciar tornare il principe Ferdinand nella sua patria di adozione senza che sia ammogliato o almeno fidanzato ufficialmente”.

Sempre Curtopassi comunicava notizie alla Regina. Abbattuta, ma non persuasa, questa sembrava disposta a partire per la Germania ed insisteva per condurre con sé sua damigella Văcărescu. Il Re e i suoi consiglieri vi si sarebbero opposti, “ma non so se riusciranno a fronte della tenace volontà dell’Augusta Dama se non si convenga che il Signor Văcărescu, tuttavia a Vienna, ritiri presso di sé la figlia allorché essa giungerà in quella città”. Comunque fosse, scrive il ministro italiano, lo stato mentale della Regina inspirava serie preoccupazioni e la triste eventualità di un completo smarrimento della ragione non era nemmeno esclusa.

Alla fine, come abbiamo constatato, la Regina non parti per la  Germania, ma per Venezia. Il Re fece sapere a Curtopassi la partenza tramite il suo segretario particolare, il 16 luglio 1891 e tramite il Colonnello Candiano, aiutante di campo, raccomandò che lo stretto incognito della Regina fosse rispettato durante la sua dimora in Italia, “lo stato di salute della Augusta Dama non concedendole di corrispondere, almeno per momento, alle cortesie che le sarebbero usate”.     

Il colonnello Candiano gli aveva fatto sapere che non sarebbe stato improbabile che il Re andasse a raggiungerla tra due o tre settimane per accompagnarla in Svizzera e in Germania. Come ultima concessione allo stato fisico e morale della Regina, malgrado il parere contrario degli ministri, il Re le aveva concesso la compagnia della damigella Văcărescu fino a Venezia, ove la madre sarebbe andata a prenderla. Il ministro Curtopassi informa anche sul Văcărescu, “padre della eroina”, che “non ha voluto riprenderla sul suolo romeno perché non fosse detto che sua figlia sia stata scacciata dalla Corte”. Lui stava a Bucarest senza nemmeno dar segno di vita alla Legazione italiana[32]. Il 19 luglio Curtopassi trasmetteva da Bucarest che in una lettera al Re da Sigmaringen, la prima della sua partenza, il Principe Ferdinand aveva riconosciuto la  sua colpa e aveva chiesto rispettosamente perdono al Sovrano e zio per il grave scandalo provocato, promettendo solennemente di non più rivedere “Madmoiselle Vacarescu”. Si dichiarava allo stesso tempo pronto a sposare quella Principessa sulla quale sarebbe caduta la scelta  dei suoi genitori[33].

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Allora, uno degli innamorati tornava a casa. Ma quell’ altro? Che faceva la Văcărescu in Italia, dove sarebbe andata con la Regina, la sua protettrice? “Il Times annunciava che la signorina Vacarescu aveva intenzione “di ritirarsi per qualche tempo in un convento”[34]. Più avanti, “Il Petit Journal” riprendeva una notizia tedesca, secondo la quale la signorina Văcărescu, che aveva dovuto sacrificare il suo amore per il principe ereditario di Romania alla ragion di stato, avrebbe tentato di suicidarsi a Venezia. Carmen Sylva aveva richiamato a forza di cure la sua protetta alla vita, e le avrebbe fatto giurare di non ricominciare. “Possiamo garantire al nostro collega francese e a quello tedesco  rivelò la notizia, scriveva ironicamente “L’Adriatico”, che a Venezia nulla si sa di tutto questo e che anzi abbiamo veduto domenica la signorina Vacarescu assistere alla regata e l’abbiamo trovata sempre stupendamente bella e sorridente con un aspetto tutt’altro che da persona che avesse tentato di suicidarsi o che avesse intenzione di farlo”[35]. Un altro dramma di Mayerling non si percepiva nell’area[36].

La lettera di Ferdinando, scriveva Curtopassi, ha recato “estremo sollievo a Sua Maestà”. Per questo rimaneva soltanto la preoccupazione circa le condizioni di salute e di mente dell’Augusta consorte. La Regina non poteva rassegnarsi all’allontanamento della sua prediletta damigella d’onore, “che, come s’esprime il diplomato italiano, con arte finissima ha saputo insinuarsi nel suo cuore e si dubita da molti che la separazione segua in questi giorni a Venezia, siccome era stato convenuto al momento della partenza”. Il 30 luglio Curtopassi trasmetteva che il principe ereditario partiva per Germania e che Elena Văcărescu “sarà allontanata dalla Corte, malgrado lamenti e minacce della Regina”[37].

Dopo una discussione con il Re, il 1 agosto 1891, il diplomatico italiano notava le afflizioni di costui secondo le quali nel caso del rifiuto della Regina di separarsi dalla sua damigella d’onore, “si recherà Egli stesso a Venezia per farle intendere che il suo ritorno a Bucarest in compagnia della stessa non è più possibile dopo gl’impegni presi verso il Gabinetto e la pubblica opinione… Spero non essere costretto ad andare a Venezia, ma se le fossi dovrei pregarvi  che anche il mio incognito sia rispettato”[38]. Il Re, affermava Curtopassi, “odia e disprezza la famiglia Vacarescu per i suoi incessanti intrighi” e solo la prudenza “gli impone per ora di non ricorrere a mezzi estremi verso quella madre e figlia”. All’inizio del settembre 1891 il diplomatico italiano annunciava che il Re sarebbe venuto a

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Venezia e, trovandosi a Milano, il generale Florescu, presidente del Consiglio, avrebbe accompagnato il Re, insieme all’amministratore dei beni della Corona e due colonnelli aiutanti di campo. Le incertezze e le esitazioni circa il suo progettato viaggio a Venezia furono dovute ai mutabili pareri dei suoi ministri i quali a secondo dell’atteggiamento della opposizione parlamentare e della pubblica opinione, incoraggiavano un giorno e sconsigliavano il giorno seguente la visita del sovrano.

Nel frattempo continuava l’iindiscreta polemica iniziata dalla stampa romena e da quella di Parigi, e, da Venezia, venivano delle notizie sempre più cattive sulla salute della Regina. Alla fine  il Consiglio di Ministri si pronunciò definitivamente per la partenza del Re, con la condizione che la Văcărescu fosse allontanata dalla sua sovrana. Siffatta decisione fu trasmessa dal Re alla Regina la quale dimenticava sempre della formale promessa fatta , di rinviare cioè appena giunta a Venezia la sua prediletta compagna[39].  

Questo stato di cose rimase immutato parecchie settimane per la dignitosa inflessibilità del Re e del suo Governo e la triste ostinazione della Regina. Non si sapeva, aggiungeva il Curtopassi, come si poteva uscire da questa difficile situazione se il sovrano non avesse fatto sentire alla sua consorte la possibilità di un completo abbandono. Il mezzo riuscì e la stampa veneziana e il dottore della Regina annunciarono l’allontanamento della damigella di onore. La partenza del sovrano romeno fu decisa nel giorno stesso. Il ministro italiano fu chiamato al Castello di Pelesh. “Mi espresse a più riprese il suo vivissimo desiderio di recarsi a Monza od altrove per ossequiare della cordiale simpatia da loro addimostrata verso l’augusta ammalata”. A dare maggior rilievo al suo viaggio agli occhi del paese, il Re sarebbe stato accompagnato dal Presidente del Consiglio, Generale Florescu, poi, il suo seguito sarebbe stato composto del Signor Kalindero, amico del Re, dai colonnelli Candiano Popescu e Robescu, aiutanti di campo, e dal segretario della Presidenza[40].

Il Re Carlo e la Regina Elisabetta partirono da Venezia, il 16 settembre 1891, per Pallanza, con un treno speciale (quattro vetture, due per sovrani, una per i ministri, l’altra per personale ed un carro bagagli, di proprietà tutti delle ferrovie romene). Al treno era attaccato una vettura di prima classe della ferrovia Adriatica, nella quale prese posto il cav. Logrenzi, insieme al personale della ferrovia. Nelle altre vetture, oltre i Sovrani, occuparono posto il principe e la principessa di Wied, il ministro presidente Florescu, il medico Theodori, con la figlia… Le due vetture reali, in velluto verde, costavano 125 000 lire (una somma grande a quel tempo). I sovrani viaggiavano per la prima volta in queste vetture. Il Re Carlo giunse alla stazione in una gondola dell’albergo Danieli, insieme al principe de Wied, fratello della Regina Elisabetta. Poco dopo, in un’altra gondola dello stesso albergo,

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giungeva la Regina, accompagnata dalla cognata, principessa de Wied e il medico Theodori. La Regina era seduta un sedia foderata di stoffa bianca e rossa. Non potendo camminare, fu trasportata nella vettura da tre servitori e da Mihai Zamfirescu, capo principale della stazione di Bucarest. Tra le autorità presenti: il consigliere delegato cav. Monterumici per il prefetto assente, l’assessore Calucci per il sindaco, il questore comm. Raimondi, il capitano di carabinieri, cav. Casanova, il console romeno Candiani, il colonnello del Distretto, cav. Sassi, il sostituto procuratore generale cav. Favaretti, il pittore Carolus Duran, “i molti signori della colonia romena”[41]. I sovrani rimasero a Pallanza fino il 18 settembre quando si separarono. Il Re andò a Monza, dove lo stesso giorno incontrò il re d’Italia Umberto I. La Regina rimase a Pallanza. Un reporter dell’ “Illustrazione italiana”, il 30 gennaio 1892, a qualche mese dal suo soggiorno a Venezia, scriveva che la Regina era irriconoscibile. “L’abbattimento dell’inferma è scomparso. Lo afferma chi ha opportunità d’avvicinare la Sovrana… Carmen Sylva minia, compone, suona il pianoforte. Talvolta la chiesuola dell’Hotel, dove ella alloggia, si riempie di melodie. E’ lei che siede all’armonium. E mentre suona raccolta, prega”. Quando si recava a passeggio la Regina accoglieva volentieri i saluti e rispondeva con un cenno della testa, con un sorriso, comprava frutta e dolci per i bambini del paese, accarezzava i fanciulli… Il Re andò a vederla a Capodanno. “La Regina andò incontro al Re, che l’abbracciò”. Accanto alla Regina non c’era più Elena Văcărescu. C’era un’altra damigella d’onore, la figlia del suo medico Theodori. Sembrava che tutto fosse stato dimenticato.

Un episodio post festum. All’inizio dell’ottobre 1891, Văcărescu, il padre, ancora formalmente rimasto ministro romeno a Roma, volle far rivivere la questione del matrimonio di sua figlia col Principe Ferdinando di Hohenzollern affermando a due consiglieri della Corona che S. A. R. aveva ceduto i suoi diritti al trono al fratello minore, per condurre a nozze l’eletta del suo cuore”. La notizia fu ripetuta da tutti i periodici di Bucarest, mentre, nello stesso giorno, il Figaro, il Temps di Parigi recavano un telegramma da Vienna confermandone il tenore. Ne sorse una appassionata polemica tra i giornali dell’opposizione e gli ufficiali. Il Governo era accusato di proteggere intrighi volgari nei confronti della Dinastia, gli ufficiosi e ufficiali cercavano di giustificare la loro credulità. Poi loro dichiararono la notizia priva del tutto di fondamento; contemporaneamente una lettera del sig. Văcărescu al direttore di un periodico ufficioso negava d’aver detto checchessia al riguardo di sua figlia, “ad una certa data”. Curtopassi discusse con il gen. Florescu e il ministro Esarcu. Ambedue condannarono “les procedès inqualificables et l’imprudence de Monsieur Vacarescu” e il fatto che “questo signore sarebbe urgentemente richiamato dal suo posto e rievocato dal suo ufficio”[42].

Il 1 novembre 1891 il Re Carlo e il Principe Ferdinand giunsero a Sinaia. Il giorno seguente il ministro italiano a Bucarest, Curtopassi, fu invitato a pranzo.

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“Dopo d’avermi espresso in termini entusiastici la sua profonda gratitudine per l’accoglienza ricevuta a Monza dai nostri Augusti Sovrani … le piacque annunciarmi d’avermi conferito la Gran Croce del suo Ordine della Corona di Romania comme souvenir de mon sejour en Italie qui, par ses Souverains et son peuple, a gagnè tout mon coeur”. In quell’occasione parlò anche dell’Arsenale di Venezia, ove aveva visitato la maggiore nave (la Sicilia)[43]. Uomo pragmatico, il Re Carlo era stato impressionato a Venezia da una cosa pratica.

Cosi finisce il capitolo veneziano dell’esistenza della famiglia reale romena. Un capitolo di cronaca? Sì, ma anche qualcosa di più.

 

 

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[1] Scriviamo queste pagine usando esclusivamente fonti italiane, messe alla nostra disposizione, soprattutto le notizie dai giornali veneziani, dal dott. Rudolf DINU. Per conoscere meglio l’episodio Ferdinand-Elena Văcărescu, secondo un’ area più vasta delle fonti, vedi, tra altre, Ion BULEI, Sistemul politic al României moderne. Partidul Conservator [Lo sistema politico della Romania moderna, Il Partito conservatore], Bucarest, 1987.

[2] Il giornale “La Venezia”, riprendendo un articolo apparso su “Kreuzeitung”, attribuiva grande importanza al fatto che il capo del gabinetto romeno accompagnava Re Carlo nel suo viaggio a Venezia e poi a Monza. “Per questo, il colloquio di re Carlo con Re Umberto si presenta non solo come un atto di cortesia internazionale, ma come un atto politico. Certi circoli di Bucarest presumono che si tratti di un ravvicinamento più intimo fra la Rumania e la Triplice Alleanza” (interessante che il giornale non dice di un “ravvicinamento”, ma di un “ravvicinamento più intimo”. Sapeva del Trattato della Romania con la Triplice? Difficile dirlo) (cf. La Venezia, no. 253, 13/14 settembre 1891).

[3] L’arrivò del Re era stato annunciata dal ministro italiano a Bucarest, Curtopassi, insieme con i suoi consigli “di porgere al Re i dovuti omaggi” (vedi Archivio del Ministero degli Esteri italiano, Serie P. Politica 1891-1916, Rumania, pac. 285 (1891-1897), doc. 6582, f. 1-3).

[4] Gazzetta di Venezia, no. 244, 4 settembre 1891.

[5] Aveva allora 48 anni e era ammogliato con la principessa Luigia Matilde, figlia del principe ereditario Massimiliano di Thurn e Taxis.

[6] Non abbiamo trovato i loro nomi.

[7] L’Adriatico, no. 197, 19 luglio 1891.

[8] Difficile pensare che bastava questa somma per l’insegnamento dell’italiano “in tutte” le scuole romene.

[9] Gazzetta di Venezia, no. 248, 8 settembre 1891.

[10] L’Adriatico, no. 253 di 13 sett. 1891.

[11] La Venezia, no. 249, 9-10 settembre.

[12] Gazzetta di Venezia, no. 256, mercoledì, 16 settembre 1891. Ricordiamo che il Re Carlo aveva una bellissima collezione di quadri nel suo palazzo di Sinaia.

[13] Gazzetta di Venezia, no. 208, 30 luglio 1891.

[14] Gazzetta di Venezia, no. 218, 9 agosto 1891.

[15] Gazzetta di Venezia, no. 227, 18 agosto 1891.

[16] La Venezia, no. 250, 10/11 settembre 1891.

[17] Ricorda i suoi volumi Astra, tradotto allora anche in italiano, Meine Ruhe (“Il mio riposo”), pubblicato a Berlino, Jehova, tradotto in francese dalla signorina Văcărescu, Saffo, Mein Rhein, dramma Mastro Maniollo, tolto da una balada romena, Les pensées d’une reine, Canto della foresta, Canti della valle del Dimbovitza, versi “raccolti dalla bocca del popolo” per cura di Elena Văcărescu e tradotti in tedesco da Carmen Sylva….

[18] L’Illustrazione italiana, no. 36, 6 settembre 1891.

[19] Archivio del Ministero degli Affari Esteri, pac 285 (1891 – 1897), doc. 7372: 1.

[20] Ibidem, doc. 3447: 1.

[21] L’Adriatico, no. 264, 24 sett. 1891.

[22] Al secondo assiste anche la dott.ssa Sutter, direttrice dell’Istituto Ostetrico di Zurigo, la quale ebbe altre volte l’occasione di visitare la regina Elisabetta.

[23] Vedi L’Adriatico, n.249, di 7 settembre 1891.

[24] Archivio del Ministero degli Affari Esteri…, doc. 2960: 1-4. Il poteva sapere anche dall’altra parte, come lo crede P. P. Carp, perché la notizia circolava dappertutto.

[25] Il giornale “La Venezia” scriveva  d’Elena Văcărescu che “non è una delle solite creature la cui forza consiste tutta nella bellezza fisica! Ella è un spirito eletto: la profondità dell’occhio risponde a quella del pensiero; la dolcezza del viso risponde a quella dell’anima. E più facile capire che uno se ne innamori, anziché, conoscendola, rimanga indifferente”. Scrive poi della città di Bucarest, adatta come fondo o come ambiente per un amore. “La caratteristica più bella di Bucarest sono i densi giardini che circondano le case, alcuni dei quali sembrano veri nidi d’amore. A sera v’hanno sussuri misteriosi: forse le parole degli amanti, forse il vento tra le fronde, o il pigolo degli uccelli… Intanto luccica nella pianura il corso del Dimbovitza dall’acqua bionda come quella del Tevere”. Scrive poi che la letteratura ha tratto non poco vantaggio dall’intimo legame che stringeva la matura scrittrice, Carmen Sylva, alla nuova poetessa. Elena Văcărescu ha tradotto in francese alcuni libri della Regina, e questa, a sua volta, a tradotto in tedesco e dato voga ai Canti della valle del Dimbovitza, raccolti dalla sua giovane amica. Carmen Sylva li presenta anzi “come un prezioso trovato, un avvenimento nel mondo poetico e pensatore”, cf. ibidem, 3 agosto 1891). Qualche giorno dopo un redattore del giornale, Dionigi Coridori, chiede un’udienza alla signorina Văcărescu. Quest’ultima ringrazia per l’interesse, per “il bell’articolo che la Venezia mi consacra” e che “fu assai apprezzato nel nostro piccolo circolo”, ma, aggiunge la Văcărescu, “io non posso avere il piacere di ringraziarvi a viva voce, perché mi è assolutamente vietato di avere di colloqui coi giornalisti” (cf. ibidem, no.423, 16/17 agosto 1891).

[26] L’Adriatico, no. 195, 17 luglio 1891.

[27] L’unione della Dinastia straniera con una famiglia romena, una volta ammessa, non potrebbe che ripetersi aprendo la strada delle rivalità e turbolenze che hanno sconvolto i paesi romeni per tanti secoli.

[28] Gli uomini politici romeni parlavano con il Re soprattutto in francese.

[29] Archivio del Ministero degli Affari Esteri…, doc. 2960: 1-4.

[30] Ibidem, doc.1269: 1.

[31] Ibidem, doc. 2961: 1.

[32] Curtopassi si gode all’idea che Văcărescu non resterà più a Roma “dopo uno scandalo cosi”, e sarà mandato al suo posto C. Esarco, il ministro degli Esteri, cf. ibidem, doc. 2772, f. 1-3.

[33] Già si parlava di Principessa Maria di Edimburgo, cf. ibidem, doc. 2773, f. 1-3.

[34] L’Adriatico, n. 248, 8 settembre 1891.

[35] L’Adriatico,  no. 223, 14 agosto 1891.

[36] Sulla dramma di Mayerling, del 30 gennaio 1890,  quando moiono Rudolph de Habsburg e la sua amica Maria Vetsera, vedi i libri di Brigitte HAMANN e Bart ISTVÀN, dedicati al principe Rudolph, oppure i libri dedicati a Francesco Giuseppe, scritti da Heinrich DRIMMEL, F. HERRE, Otto ERNST…, anche il nostro libro, scritto insieme con Gabriel PéUN, Monarchi europei, I grandi modelli, Bucarest, 1997: 25-27). Gli eroi venivano dalle Focchi del Danubio, “ou tout è pris à la lègere”, come diceva George Clemenceau nel 1900.

[37] Archivio del Ministero degli Affari Esteri…, doc. 1282: 1.

[38] Ibidem, doc. 3090: 3.

[39] Un’altra condizione è stata quella di allontanare anche Robert Schaeffer, segretario privato della regina, che è proprio destituito dal Re, considerato anche lui colpevole del tutta la faccenda.

[40] Archivio del Ministero degli Affari Esteri…, doc. 3990: 4-6.

[41] La Venezia, no.256, 16/17 settembre 1891.

[42] Archivio del Ministero degli Affari Esteri…, doc. 4260: 1-3.

[43] Ibidem, doc. 4628.