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La trinità dell’agonia politica:

Manipolazione, Immaginario sociale, Mass Media

 

 

              

Mihaela Gavrilã,        

Istituto Romeno di Cultura e

Ricerca Umanistica, Venezia

 

 

 

I. UNA CHIAVE D’INGRESSO

 

 

Il complesso delle esperienze psicoterapeutiche dimostra che per moltissimi di noi le aree della politica e della religione sono più profondamente estranee a processi razionali d’ogni altro segmento dei nostri sistemi consci di credenze e di valori[1]

Wahl, C. W.

 

 

 

Lapproccio che intendo proporre desidero sia percepito come un approccio di tipo comunicativo. Questo perché un soggetto come “L’èthos delle interazioni affettive, una variabile per la speculazione nella manipolazione politica. Studio sui simboli religiosi nel discorso pubblico mediatizzato”, di cui fa parte la ricerca teorica sviluppata più giù, è predisposto ad essere trattato dal punto di vista della filosofia del linguaggio, della psicologia sociale, della sociologia, della semiotica, della retorica. Tenendo conto che il problema della manipolazione, collegato a quel del potere è un problema che non può essere chiarito senza riunire i dati di tutti questi ambiti, mi permetto di sostenere che la comunicazione, come nuova scienza con tante radici, m’aiuterà nell’offrire una prospettiva complessa sull’argomento scelto.

I molteplici punti di vista determinano una deriva metodologica risentita anche al livello del punto di partenza.

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La ricerca teorica troverà nella fenomenologia la soluzione. Di più, posso specificare che l’analisi della costruzione sociale della realtà[2] mi ha offerto la partenza giusta per questo tipo d’indagine. La suddetta metodologia si preoccupa dei processi di oggettivazione, esteriorizzazione (istituzionalizzazione) ed interiorizzazione delle attività sociali realizzate nel mondo della vita quotidiana della gente. Avendo una sorgente nella sociologia fenomenologica, da una parte, e nella sociologia weberiana e durkheimiana, dall’altra parte, questa variante della fenomenologia dimostra che, anche se soggettiva, la realtà sociale contiene un sistema di costrizioni e di controllo sociale tramite quali certi gruppi sociali riescono imporsi nella struttura sociale, diventando dominanti dal punto di vista politico. Questa dominazione è la conseguenza della monopolizzazione dell’universo “sacro” appartenente al mondo della vita odierna della gente (valori ultimi, normatività generalizzata, legittimità culturale).  Berger e Luckmann distinguono tra socializzazione primaria e socializzazione secondaria. Attraverso la prima, l’individuo, fin dalla primissima infanzia, grazie al profondo legame affettivo instaurato con le persone che gli stanno vicino, fa proprio il loro mondo sociale, utilizzando i propri specifici modi di conoscere la realtà, i quali gli appaiono come gli unici possibili, i propri valori e le proprie norme, ciò assumendo i ruoli che gli sono prescritti. La socializzazione secondaria, più cognitiva che affettiva, fa si che l’individuo interiorizzi le conoscenze, i valori, le norme, relativi ad una specifica istituzione. Ovviamente, una socializzazione secondaria implica una preesistente socializzazione primaria, cioè l’interiorizzazione di una particolare interpretazione della realtà considerata tuttavia come realtà di per sé, l’unica esistente e possibile, che è pertanto data per scontata. Ciò significa che sebbene le possibilità di costruire in modo significativo la realtà siano molteplici, ogni società, attraverso l’interazione, definisce ciò che per essa è eminentemente reale. Il problema dell’interazione è di fondamentale importanza, perché, attraverso di essa si creano negli individui la conoscenza della realtà così come essa è percepita nella loro società e l’identificazione di questa realtà per eccellenza. Lo strumento fondamentale attraverso cui ciò si realizza è ovviamente il linguaggio.

 

“La vita quotidiana è soprattutto vista con il linguaggio e per mezzo del linguaggio che condivido con il mio prossimo. Una comprensione del linguaggio è quindi essenziale per ogni comprensione della realtà della vita quotidiana”[3].

 

La proposta metodologica spero sia riuscita ad aprire abbastanza pertinentemente la ricerca che cerca di mettere insieme lo spazio della politica, quello dei valori, la simbolistica sociale e religiosa, tutto attraverso i media.

 

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Per capire meglio la successione dei concetti che proponiamo di chiarire ed i legami creati tra loro, saranno messe in esame le seguente ipotesi tra loro connesse:

- Nella situazione in cui le generiche istituzioni politiche coincidono con i partiti politici, i quali attualmente vivono al loro interno una profonda crisi che per certi aspetti riguarda proprio la comunicazione politica, assistiamo ad un forte indebolimento dei legami con l’elettorato d’appartenenza e con la società civile, in generale.

- L’affermarsi di strutture simboliche nuove rispetto a quelle dei partiti, la crescita di un maturo sistema di comunicazione mass media, il suo ruolo d’attore che non si limita ad “illustrare la politica”, ma che contribuisce a definirla, impongono ai partiti politici tutta una seria d’adattamenti che, se per un verso hanno semplicemente a che fare con le strategie del comunicare politico, per l’altro mostrano di poter avere delle conseguenze non sottovalutabili sulle strutture organizzative dei partiti stessi, compromettendo la loro stessa esistenza (intendiamo qui di più il caso del partito di massa).   

- Viviamo in un momento in cui la politica non è più politica, nel senso classico di processo attraverso cui un gruppo umano, con opinioni ed interessi  inizialmente diversi, arriva alla decisione ed opzione collettiva che s’impongono per l’intero gruppo e simboleggiano una politica di questo nell’insieme. Assistiamo alla desideologizzazione e depoliticizzazione della vita. Se le persone che hanno vissuto nei paesi totalitari desiderano lo statuto molto sognato di cittadino ed elettore libero, se le prime competizioni elettorali dei paesi appena diventati democratici ancora generano entusiasmo e partecipazione di massa ai dibattiti preelettorali, nei paesi dove tutto questo si è consolidato da tempo, la partecipazione si sta riducendo sempre più.          

- Il concetto di valore è trasposto in un modo artificiale dal mondo economico all’intera vita sociale, culturale, religiosa e politica. Sparisce il concetto di virtù, più profondo e proprio per gli aspetti suddetti[4].

- La caduta delle ideologie apre un gran vuoto, sia al livello della vita politica d’apertura attiva[5], sia nella vita delle masse che agiscono nei momenti di decisione (elezioni, referendum) in virtù di aspetti esteriori, simili a quelli proposti dal campo della religiosità.

 

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In un tale contesto politico, dobbiamo decidere quale aspetto potrebbe costituire il fondamento per l’intero costrutto idealistico. C’interessa di più il ruolo dei simboli religiosi nel determinare i comportamenti d’obbedienza? O l’attività politica attraverso la religione? O il modo come devono convivere il nuovo con il vecchio, la tradizione cristiana con le nuove scoperte tecnologiche e sociali? Preferirei soffermarmi di più su quest’ultimo aspetto, portando di fronte a tutti “il nuovo che cresce e stritola tradizioni e culture, modelli tradizionali e modi di vivere e convivere, anche religiosamente”[6].  Si sta creando un sistema assiologico integrato ed armonizzato con la scoperta scientifica, tale da risultare come una religiosità, la quale, anche se prescinde da molte istituzioni e sistemi di potere, non nega necessariamente per questo tipo di ragione i “cosmi sacri” che nei secoli sono stati retaggio dell’umanità.

L’ultimo periodo ci sta offrendo, attraverso la secolarizzazione[7], una trasposizione dei riti e delle parole appartenenti all’arsenale religioso ai livelli della vita quotidiana; i leader politici hanno delle capacità retoriche e di immagine finalizzate a competere con la perfezione proposta delle icone religiose. Il trascorso di questi nuovi presunti  idoli (già diventati!!!) dovrebbe essere uno d’umiltà, sacrificio, dolore per il male degli altri. E noi?! Guardando la televisione, sentendo la radio o leggendo i giornali non abbiamo altra scelta: dobbiamo diventare come loro! O come il loro gruppo d’appartenenza. Però in quale altro modo se non votando per loro?! E così siamo riusciti ad attraversare anche questa volta la crisi generale, l’apatia è passata per poco, ci sentiamo, sempre per poco, parti di un gruppo scelto. Che importa se domani avremo un’altra scelta da fare? Potrebbe ricostruirsi il partito che ci proporrà la giusta Verità!!!     

Così arriveremo in un momento in cui decideremo che i nostri idoli sono delle creazioni quasi perfette dai sofisticati sistemi dei media che ci danno tutto ciò che ci serve per suggerirci l’identificazione oppure l’individuazione nel campo della fede.

Si cerca di speculare, nelle situazioni suddette, sull’idea che la religione giocherebbe soprattutto in favore dell’identificazione, garantendo all’identità stabilità e coerenza attraverso meccanismi quali l’oggettivazione di un ordine trascendente, l’ancoraggio emotivo ad un unico centro di significato, il rituale ed il mito, ossia l’integrazione d’elementi diversi in un universo simbolico coerente.

Ciò che si utilizza ancora è l’essenza della modernizzazione nel piano della perdita personale. Se pensiamo che il processo storico di modernizzazione ha significato una progressiva perdita di rilevanza dell’universo religioso nella vita sociale come in quella dei singoli, da un lato, e una crescita della differenziazione

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sociale e culturale, dall’altro, non è azzardato ipotizzare che l’identità dell’individuo moderno sia andata gradatamente sbilanciandosi, che, in altri termini, soffra di un eccesso d’individuazione. Dei due versanti del processo di modernizzazione il primo - la secolarizzazione dell’universo simbolico - ha avuto, a sua volta, un duplice significato: non solo è consistito in un progressivo restringersi dell’ambito d’influenza religiosa a tutto vantaggio d’istituzioni secolari, ma in primo luogo, come ha rilevato Max Weber, ha assunto la forma di una razionalizzazione e di un “disincantamento” interno allo stesso discorso religioso. Paradossalmente, dunque, nelle società occidentali le grandi religioni monoteistiche, venendosi a sostituire alle religioni tradizionali, hanno dato il primo impulso ad un processo che le avrebbe, nel corso dei secoli, a mano a mano, “spodestate”. Il protestantesimo, in particolare, con la sua concezione del rapporto tra Dio e l’uomo che lascia quest’ultimo nella “solitudine interiore[8] della propria coscienza ha portato il “disincantamento” del mondo alle sue estreme conseguenze, dando impulso al formarsi dell’individualismo moderno.

L’esito del secondo versante - la differenziazione sociale e culturale - storicamente intrecciato al primo, s’identifica nelle nostre attuali società complesse. In esse la religione è soltanto uno dei tanti mondi simbolici possibili e non l’universo simbolico capace di integrarli tutti. L’individuo moderno si trova a migrare continuamente tra gruppi, istituzioni e sistemi culturali non ordinati in una gerarchia o addirittura in concorrenza reciproca. Privata di un centro, l’identità moderna assume tratti precari ed instabili di una “soggettività senza dimora[9].

Questa è la realtà della quale si servono la maggior parte dei politici nel momento in cui propongono la loro verità. Si tratta qui di un tipo di verità capito dal punto di vista proposto da Nietzsche quale la vede come “un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasformate ed abbellite e che dopo un lungo uso sembrano, ad un popolo, solide, canoniche e vincolanti. La verità sono illusioni: un esercito che occupa le nostre menti, le colonizza addirittura sotto le spoglie dell’obiettività”[10]. Il potere cosi inteso è la capacità di influenzare, persino di formare la concezione del mondo e di se stessi e d’altri individui.

 

Perciò, il modo di simbolizzare è quello che c’interessa di più nella nostra tendenza di capire i meccanismi di manipolazione politica attraverso gli usi dei simboli religiosi.

Qual è nella mia ricerca la posizione dei simboli?

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Cerco di chiarirla pensando a due usi definiti di Giorgio Fedel nella prefazione del libro Gli usi simbolici della politica[11]: uno debole ed un altro forte. L’uso debole implica il fatto che la categoria simbolica è agganciata ad altri concetti e sono questi concetti ad avere una portata teorica oppure che può essere sostituita da un’altra categoria, senza violare il suo uso. L’uso forte punta direttamente sull’autonomia logica e sulla forza conoscitiva del simbolo. Questa distinzione può essere mantenuta soltanto al livello formale, perché il medesimo concetto di simbolo può venire usato in modo forte o debole secondo la teoria che lo incorpora. “ È debole in quegli approcci (lo struttural - funzionalismo) in cui si riconosce ovviamente la soggettività dell’azione, ma la forza teoretica - esplicativa va tutta alla struttura istituzionale dei ruoli sociali che, per cosi dire, imbrigliano la soggettività, e la proiettano sul piano astratto degli imperativi funzionali del sistema sociale. Diventa forte, invece, in altri approcci, come ad esempio l’interazionismo simbolico e l’etnometodologia, in cui la realtà sociale non è concettualizzata in termini di una struttura istituzionale stabile e a priori né in termini d’imperativi funzionali, ma viene interpretata come un intergioco dinamico di ‘definizioni delle situazioni’, cioè significati che i soggetti agenti ‘concretamente’ negoziano nelle interazioni”[12].

La prospettiva simbolica apre altre ipotesi, con un punto di partenza nella realtà che: il tratto caratteristico del simbolismo politico è la significazione emotiva. Edelman, riprendendo un’idea lasswelliana[13], ci offre la connessione tra significato emotivo della politica e distanza della politica. La politica sta fuori dell’esperienza della maggior parte delle persone, e, di conseguenza, i suoi simboli riguardano un ambito rispetto al quale gli individui comuni sono massimamente spettatori e hanno scarsa capacità conoscitiva e di controllo degli eventi. Questa è la premessa per l’ipotesi che:

- I significati del linguaggio politico variano in relazione sia al tipo di referente (gruppi ristretti od organizzati, masse), sia alla natura della fonte del linguaggio (autorità elettive o non elettive, gruppi di pressione ecc.);

- I significati mitici o simbolici che sono indirizzati alle masse sono diversi dai significati che il linguaggio politico ha per i gruppi organizzati che perseguono interessi materiali.

- L’investimento collettivo nei simboli politici dipende, con un riferimento compensativo, dalle carenze che possono sussistere in altre sfere d’investimento simbolico, significative per la vita umana (la religione, il lavoro, la vita affettiva ecc.).

Avverto il gentile lettore che le suddette fonti per lo studio proposto saranno sviluppate soltanto in parte, tramite tre capitoli che cercano di chiarire le tre

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braccia che portano  alla deriva della politica. Questa deriva riguarda ciò che rappresenta la politica intessa nel senso classico di politica fatta tramite i partiti di massa, ma non di meno la nuova creazione, una sorta di democrazia plebiscitaria, caratterizzata da una tradizionale debolezza organizzativa e radicamento sociale dei partiti politici.

 

 

 

II. IL CUORE MEDIATICO DELLA POLITICA

 

 

 

Che si stia esagerando o no, tutto il mondo e ancor più gli uomini politici, è convinto che la politica oggi passi sulla televisione. I politici sono presi dalla rabbia quando sono obbligati a perdere  tempo parlando per un pubblico d’alcune centinaia o, nel  migliore dei casi, d’alcune migliaia di spettatori, sapendo che la più sconosciuta emissione televisiva, pure locale, porta con se decine e decine di migliaia!…L’uomo politico francese si aspetta l’apparizione annuale o biennale, se ha la fortuna di far parte del gruppo di  coloro i quali hanno il talento e la rappresentatività che possono aprigli le porte degli studi televisivi e, nel resto del tempo, si compiace nell’anonimato.

Jean-Louis Servan Schreiber[14]

 

 

 

II.1. I MASS-MEDIA ED IL SISTEMA DEMOCRATICO

 

Viviamo in una società in cui si produce sempre più informazione e sempre meno senso, direi usando un’idea di Baudrillard (1982)[15], con il desiderio di suggerire un punto di partenza per un argomento come quello scelto. Come mai un’affermazione sulla società dell’informazione può sostituire un giudizio riguardante la vita politica della stessa società? Perché, dicendo politica intendiamo, da una parte, un mito o un fatto emozionale, e, dall’altra parte, uno sforzo freddo e ben riuscito per arricchirsi o imporre il proprio potere a spese di altri. Ma, la politica può, forse, essere fredda e vantaggiosa per alcuni, proprio perché è anche ossessiva, mitica ed emozionale per altri o per tutti. Però, il nostro punto di vista sarebbe assurdo senza l’esistenza dei media. Essi hanno il ruolo di offrire delle informazioni quali possono annebbiare le persone, determinando la dimenticanza del senso o la mancanza d’interesse per lui. Lo

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scopo iniziale è convertito in un altro, nascosto, incosciente e più collegato agli interessi dei singoli individui. In questo modo, si arriva a ciò che  è desiderato da gruppi di potere che hanno nelle loro mani il potere mediatico.

Dove si trovano i media nel sistema democratico?

Sappiamo che l’informazione ha caratterizzato la democrazia fin dall’antichità, cioè da quando la democrazia è stata inventata come forma di costituzione politica nell’antica città d’Atene. Collegato al termine suddetto troveremmo il concetto di “pubblico” messo sempre in antinomia con “privato”. Entrambe le categorie sono d’origine greca che ci sono state trasmesse nello stampo linguistico romano. Nella città-stato greca al culmine del suo sviluppo la sfera della polis, che è comune ai liberi cittadini, è rigorosamente separata della sfera dell’oikos, che è propria d’ogni singolo (idion). La vita pubblica (bios politikos) si svolge sulla piazza del mercato (l’agorà), ma non è legata ai fatti locali: il carattere pubblico si costituisce tanto nel dialogo (lexis), che può assumere anche la forma del dibattito e della sentenza giudiziale, quanto nell’agire comune (praxis), “riguardi esso la condotta della guerra oppure i giochi agonistici”[16]. Secondo lo stesso Habermas, coloro i quali sono chiamati spesso a legiferare sono esterni alla Città Stato e la redazione delle leggi non appartiene specificamente ai compiti pubblici. L’economia schiavistica in forma patrimoniale costituisce il fondamento dell’ordinamento pubblico. Invece la sfera privata favorisce l’ammissione nella polis dell’oikos despòtes, investito e depositario di ricchezza mobile e disponibilità di forza lavoro, la sfera pubblica si eleva come un “regno della libertà e del permanente”. Ai greci, nella luce della sfera pubblica, tutto diventa visibile a tutti. La polis offre il campo aperto a chi vuole distinguersi onorevolmente. Anche se i cittadini trattano in modo uguale con eguali, ognuno si sforza di emergere, e ciò ci dimostra che le virtù, ben esplicitate da Aristotele, trovano conferma ed il riconoscimento unicamente nell’ambito pubblico.

Abbiamo fatto questa presentazione del testo habermasiano riguardante la sfera pubblica ellenica per ragioni di continuità, non della formula sociale, ma del paradigma ideologico conservato come continuità storica spirituale. Seguendo la stessa linea, le democrazie contemporanee, cercano di mantenere l’aspetto trasparente della sfera pubblica, cioè dell’opinione pubblica. Essa si sta avvicinando sensibilmente ad un bisogno di ricostruzione della doxasfera, “luogo d’incrocio significativo dei principali attori del conflitto nell’epoca della sua maturità comunicativa”[17]. Il giovane studioso in comunicazione Stefano Cristante distingue tra quattro attori che sono compresenti in ogni contesto comunicativo, favorendo il passaggio dalla sfera privata alla sfera pubblica. Si tratta delle “minoranze attive”, gruppi d’interesse e di pressione, del “pubblico generalista”, dei “media” nei loro complesso e dei “decisori istituzionali”. Non possiamo

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parlare della dimensione matura dei processi d’opinione pubblica nella società dell’informazione fuori l’interazione di questi quattro attori. Queste interazioni si verificano nello spazio della doxasfera e si sviluppano non fuori da una relazione di potere. Si sente il bisogno, per un migliore percorso tra i significati di dotarsi di una “teoria dei dispositivi del potere” ridotti da Stefano Cristante a tre soggetti discrezionali del potere: le lobby, i media e le élite economiche. Le lobby rappresentano “la sintesi terminologica del potere associativo, laddove gli individui si aggregano per perseguire finalità condivise e per rendere vincenti gli interessi nascosti dietro le finalità medesime” (gruppi fortemente formalizzati come sindacati, partiti, associazioni professionali o informali di tipo movimenti e gruppi di pressione). I media sono percepiti come una “sintesi narrativa delle azioni sociali giudicate rilevanti”, il progetto immateriale capace di mettere in relazione sensibile gli individui attraverso la regola degli eventi messi in comune, mentre l’élite economiche determinano posizioni decisive nelle strategie della globalizzazione. Mettendo insieme, nello stesso athanore, la mappa del potere e la sfera dell’opinione, possiamo avvicinare l’interpretazione dei flussi comunicativi ad un registro semiotico-sociologico rappresentativo per il modo di viversi il conflitto e la tensione nella contemporaneità e nel passaggio in qui ci troviamo adesso.

Cercherò di raggruppare le opinioni degli studiosi della comunicazione, dopo un modello già celebre, in “apocalittici “ed “integrati”[18].

 

 

II.1.1. UN PUNTO DI VISTA APOCALITTICO

 

Interiorizzando il punto di vista apocalittico, mi permetto di sostenere che stiamo vivendo in una realtà demitizzata, senza certezze e prospettive, in una cultura caratterizzata della crisi di legittimazione dei saperi moderni e denominata postmoderno. C’è una cultura che “designa la tendenza a denunciare l’inattendibilità di qualsiasi fondamento epistemologico, enfatizza la sfiducia nella visione della storia come percorso lineare orientato verso un fine e sottolinea la crisi della fede incondizionata nell’idea di progresso”[19]. È il pericolo del pensiero debole, della chiusura nel soggettivo, della narcisistica fruizione dell’immaginario collettivo come realizzazione[20].

In questa clima culturale, nuove utopie sembrano sostituirsi alle antiche. Tra loro, la società dell’informazione  sta rivoluzionando il modo di vivere e gli assetti sociali e sembra offrire sicurezze proprio per il suo costruirsi non sul futuro immaginato e teorizzato, ma sulla realtà indagata e documentata[21].

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In questo mondo ordinato dell’informazione e della comunicazione, l’introduzione e l’estensione delle tecniche informatiche e telematiche hanno prodotto una vera rivoluzione in tutti i settori, dall’economia alla politica e alla cultura. Daniel Bell considera che il miglioramento degli standard di vita e la riduzione delle disuguaglianze sociali sono state prodotte della tecnologia. Così è nata una “nuova classe d’ingegneri e tecnici”, un nuovo modo di pensare funzionale al quantitativo, un mondo di dipendenze economiche e sociali, definito da una modificazione della percezione estetica del tempo e dello spazio[22].

Questi mutamenti sono evidenti sia nell’economia, sia nel territorio del potere politico che nel settore culturale.

L’argomento scelto c’impegna a rapportarci al potere politico, dove le nuove tecniche, secondo Alvin Toffler, “potrebbero offrire la possibilità di una democrazia diretta, fornendo ai cittadini lo strumento per esprimersi in continuità”[23]. Quest’affermazione, come pure quella che eventuali referendum continui possono dare alla gente la possibilità di decidere su questioni che riguardano tutti, e dare così peso effettivo alle scelte individuali[24], offrono l’apertura per le critiche, da parte di tanti studiosi.

Si sa che la democrazia è il regime dove le scelte politiche debbano essere frutto di confronto e di dibattito, e non soltanto di consultazione. Quindi, richiedono livelli diversi di maturazione, i quali storicamente hanno preso forma nel meccanismo della rappresentanza. Alla base sta il problema della “democrazia informata”, senza la quale prevale la propaganda vista da Jurgen Habermas come la morte della democrazia[25]. Però, entra nel discorso un altro problema, quello del “totalitarismo elettronico[26], un nuovo tipo di prigione, tenendo conto che ogni servizio porta con sè ulteriori controlli da parte delle agenzie, le quali possono fra di loro interagire. Come dice K. Landon, questa è la via per determinare una società dei dossier che dà nascita alle domande come quella di David Lyon, “i cittadini dei nostri giorni stanno veramente diventando le infelici ed inconsapevolmente accomodanti vittime delle sottili e sofisticate tecnologie del potere rese possibili dall’IT (Informazione Telematica)?”[27].

S’impone cosi il concetto “società dell’informazione”, come griglia interpretativa che può generare una nuova schiavitù a causa di una “tecnologia centrale” nelle mani di pochi. Le persone sono controllate tramite un’ipotetica torre centrale di controllo, secondo l’affermazione “sempre visti, senza mai vedere”.

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Dopo questa visione, cercherò di riabilitare i media avvalendomi di un’affermazione appartenente ad un classico della comunicazione, Marshall Mc Luhan, che aiuterebbe nel passare dall’onda apocalittica a quella dei integrati.

 

 

II.1.2. GLI INTEGRATI

 

Mc Luhan considera i nuovi strumenti come “protesi umane”, che amplificano all’infinito i sensi e conferiscono all’individuo una strana sensazione di potenza illusoria[28].

Si tratta dello stesso tipo di potenza denominato di I. P. Culianu, “potere soggettivo”, vale a dire, un tipo di disponibilità di fronte ad un entusiasmo di fattura sacra, quale si manifesta nell’individuo nel contatto con una massa. In questo tipo di contatto si produce una scarica della responsabilità individuale, con degli effetti anomici[29]. In questo caso, la massa sarebbe rappresentata da tutti i supposti affiliati ad un’opinione trasmessa attraverso un mezzo di comunicazione di massa. L’individuo ha bisogno di sentirsi più forte in un mondo in cui il potere è un termine relativo ai grandi colossi o alle grandi masse. I mezzi di comunicazione di massa offrono la possibilità a individui isolati di riconoscersi come parti della stessa opinione, aumentando cosi la forza interiore d’ogni individuo. Da qui, la necessità dell’informazione per la democrazia, fin dall’antichità.

            Nell’età moderna, caratterizzata dalla nascita dei mezzi d’informazione di massa, cioè prima i giornali, poi la radio e il cinema, infine la televisione, l’importanza dell’informazione per la democrazia è confermata dalla restrizioni all’informazione che ogni regime antidemocratico introduce, impadronendosi di radio e televisione e vietando la pluralità dei giornali. Di fatto, in occasioni di rivoluzione o colpi di Stato, il primo atto in genere compiuto dagli agenti è l’occupazione delle sedi della radio e della televisione, nonché l’abolizione dei giornali dell’opposizione.

            La tecnologia contemporanea offre una possibilità d’informazione ad un tale livello difficile da anticipare per le stesse persone viventi anche all’inizio della metà di questo secolo. Attraverso le possibilità suddette si porta alla conoscenza del singolo ogni avvenimento dell’intero pianeta, ma anche l’opinione pubblica del giudizio riguardante lo stesso avvenimento, e quindi la volontà popolare, mediante sondaggi, di cui i leader politici possono disporre. L’uso dei sondaggi, anzi, è divenuto uno degli strumenti più efficaci nel conoscere gli orientamenti dell’opinione pubblica e tenerne conto nel proprio modo di presentarsi all’elettorato, ma anche per orientare la stessa opinione pubblica in

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determinate direzioni, lasciando intendere che  queste direzioni corrispondono a tendenze generali ed inarrestabili.

Nel senso della disponibilità o dell’accesso ai mass media, l’informazione è strumento indispensabile per la conquista del consenso popolare. In ogni società politica moderna, caratterizzata dalla presenza di un elettorato molto vasto e non direttamente raggiungibile attraverso comizi o riscontri diretti, la comunicazione tra candidati ed elettori attraverso i mass media è condizione indispensabile per far conoscere i candidati agli elettori, e spesso è anche condizione sufficiente per la loro elezione. Succede spesso che un candidato è votato unicamente perché viene riconosciuto, perché già visto in televisione, e solo per questo è preferito ad altri, dei quali non si conosce direttamente l’aspetto.                     

L’argomentazione delle affermazioni suddette può essere ricercata nella realtà che la vera importanza dei media si trova al livello concettuale, livello dove si crea l’interdipendenza tra  democrazia, libertà d’espressione e pluriformità. Una nota ufficiale olandese riguardando mass media recita, usando una terminologia ispirata dagli anni settanta, che “i mass media - grazie al loro ruolo di informare, commentare e criticare, ed anche nella loro qualità di strumenti d’emancipazione culturale - costituiscono un lato della democratizzazione, sono il centro vitale della vita pubblica senza di cui la nostra società non può funzionare in conformità con i suoi ideali e le sue regole.”[30]

 

 

 

II.2. LE FUNZIONI MEDIATICHE - UN ARGOMENTO DEMOCRATICO

 

Le teorie funzionaliste giustificano in un modo pertinente il legame tra i media e la vita sociale - politica. Uno dei primi studi di Lasswell mette in discussione le funzioni mediatiche, distinguendo tra “sorvegliare il medio sociale”, “correlare le parti componenti della società e le loro reazioni specifiche”, “trasmettere l’eredità sociale da una generazione all’altra[31]. Questa triade sarà riprodotta più tardi in altri termini: la presentazione dell’attualità (la raccolta e la disseminazione di dati riguardando eventi sociali correnti), la cristallizzazione delle opinioni (i diversi gruppi sociali arrivano ad assumere il loro punto di vista), la socializzazione (si trasmette ciò che si è guadagnato nel piano sociale alla generazione successiva). Lo studio delle varianti di definizione e classificazione[32]

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delle funzioni mediatiche ha condotto ad un insieme di quattro funzioni: la funzione informativa, la funzione interpretativa, la funzione espressiva e la funzione critica.[33]

II.2.1. La funzione informativa riguarda l’alimentazione del pubblico con notizie o informazioni d’eventi sociali ed affari pubblici. In questo contesto l’informazione definisce un carattere fatico più o meno oggettivo.  

II.2.2. La funzione interpretativa rivela l’importanza dell’interpretazione e del giudizio di valore a quali sono sottoposti gli avvenimenti ed i fatti pubblici.

II.2.3. La funzione espressiva dipende dalla misura in cui le diverse correnti d’opinione trovano realmente la loro espressione mediatica. Dal punto di vista funzionale, i mass media sono un foro dove gli individui o i diversi gruppi sociali vengono a conoscenza delle opinioni e guadagnano un’identità politica, culturale o sociale.

II.2.4. La funzione critica riguarda una categoria eterogenea d’attività mediatiche. Si tratta, in primo luogo, del ruolo tradizionale di “cane da guardia” giocato da mass media, in nome del pubblico, di fronte all’apparato statale. In secondo luogo, dobbiamo pensare alla così detta, investigative reporting, l’investigazione o il mettere in luce delle situazioni o aspetti anormali della vita sociale. Il terzo piano si riferisce alla funzione critica come mettere a confronto delle correnti d’opinione divergenti quali si manifestano nella sfera politica, sociale o economica. 

Nella letteratura specializzata, le funzioni più frequenti si possono sintetizzare nei concetti di  foro pubblico e di “cane da guardia [34].

In quasi tutte le considerazioni sul tema della democrazia, non possono non essere considerate le funzioni mediatiche. Una società in movimento com’è la nostra non può corrispondere al precetto di democrazia senza rispettare il diritto

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del pubblico ad essere informato e confrontato con una diversità d’idee, programmi od opinioni politiche. Infatti, la partecipazione alla vita politica, dipende, principalmente, da due condizioni: la condizione d’essere informato e la condizione che i dibattiti siano aperti, abbiano un carattere pubblico. Il ruolo giocato dai mass media in una democrazia può essere reso comprensibile facendo appello alla distinzione realizzata del sociologo tedesco Dahrendorf, fra l’apertura attiva e l’apertura passiva -”aktive” e “passive Offentlichkeit[35]. Dopo Dahrendorf, ogni società è distribuita o divisa (halbierte Gesellschaft): alcuni sono al potere, ma la maggior parte sono fuori potere; solo alcuni dispongono d’informazioni decisive, ma alla maggioranza manca l’acceso a quel tipo d’informazione. Nella prima categoria, d’apertura attiva verso le pubbliche informazioni, sono i ministri, i deputati, i capi di partiti politici, sindacati ed associazioni professionali. Della seconda categoria, con un’apertura passiva, fanno parte quelli che sono implicati nel prendere le decisioni politiche soltanto in ciò che riguarda la partecipazione al voto.

Questa seconda categoria, è rappresentata, dopo Dahrendorf, dal 90-99% della popolazione.

E essenziale per la democrazia che ognuna delle parti sia informata, sappia ciò che anima l’altra meta (how the other half lives). Questo punto di vista, fa trasparire l’importanza che hanno i mass media: l’introduzione della più rilevante informazione nel circuito pubblico è mettere in una relazione informativa le due categorie di pubblico, attivo e passivo[36].

Percepita come punto di partenza, questo cenno di interdipendenza tra mass-media e democrazia porta alla descrizione d’un insieme di tre funzioni mediatiche[37]. La prima funzione mediatica, la funzione informativa, è quella d’informare i cittadini su quale sia il programma di governo, quali intenzioni sottintendono a questo programma e come si può realizzarlo. Questa è, infatti, la funzione mediatica originale: permettere la comunicazione - anche parziale - tra i cittadini e le autorità dello Stato.

La seconda funzione mediatica, la funzione espressiva, permette alle autorità dello Stato o alla categoria attiva, di prendere atto di ciò che anima o agita la popolazione. Si tratta  di un trasferimento d’informazioni dalla società civile alla

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sfera politica, trasferimento in base al quale si possono definire i limiti dell’agire politico.

La terza funzione, legata alla funzione suddetta, è la funzione critica: i mass media hanno il ruolo di criticare il programma politico d’un governo ed il modo in cui questo tenta di realizzarlo.

L’interdipendenza delle tre funzioni, da una parte, e l’interazione mediatica tra la categoria passiva ed attiva, dall’altra, sono relativamente facili da visualizzare in una rappresentazione proposta da tre autori olandesi [38].

 

 

 

Mass media ed il loro ruolo di mediatore politico

 

La cima della gerarchia politica

(l’apertura attiva)

                        

     

          Informazione                                                               Espressione e critica

 

                                                                              

 

 

 

La base politica

(l’apertura passiva)

 

Grazie al fatto che la funzione interpretativa si sovrappone in una certa misura con le altre due funzioni, gli autori hanno preferito semplificare la prospettiva grafica. In realtà, le opinioni nella società sono dovute ad azioni mediatiche d’ordine informativo tramite un’offerta selettiva delle notizie (agenda setting). È difficile fare una distinzione tra il processo di rielaborazione dell’informazione ed il modo di pensare un certo fenomeno. 

Spero di aver esposto in maniera pertinente le oscillazioni tra la prospettiva offerta di un sistema mediale demonico, generatore di tensioni e capace di condurre verso gli interessi di certi gruppi dominanti, e la prospettiva che propone un media regolatore dei ritmi della vita collettiva nei suoi aspetti quotidiani realistici, immaginari e simbolici.  Quest’ultima idea sarà sviluppata nella seconda parte dello studio, dopo di che finiremo di chiarire gli aspetti

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classici, collegati al problema del potere manipolatorio tramite l’immaginario sociale e la sua essenza simbolica.

 

 

 

III. PUNTI DI VISTA SUL CONCETTO DI POTERE

 

 

III.1. QUALCHE DEFINIZIONE

 

“Il potere vi è considerato come un dato oggettivo naturalistico, un attributo meccanicistico, che funzionerebbe come un deus ex machina nelle situazioni storiche specifiche, merce rara a somma zero che è alla base della struttura asimmetrica delle società umane, oppure come una caratteristica di qualsiasi convivenza cosi diffusa da poterla stemperare in un insieme di percezioni soggettive equiparandola, metaforicamente ma non tanto, al sangue d’un organismo biologico o al neutro flusso del denaro in un sistema economico.[39]

 

La definizione offerta di Franco Ferrarotti è situata come fonte per l’indagine teorica sul concetto di potere, impone, attraverso la sua capacità sintetizzante, un percorso deduttivo, se prendiamo un termine proprio delle scienze esatte.

Visto come “la definizione dell’essere”, nel Sofista di Platone, il concetto suddetto comincia ad evolversi in capacità di “influenzare un altro, o di essere influenzati da un altro”[40], per arrivare negli scritti di John Locke, a riprendere la distinzione platonica tra potere passivo e potere attivo, diventando “duplice, cioè capace di fare o di subire un cambiamento”[41].

Il filosofo inglese Gilbert Ryle ha aperto una via interpretativa diventata prassi comune: analizzare gli ascrizioni di poteri in termini di’ enunciati disposizionali. Cioè, come combinazioni di enunciati condizionali o ipotetici anticipano cosa si verificherebbe in un determinato insieme di circostanze se tali poteri fossero esercitati. Sapendo che un dato soggetto ha determinati poteri possiamo indovinare quali enunciati condizionali specificano le disposizioni dello stesso soggetto. Il ragionamento derivato è “X ha il potere di fare A” è la stessa cosa con “X farà o può fare A, nelle condizioni appropriate, in virtù della sua intrinseca natura”[42]

Tutti punti di vista non fanno altro che dimostrare come il potere degli individui e delle collettività ha la capacità di provocare determinati cambiamenti, caratterizzati come “rilevanti[43], “intenzionali[44], ed in servizio dei potenti (“mezzi

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che l’uomo ha alla sua disposizione per raggiungere qualche futuro scopo che a lui sembra vantaggioso”[45]).

Questa capacità può essere analizzata in diverse forme:

 

 

 

III.2. GLI ASPETTI DEL POTERE

 

III.2.1. La sfera del potere risponde alla domanda “Quanti e che tipi d’effetti può produrre un agente?

Da questo punto di vista, un agente è più potente di un altro se la sua sfera d’influenza tramite gli effetti significativi è più grande; ciò significa che gli effetti prodotti per una realtà sociale in parecchi modi diversi sono quelli che allargano l’ampiezza del potere.

 

III.2.2. La portata del potere si riferisce al “tipo di circostanze in cui essa può esplicarsi.[46]

È una prospettiva che offre l’apertura verso la capacità di produrre effetti in dipendenza dal contesto (in un determinato luogo, momento, date le condizioni generali di quel luogo ed in quel momento e secondo una capacita individuale di rispondere ai vari problemi) e la capacità di produrre effetti trascendente il contesto.

Ognuno di questi tipi di potere si manifesta in situazioni diverse o è generato da condizioni diversi.

La capacità dipendente del contesto è creata e agisce nelle situazioni d’ambienti con pochi ostacoli o con ostacoli di resistenza minima; la capacità trascendente il contesto, invece, è risultato delle situazioni più complesse, quando gli ostacoli cambiano o si amplificano. Per ciò, nelle società complesse, il potere si può conservare meglio se non dipende dalle relazioni spazio-temporali, essendo, ci però, il rischio di riprodurre delle soluzioni simili per le situazioni diversi, generando un falso bene. Si manifesta come potere solo nella misura in cui offre delle risposte, ma non delle soluzioni per circostanze reali.

 

III.2.3. La terza prospettiva sulla quale mi fermerò ha come punto di riferimento la relazione tra potere ed intenzionalità. Collegando il presente punto di vista a quello anteriore, si arriverà alla conclusione che il potere dipendente del contesto è più razionale, che possiede la capacità di ottenere l’effetto desiderato, con le risorse appropriate e nelle circostanze favorevoli. Siamo

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nella situazione d’analizzare le abilità, fondate di Steven Lukes come: “Se A possiede una tale capacità di norma, si può contare sul fatto che, se vuole, otterrà l’effetto desiderato”[47]

La parte involontaria del potere è più visibile nel potere trascendente il contesto, caratteristico per i detentori carismatici del potere, al livello individuale. In questa situazione, le capacità possono essere incluse nell’ambito delle capacità di chi produce. Ma, gli effetti involontari possono essere visti pure come imprevisti risultati d’un progetto azionale. Un esempio celebre in questa direzione è quello delle due catene di conseguenze involontarie prodotte dalla guerra delle Falkland, attuata in modo pienamente intenzionale da Margaret Thatcher (guerra che essa aveva il potere di vincere). La prima catena di conseguenza sfociò nel ripristino della democrazia in Argentina; la seconda, nella rinascita del partito conservatore britannico, che dopo i sondaggi di opinione, aveva toccato il punto più basso della sua popolarità dalla seconda guerra mondiale, e nel trionfo del thatcherismo in Gran Bretagna[48].

 

III.2.4. L’ultimo punto marcato dello sguardo sul potere distingue tra potere attivo e potere passivo. Questa distinzione può sembrare artificiale se si pensa all’attività come elemento implicito dell’espressione “esercitare il potere”. Come prospettiva generale, il potere passivo è “il residuo dell’uso passato di un potere attivo, esercitato in precedenza” (ad ex. l’auto censura praticata da scrittori e giornalisti nei regimi autoritari) o quel tipo di potere che “sarà in grado di raggiungere i risultati appropriati senza essere costretto ad agire, esclusivamente in virtù degli atteggiamenti che gli altri hanno nei suoi confronti”[49].

La suddetta opinione non esclude la possibilità che poteri già affermati hanno bisogno d’agire per conservare e consolidare le posizioni sociali e i privilegi.

Tutte queste prospettive sul potere sono state illustrate di Steven Lukes in una tabella che mette di fronte quattro alternative con il loro contrario. Un agente sociale aumenta il suo potere se acquista successivamente ogni caratteristica descritta nelle righe inferiore della tabella[50]. 

 

 

 

Sfera

Portata

Intenzionalità

Attività

Singola questione

Dipendente del contesto

Conseguenze intenzionali

Esercizio attivo

Molteplici questioni

Trascendente il contesto

Conseguenze non intenzionali

Godimento passivo

 

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Ho provato a fare una presentazione del potere partendo dai criteri ben delimitati nella letteratura di specialità, essendo lontano d’esaurimento dei significati.  

Nel definire il potere, abbiamo bisogno pure di una distinzione tra il potere sociale, identificato nello spinoziano potentia, cioè il fatto che una cosa ha bisogno “per cominciare ad esistere della stessa potenza (potentia) che per continuare ad esistere”[51], ed il potere nel senso più ristretto, essenzialmente relazionale e che consiste nel potere su altri. Il corrispondente per quest’ultimo lo troviamo nella stessa opera di Spinoza, sotto forma di potestas, impiegato per indicare il trovarsi nel potere di un altro.

“Ciascuno è soggetto ad un altro fino a quando è potesta (potestas) di un altro e a se stesso in quanto può respingere ogni violenza, punire un danno subito seguendo solo il proprio giudizio e, in maniera generale, quando può vivere a modo suo”[52].

Questo tipo di potere, inteso nello spirito di Spinoza, m’interessa nel mio studio: il potere visto in intima connessione con la libertà: la capacità degli agenti sociali di indurre agli altri di conformarsi alla propria volontà, vincolandone la libertà ed imponendo una certa opinione come opinione che ci appartiene.

Puoi, di più che gli effetti, m’interessano i meccanismi utilizzati nell’esercizio del potere.

 

 

III. 3. I MECCANISMI DEL POTERE

 

L’obbedienza delle persone intesa come limitazione della libertà personale può essere ottenuta in vari modi, conosciuti nella letteratura specializzata sotto il nome di meccanismi del potere.

 

 

 

 


                                        FORZA

                                                                    

                                        COERCIZIONE

  POTERE                        MANIPOLAZIONE

                              

                                        AUTORITÀ

                                                                                        INFLUENZA

                                        PERSUASIONE RAZIONALE

 


                    

 

 

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Cercherò nelle seguenti righe di definire i meccanismi proposti dall’Enciclopedia delle Scienze Sociali[53] e rappresentati nello schema precedente, rispettando, però, un ordine, secondo me più razionale: forza, coercizione, autorità, persuasione razionale, manipolazione. Quest’ordine è la conseguenza di un ragionamento che prevede la necessità di mettere nel centro del dibattito il problema dell’autorità come relazione attraverso cui una persona o un gruppo accetta come legittimo che le sue decisioni e le sue azioni siano guidate da un’istanza esteriore. Così mi sono trovata di fronte al concetto d’autorità vista come relazione di forza e coercizione, da una parte, come risultato di persuasione razionale e capacità manipolatoria, dall’altra. E un’affermazione che mi permette d’identificare la relazione di potere con quella d’autorità e offro come sostegno per la mia opinione le parole di Max Weber.

 

“Per potere si deve intendere la possibilità per specifici comandi (o per qualsiasi comando) di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini, e non già qualsiasi possibilità di esercitare potenza e influenza su altri uomini. Inteso in questo senso, il potere (autorità) può fondarsi, nel caso singolo, sui più diversi motivi di disposizione ad obbedire, cominciando della cieca abitudine fino a considerazioni puramente razionali rispetto allo scopo. Ad ogni autentico rapporto di potere inerisce un minimo di volontà di obbedire, cioè un interesse (interno o esterno) all’obbedienza.”[54]

 

Seguendo l’ordine deciso, delimiterò ognuno dei meccanismi proposti, fermandomi a quelli più vicini all’ argomento proposto: la persuasione razionale e la manipolazione.

 

III.3.1. Forza consiste nel escludere delle possibilità alternative, riducendole nel caso limite ad una sola. Dal punto di vista della Enciclopedia delle scienze sociali, “Per ‘forza’ si intende qualsiasi azione materiale diretta contro le persone fisiche o le loro proprietà che, quando riesce, impedisce loro di agire in un determinato modo o le pone nella situazione desiderata, annullandone le resistenze e, in casi estremi, la stessa esistenza.”[55]

 

III.3.2. La coercizione rappresenta “il conformarsi al nostro volere col porli di fronte ad una scelta che preferirebbero non fare”[56].

E la situazione in cui la modificazione della relativa desiderabilità  delle alternative che si prospettano agli agenti sociali viene come conseguenza delle minacce o sanzioni negative. Per questo tipo di ragione, la coercizione è considerata nella maggior parte dei casi la forma standard del potere. Il

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ragionamento da cui si parte nell’agire coercitivo è quello secondo cui “nella situazione di minaccia, l’alternativa in precedenza preferita, una volta associata alla sanzione negativa, non verrà più perseguita”[57].

 

III.3.3. L’autorità descrive il modo d’esercitare influenza impartendo disposizioni che gli altri accettano come vincolanti. Come abbiamo visto, l’autorità rappresenta una forma d’accettazione diversa sia dell’accettazione per forza, dovuta alla coercizione dell’esercitazione del potere, sia dell’accettazione fondata sulla convinzione. Lo stesso Steven Lukes, nell’Enciclopedia delle Scienze Sociali propone una caratterizzazione pertinente del concetto: “Laddove la manipolazione implica un’arte o una capacità che trascende e talvolta sovverte i dettami della ragione, l’autorità esclude l’uso della ragione e nello stesso tempo vi fa appello. Da un lato, infatti, essa richiede che il soggetto non eserciti la propria facoltà di giudizio; dall’altro invoca una giustificazione per imporre tale rinuncia.”[58]

Il discorso sull’autorità sarà omnipresente in questo modesto inizio di lavoro sulla manipolazione politica, sia dal punto di vista dell’agire o del credere, sia dal punto di vista dell’ignorare le ragioni contrastanti. Perciò mi fermerò adesso soltanto al problema dell’autorità esercitata tramite la persuasione e la manipolazione.

 

III.3.4. La persuasione razionale è il meccanismo del potere che fornisce ragioni o motivi per agire o non agire in un certo modo. La giustificazione per l’importanza della persuasione nell’economia del potere è offerta di Michel Foucault, secondo cui, “l’esercizio del potere è sempre associato ad una certa economia dei discorsi di verità che agiscono attraverso questa associazione e sulla base di essa. Siamo soggetti alla produzione di verità attraverso il potere e non possiamo esercitare potere se non attraverso la produzione di verità.” [59]

Un’altra prospettiva sulla persuasione la presenta come l’attività d’induzione di attitudini e comportamenti delle persone con il fine di produrre le modifiche che sono in accordo con gli scopi e gli interessi dell’agente iniziatore (persone, gruppi, istituzione o organizzazione politica, sociale, culturale, commerciale). È un’attività di convinzione, fondata su una organizzazione delle influenze che può condurre all’aderenza personale del cambiamento atteso, pur essendo l’opposto della coercizione o della forza. Gli effetti della persuasione sono dipendenti sia da fattori personali, sia da fattori che riguardano il modo d’organizzazione delle influenze. A livello personale, distinguiamo ciò che si chiama persuasibilità, ciò è la tendenza individuale ad essere recettivo alle influenze e di accettare i cambiamenti nelle attitudini e nei comportamenti. La persuasività, al contrario della sugestionabilità, richiede, da parte dell’individuo, la coscienza

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dell’accettazione e dell’interiorizzazione dei messaggi trasmessi allo scopo d’influenzare. Essa non ha una distribuzione uniforme, essendo differente, a seconda delle persone. Vediamo come la persuasione arriva o no al suo scopo dopo una serie di fattori tipo: la qualità degli argomenti, il prestigio del agente iniziatore, il contesto sociale in cui si produce o no la comunicazione, il linguaggio usato. In ciò che riguarda il linguaggio, dobbiamo dire che la scelta delle parole non è indipendente dell’effetto seguito dell’emittente, è il risultato di una strategia semantica[60]. Però, di tale aspetto parleremo in una parte riservata alle strategie semantiche in relazione con la persuasione.

 

III.3.5. La manipolazione rappresenta l’azione di determinare in un attore sociale (persona, gruppo, collettività) l’agire e il pensare in un modo compatibile con gli interessi dell’iniziatore, tramite tecniche di persuasione in grado di trasformare volontariamente l’interpretazione della verità, lasciando l’impressione della libertà d’opinione e decisione. Un’altra definizione identifica la manipolazione con “la capacità di ottenere che un altro o altri si conformino alla nostra volontà, mediante l’uso strategico di un arte o abilità (senza implicare ciò che debba necessariamente tradursi in un danno o in un inganno nei confronti dei soggetti manipolati, né che agire in questo modo sia sempre o nella maggior parte dei casi condannabile)”[61]. 

La maggior parte degli studiosi distingue tra due tipi di manipolazione.

Il primo tipo si basa sul fatto che gli attori hanno desideri fissi e preferenze costanti che strutturano tali desideri. Il modo di manifestarsi sul piano pratico di questo tipo di manipolazione è l’induzione, ossia la capacità di raggiungere i propri scopi o di conservarsi la propria posizione corrompendo, subordinando o cooptando un altro o altri. L’induzione può agire anche attraverso la creazione di nuovi desideri e preferenze, piuttosto che attraverso una modificazione delle disposizioni esistenti.

Divide e impera” potrebbe essere la dualità sintetizzante della seconda tecnica di manipolazione. L’idea proposta è quella di “prevenire, scoraggiare e distorcere la comunicazione tra attori subordinati o rivali[62].

 

III. 3.5.A. L’erestetica. William H. Riker propone tre tecniche di manipolazione come modi d’arrivare alla “erestetica”, la capacità di un agente di indurre gli altri a coalizzare o a stringere alleanze con lui, “strutturando il mondo in modo da assicurarsi la vittoria”[63]. Questa capacità viene messa in applicazione

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nelle situazioni di voto. “Prevalendo su B in una votazione, A se ne assicura l’obbedienza solo perché B accetta l’esito della votazione”[64].

Come prima tecnica generatrice d’ erestetica presento il Controllo sull’ordine del giorno. Esso si riferisce alla determinazione di quali questioni debbano essere decise, in che modo e in quale ordine. Questo controllo aiuta ad assumere una data distribuzione di ordinamenti delle preferenze sulla base di previsioni realistiche in ordine alle probabili strategie di voto degli individui. 

Riker considera rilevante per la tale tecnica una vicenda narrata da Plinio il Giovane[65].

Essendo pretore, Plinio affronta il caso di un gruppo di liberti accusati di fronte al Senato di aver ucciso il console Afranio Destro. Tre alternative avevano i senatori: proscioglimento (P), condanna all’esilio (E), condanna a morte (M). Le percentuali per ogni condanna sono: 45%, per il proscioglimento PEM; 35% favorevoli all’esilio EPM; 20% per la condanna a morte MEP. Plinio, che è favorevole al proscioglimento, pensa che, dato che la condanna all’esilio rappresenta l’alternativa in grado di battere le altre in un confronto diretto tra le estreme, sarebbe indicato schierare i senatori in tre gruppi, dichiarando vincitore quello con il maggior numero di voti per la prima preferenza.

La seconda tecnica è proposta sotto il nome di Voto strategico. Si tratta di una strategia in cui i votanti si servono del proprio voto per attrarre l’opinione contraria di fronte a un vincitore apparentemente certo, oppure per condurre in errore un atto di controllo sull’ordine del giorno, votando in modo “non miope”. Esplicitamente, abbandonare l’alternativa preferita quando è possibile sconfiggere un avversario e optare per la seconda scelta del proprio ordinamento delle preferenze.

La manipolazione delle dimensioni è il nome della terza tecnica che consiste nel modificare i termini della questione sulla quale ci si confronta con l’avversario, alterando cosi una posizione di equilibrio in cui quest’ultimo è in situazione di maggioranza. L’esempio citato di Riker è quello di Abraham Lincoln che si trova ad affrontare Stephen Douglas, senatore democratico in carica, nella campagna per l’elezione dei candidati all’assemblea legislativa dell’Illinois (1858). In questa circostanza, Lincoln  specula sull’idea di schiavitù sulla quale sussiste una frattura tra sudisti e nordisti, spostando così l’attenzione dell’elettorato dalla dimensione economica che può avvantaggiare i democratici. Tutta la manovra è impostata sull’ipotesi della possibilità da parte delle assemblee legislative regionali di abolire lo schiavismo.

La manipolazione delle dimensioni, dopo Riker, si presenta come “lo stratagemma erestetico di gran lunga più praticato, uno stratagemma che i politici adottano costantemente”[66].

 

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III. 3.5.B. La retorica. Il secondo tipo di manipolazione, dopo Riker, può essere identificato con ciò che conosciamo sotto il nome di retorica. Se lo scopo d’erestetica è quello di strutturare le alternative degli agenti, lasciando immutate le loro preferenze, la retorica ha come scopo la modifica delle preferenze, persuadendo gli attori a pensare e comportarsi in determinati modi anziché in altri, oppure, come diceva Umberto Eco nel suo Trattato di semiotica generale, “muovere pragmaticamente ed emozionalmente il destinatario”[67].

Il potere manipolatorio tramite la retorica deve essere percepito come una prima forma d’influenza che può manifestarsi come controllo al livello individuale e a livello collettivo.  Il controllo è usato per scoraggiare o prevenire l’azione collettiva come pure la formazione collettiva della volontà. Sono conosciuti vari modi per ottenere tale tipo di controllo: scoraggiando l’altruismo, promuovendo norme che sfavoriscono la cooperazione, propagando o inculcando un atteggiamento fatalistico e pessimistico, incentivando i partecipanti ad aspettare risultati a breve termine, anziché al lungo termine ecc.

Un altro punto di vista sulla manipolazione è proposto di Jon Elster che, per potere manipolatorio, intende influenza sulla volontà. Si tratta di una influenza che può operare sia nel lungo termine, attraverso la socializzazione, sia situazionalmente, attraverso il condizionamento delle preferenze. Elster sostiene che “la rassegnazione, sia indotta in generale da coloro che ne traggono vantaggio” e che “i governanti abbiano realmente il potere di indurre deliberatamente determinate credenze e desideri nei governanti”[68].  La suddetta rassegnazione è fondata sulle credenze e sui desideri visti come “essenzialmente effetti collaterali” (conseguenze secondarie di azioni intraprese per altri scopi). Dato il fatto che l’opinione di Elster si è manifestata nel modo esclusivistico, le reazioni non si sono fatte attendere. Non è obbligatorio che la rassegnazione sia indotta dai detentori del potere. Non è chiaro perché la rassegnazione debba essere essenzialmente un effetto collaterale, quando può essere talvolta perseguita e prodotta deliberatamente, attraverso l’indottrinamento, o il simbolismo, o il rituale, o inducendo la convinzione che non esiste alcuna alternativa allo status quo. Il problema del rapporto tra manipolazione e intenzione non è chiaro, è controverso e non possiamo sostenere che il potere manipolatorio debba essere intenzionale. Questa è la sintesi delle critiche ad Elster, quali critiche possono aprire le porte per complessi dibattiti ideologici.

Tornando alla manipolazione come influenza sulla volontà, si distingue tra l’influenza calda, focalizzata sulle passioni o sulle emozioni, ed influenza fredda, focalizzata sulla ragione e consapevolezza. Nell’ambito dell’influenza

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manipolatoria calda si distinguono “tutte le forme di persuasione emozionale di cui i massimi esperti sono i bambini, i pubblicitari e i retori”[69]. 

Il secondo tipo d’influenza manipolatoria, denominata fredda, opera sulla dimensione cognitiva, influenzando la visione del mondo degli individui. Quest’ultimo tipo è stato studiato dagli psicologi cognitivisti, rappresentati dal gruppo di Amos Tversky[70].

Un ultimo problema, ma il più importante per la nostra ricerca è quello della formulazione d’argomenti. Il potere della retorica, secondo A. Hirschman, consiste nel influenzare le menti e, quindi, le volontà, impiegando risorse come i miti potenti (l’hybris-nemesi, la divina Provvidenza, il mito di Edipo), nonché insidiose e influente formule interpretative. Questi miti potenti sono invocati per il loro carattere intransigente: la loro scaltra refrattarietà a dettagli di situazioni reali che dovrebbero illustrare nonché a “soluzioni di compromesso costruttive[71]. Nella sua tendenza d’esemplificare, Hirchman avanza pure tre tesi contro le riforme degli ultimi due secoli: il principio d’eguaglianza davanti alla legge e contro la violazione dei diritti civili, il suffragio universale (sec. IX) ed il Wellfare State (sec. XX).  Le tre tesi sono l’effetto perverso -”ogni azione che mira a migliorare un qualche aspetto dell’ordine politico, sociale o economico esistente serve solo a peggiorare la situazione che si intende correggere”-, la futilità -”i tentativi di trasformare la società risulteranno vani, semplicemente, non sortiranno alcun effetto”- e la messa a repentaglio -”i costi del cambiamento o della riforma proposti sono troppo alti, in quanto mettono al repentaglio altri, importanti risultati già conseguiti”[72].  

Tutte le tecniche di manipolazione proposte hanno come punto di partenza una buona conoscenza o una capacità d’individuare i simboli appartenenti all’immaginario sociale.  Sostenendo lo stesso punto di vista, Edelman consiglia il riconoscimento di una duplice funzione della politica: la funzione strumentale, che consiste nella distribuzione di beni tangibili, e la funzione espressiva che copre la dimensione simbolica della politica, la dimensione in cui i simboli vengono prodotti, recepiti ed integrati in un immaginario collettivo sottoposto a ristrutturazioni continue. La sua prospettiva è una della tradizione elitistica, secondo la quale gli attori significativi del processo politico sono minoranze organizzate (élites) e la massa, priva di organizzazione, svolge un ruolo non-

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unitario e suscetibile di manipolazione. In questo modo le credenze e le istituzioni, parti dell’immaginario collettivo, che accentuano il peso politico della massa, “assumono una natura fittizia e divengono strumenti di potere per l’élites[73].

 

             

 

IV. TRA IMMAGINARIO SOCIALE ED IL PROBLEMA DEL SIMBOLO RELIGIOSO

 

 

IV.1. DOVE TROVIAMO L’IMMAGINARIO SOCIALE

 

Una scelta di tipo dualista, come quella proposta impone una definizione interdipendente dei concetti veicolati.

Definire l’immaginario sociale sarà difficile perché non esiste una concezione unica e unitaria riguardo ad esso. Per ciò sento la necessità di passare tramite una evoluzione del concetto.

La prima percezione è l’identificazione dell’immaginario sociale con “la proiezione nel futuro di ossessioni, fantasmi, desideri e sogni collettivi”[74]. Si tratta qui dell’attualizzazione di quelle possibilità viste come ottime. In questo senso, Sorin Antohi realizza una relazione tra immaginario e utopia. Sia l’immaginario che utopia si riferiscono ad una proiezione di un modello ideale, ma non obbligatorio ad una proiezione nel futuro[75].

Con il desiderio di trovare una parola rappresentativa per il processo d’imitazione dei “modelli esemplari”, ciò è le immagini, Mircea Eliade usa il concetto d’immaginazione. Per  essere possibile, l’immaginario ha bisogno d’immaginazione, della capacità di concezione di’ immagini che costituiscono la sua sostanza.

Un’altra accezione del termine immaginario viene da parte dello storico francese Jacques Le Goff[76] che delimita un’interpretazione storica la quale si occupa tramite l’analisi di una parte della mentalità collettiva ricca di rappresentazioni, immagini ed ideologie razionalizzanti. Se, nel primo caso, il senso dell’immaginario è legato all’immaginazione, in questa accezione è più legato al processo di costituire, cioè all’immagine. Le Goff ha la coscienza della difficoltà nel definire il termine e prova una definizione tramite tre livelli di riferimento:

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IV. 1.1. Il livello concettuale: “L’immaginario è sempre confuso con ciò che descrive altri termini simili, dai domini che si sovrappongono parzialmente, ma che debbono essere differenziati con attenzione”[77]: la rappresentazione, il simbolo, l’ideologia.

IV. 1.2. Il livello dell’analisi dei documenti storici: “I documenti con cui lavora lo storico possono contenere tutti una dose d’immaginario”[78].

IV. 1.3. Il livello dell’immagine, un concetto controverso, per cui esistono almeno due posizioni dell’analisi: l’una che nega il ruolo dell’immagine nella storia umana, un altra che non può concepire l’orientamento attitudinale e comportamentale senza l’esistenza delle immagini.   

 

IV. 1.3.A. L’immagine come scrittura

Nel suo libro “Galassia Gutemburg”, Marshall Mc Luhan ignora tutto ciò che attiene all’immagine che non sia scrittura e quest’aspetto si rivela più urtante nella condizione in cui l’ipotesi che il cambiamento del rapporto tra i sensi implicati nella ricezione dell’informazione stia inducendo una vera rivoluzione nella mentalità collettiva ed individuale. La sua tesi si riferisce esclusivamente al momento dell’apparizione della stampa: “l’interiorizzazione di qualche media come sono le lettere, modifica le relazioni tra i nostri sensi e trasforma i processi della mente”[79].  

Il passaggio da una cultura “auditiva” ad una “visuale” (caratterizzata da Mc Luhan tramite il processo di leggere le lettere) genera trasformazioni maggiori nella psicologia individuale e nel comportamento collettivo. Addetto ideologico di K. R. Popper , l’autore considera che questa rivoluzione del passaggio dall’auditivo al visuale coincida con una “detribalizzazione” dell’uomo: il comportamento “tribale” degli individui si doveva proprio alla “processazione” auditiva dell’informazione nelle epoche pre-Gutenburg: “l’uomo tribale non-alfabetizzato, vivendo sotto la pressione intensa dell’organizzazione auditiva dell’intera esperienza, vive come in uno stato ipnotico”[80]. Questa ipotesi, come pure la dimostrazione afferente, sono incisive; ciò che ci sembra un grave errore è la mancanza, nella sua teoria, dell’ipotesi che la processazione dell’informazione, fosse originariamente, prima dell’apparizione del linguaggio articolato, di natura prevalentemente visuale. Si tratta di un ipotesi sostenuta dalla maggior parte degli antropologi. Un esempio è proprio l’affermazione di Herbert Read, “prima della parola è stata l’immagine[81]. Se considerassimo come plausibile l’ipotesi che il linguaggio figurativo abbia preceduto il linguaggio verbale, allora, la teoria di McLuhan non resta valida; se il passaggio dall’auditivo al visuale attraverso

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l’invenzione della parola stampata ha determinato una “detribalizzazione” dell’uomo, allora significa che gli uomini primitivi che processavano l’informazione usando dei disegni, appartenevano alle organizzazioni sociali “detribalizzate” o, come dice McLuhan, erano usciti dalla “ipnosi”. Certamente non…

Ma non è il solo errore fatto da McLuhan. Umberto Eco ha ragione quando parla dell’errore “ideologico delle scienze sociali” “considero il proprio discorso immune dall’ideologia”). McLuhan dimostra che, benché consideri la propria dimostrazione stessa come “oggettiva” e “neutrale”, coscio o meno, egli cerca di convalidare le ipotesi, senza considerare o negando proprio gli argomenti contestatori. Eliade, sostiene McLuhan, non fa altro che motivare la nostalgia dopo un modo “tribale” (leggersi “sacro”) di esistenza. L’autore messo in dibattito considera come una gran verità l’affermazione che “l’uomo alfabetizzato è stato disposto a desacralizzare il suo modo d’essere”[82]. Questa citazione dimostra che, preoccupato con l’identificazione dei nostalgici del “tribalismo[83], l’autore non capisce che il messaggio di Eliade e proprio che la società moderna, sebbene pretesa profana, è nei fatti, d’una sacralità nascosta, latente e degradata: “la maggior parte degli uomini senza religione, non sono, in fatti, liberati dei comportamenti religiosi, delle teologie e mitologie (…) l’uomo profano è l’erede del homo religiosus e non può annullare la propria storia…”[84]

Tornando al problema dell’immagine,

 

IV. 1.3.B. L’immagine come risultato fisico dell’attività artistica

Ciò che non dobbiamo dimenticare nel nostro intervento è una seconda posizione, che tratteremo in modo meno approfondito, per motivi d’interesse momentaneo: l’immagine concepita come risultato fisico d’un attività artistica. L’attività artistica ha reso possibile un mondo simbolico e la religione, la filosofia e le scienze si fanno l’apparizione come “modi ulteriori di pensare[85]. Non deve intendersi che oggi il ruolo dell’arte è stato superato, al contrario, la contemplazione delle immagini costituisce uno stadio fondamentale nel processo del pensare: “manipoliamo le idee con metodi scientifici, ma li scopriamo tramite la contemplazione”[86].

            Nella stessa onda d’opinione, Pierre Francastel sostiene che il ruolo dello “oggetto figurativo” ha la tendenza a crescere nella società moderna. Il ruolo dell’immagine è “inestimabile nella manifestazione della mentalità collettiva”[87].

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L’arte stessa, la produttrice dell’immagine, è vista come “uno strumento di propaganda sia nelle mani dei deboli, che dei potenti […] attraverso gli occhi si domina la gente, perché cosi s’addormenta più facilmente la sfiducia”[88]. 

 

  

     

IV. 1.3.C. L’immagine come fonte per la processazione sociale dell’informazione o Dove non manca il simbolo

 

La terza posizione estrema appartiene agli autori che rivendicano il ruolo primordiale dell’immagine nella processazione informazionale al livello sociale ed individuale.

Mircea Eliade, in “Immagini e simboli”, definisce le immagini come “modelli esemplari”, per l’imitazione per cui è necessaria l’immaginazione.

Perché si sente il bisogno d’imitare dei modelli esemplari? Perché, diceva l’autore, “la realtà ultima si manifesta in modo contradditorio e, di conseguenza, non potrebbe essere espressa con concetti”[89]. Eliade si avvicina a Yung, con i suoi archetipi: l’attività umana è la risultante del processo d’imitazione (tramite l’immaginazione) delle Immagini come modelli esemplari.

In collegamento con questa percezione è il problema del simbolo, perché la maggior parte delle Immagini, nel senso particolare offerto da Eliade, sono di natura simbolica.        

Cosa ci rivela il concetto di simbolo?

La differenza essenziale tra uomo ed animale è costituita della capacità interpretativa che caratterizza l’essere umano. Al di là dei confini del mondo fisico, l’uomo trova se stesso tramite la ricostruzione del reale. Egli non conosce la realtà, ma la interpreta in un continuo processo di ricostruzione.

Se dobbiamo introdurre il riferimento temporale, la prima modalità d’interpretazione è stata di natura simbolica. In questo modo, l’Essere è stato totalmente ricostruito in una nuova maniera.

 

“L’uomo non vive più in un universo puramente fisico, egli vive in un universo simbolico. Il linguaggio, il mito, l’arte e la religione sono parti di tale universo (…).L’uomo non affronta più la realtà nel modo diretto; egli non la può vedere, come si dice, faccia a faccia. La realtà fisica sembra ritirarsi, nella misura in cui avanza l’attività simbolica dell’uomo, il quale si è chiuso in queste forme linguistiche, immagini artistiche, simboli mitici o rituali religiosi, che non può vedere o conoscere, fuori dall’interporsi di questo medio artificiale.”[90]        

 

L’apparizione delle interpretazioni simboliche ha costituito, allora, un “cambiamento qualitativo” per il “cerchio funzionale” dell’uomo.

Cosa intendo con il concetto di simbolo?

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Per definire il simbolo devo passare tramite il concetto di segno: un segno è “un qualcosa che rappresenta un’altra cosa rispetto alla sua sostanza fisica”[91]. In questo caso, il simbolo sarà definito come un segno con un numero indeterminato di significati. E possibile che questa definizione non possa soddisfare uno spirito positivo, per ragioni di non-determinazione, ma, secondo me, è la più adeguata possibilità. Al contrario del linguaggio scientifico, dove il concetto tende ad avere un solo significato, il simbolo tenta di dire TUTTO sull’oggetto significato.  Per ciò, dice Evseev, “il senso simbolico è un’ipostasi informazionale ottima del segno”.   

La mia indagine richiede anche la risposta per la domanda “Perché gli uomini fanno appello ai simboli?

Perché, dice Eliade, “la realtà ultima è contraddittoria e non può essere compresa in concetti”[92].

Alla stessa capacità interpretativa si deve anche la gran possibilità che i simboli hanno per nascondersi nelle società moderne, dominate da una nuova capacità interpretativa: l’ANALITICO.

 

“Il linguaggio simbolico nasce una volta con la cultura è l’accompagnerà per quanto tempo la gente risentirà il bisogno di parlare di loro stessi e del mondo, qualcosa che non centra nei significati odierni delle parole o nelle categorie e leggi scientifiche”[93]

 

Tramite il simbolo, gli uomini cercano di alzarsi da ciò che possono solo percepire a ciò che si può soltanto capire, dall’apparenza, all’essenza.

In una maniera sintetica cercherò di presentare alcune condizioni ed attributi del simbolo, con radici nell’accezione di Ivan Evseev:

- il simbolo è un segno con una massima apertura informazionale;

- il simbolo è un segno che riguarda i lati fondamentali dell’esistenza;

- il simbolo è un segno profondo marcato assiologico; esso è l’espressione di una attitudine, di una valorizzazione etica ed estetica;

- il simbolo è un segno paradigmatico;

- il simbolo è un segno con un forte carico affettivo;

- il simbolo è un segno forte centrato antropologico;

- il simbolo è un segno ambivalente, che ha nella sua struttura significati polari; cosi esso trascende le contraddizioni.

 

IV. 1.3.C. a. Il simbolo come anima mitologica

Nell’economia della mia ricerca teorica si rivela necessario un chiarimento del concetto di mito. Esso può essere concepito in relazione al concetto di simbolo; è una narrazione di un simbolo o d’un insieme di simboli.

 

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“Il mito è una concatenazione di simboli; il simbolo è la forma condensata del mito.”[94]

 

La relazione tra simbolo e mito, attraverso la religione, però, è stata analizzata pure di Aurel Codoban che, sotto l’influenza di Eliade, sostiene che “l’essenza dell’esperienza religiosa e simbolica, la sua vera espressione è il mito e il rituale. Il mito esplicita i simboli e li collega tramite un dramma”[95]. Dopo lo stesso autore, il simbolo si rivela e si sta motivando tramite il mito. Esso è l’autointerpretazione religiosa del simbolo; è il “complemento straordinario dell’esperienza religiosa […], il reincontro con il sacro, decidendo un insieme di modelli facili da capire e trasmettere.”[96]  

Il mito si manifesta come depositario di “gesti sacri fondamentali” ed esemplari d’azione; tramite esso il rituale trova una giustificazione e la comunione si realizza intorno alle stesse credenze e comportamenti. P. Ricoeur sostiene che il mito sia una “storia tradizionale” capace d’istituire tutte le forme di pensiero e d’azione, tramite cui l’uomo capisce se stesso e gli altri[97].

La presenza del mito nella mia ricerca è giustificata dalla posizione dello stesso Mircea Eliade, interpretata in una maniera assolutamente personale dallo studioso romeno, Aurel Codoban. Per Eliade la cultura del mito è una cultura chiaramente specificata come religiosa. “L’esemplarità del mito, il suo carattere universale, ci rivela la presenza di una logica comunitaria, dentro di sè. Il mito interpreta, sviluppa e sistema i simboli, le tracce delle ierofanie, delle presenze del sacro nell’esperienza individuale, ma è di più che il simbolo, da parte del mentale collettivo […]. Il mito è assimilato dall’uomo come essere totale, appartenente ad una comunità.”[98]

 

 

 

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IV. 2. IL LEADER CHARISMATICO E LA MANIPOLAZIONE DELL’IMMAGINARIO SOCIALE .    COME HA VINTO BERLUSCONI

                  

 

 

                         “Man mano che la fede religiosa dell’esistenza del Paradiso entra in discesa, il materiale inconscio del mito originale viene conservato in un genere letterario, utopia, ed in una formula politica, il movimento.”[99]

   Frank E. Manuel e Fritzie P. Manuel

 

L’ultimo tentativo realizzabile di quest’inizio di ricerca sulla manipolazione politica tramite i simboli religiosi, cerca di mettere in accordo la conquista del potere, la simbolistica religiosa ed i media, usando come collante l’immaginario sociale.

Un esempio facile da comprendere è quello dello leader carismatico e, come il caso italiano ha offerto tanti esempi nel tempo, mi ci soffermero, come sull’isola dell’utopia di Morus. 

Dal punto di vista di Max Weber, il potere carismatico “poggia sulla dedizione straordinaria al carattere sacro e alla forza eroica o al valore esemplare di una persona, e degli ordinamenti rivelati o creati da essa.”[100] 

Per il caso italiano non si può giocare con l’idea del leader carismatico superando la sfera del partito di massa e quella dei mass media, questo in quanto lavorare per l’immagine significa elaborare strategie comunicative politiche che forniscono ai mass media gli strumenti per diffondere nella società le rappresentazioni desiderate dei partiti. Il terreno sul quale la presenza dei mass media può produrre, più che altrove, importanti conseguenze per i partiti politici di massa, è quello relativo al problema della selezione e della qualità del leader. Assistiamo così ad un processo di maggiore “personalizzazione della politica”[101]. Le nuove forme di comunicazione politica hanno determinato una modificazione dei meccanismi di selezione del leader, favorendo quelle modalità di accesso che hanno come criterio il carisma. Nell’accesso a posizioni di vertice vengono privilegiati quei politici in possesso di caratteristiche più funzionali alla logica dei mass media. Ciò che tende ad avere importanza è l’aspetto fisico del candidato, la

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sua facilità discorsiva, il suo sapersi rappresentare come attore che s’identifica in ogni momento con diversi personaggi o attitudini simboliche facendo parte del mondo immaginario della collettività, il suo sapersi trasformare in Grande Predicatore. Il leader carismatico deve essere animato dalla forza ed urgenza del suo mandato messianico. Rilevante sono cominciati a diventare l’immagine, il carisma, e non le effettive posizioni politiche. In 1983, Panebianco sosteneva che sarebbe stato necessario precisare che il problema descritto non riguarda i livelli di democrazia all’interno dell’organizzazione stessa oppure nel sistema sociale, ma a ben vedere la possibilità di sopravvivenza del partito politico visto come organizzazione di massa. Il leader carismatico implica un’influenza nell’assetto organizzativo che comincia a differenziarsi da quello del partito di massa. Troviamo un’istituzione debole, un potere di tipo monocratico, che passa dallo statuto di partito di massa come istituzione forte, verso il partito carismatico plebiscitario. Si crea una sorta di democrazia plebiscitaria caratterizzata da una tradizionale debolezza organizzativa e radicamento sociale dei partiti politici.[102]

Si arriva all’americanizzazione della campagna, nel senso intesso da Pasquino: “Se i tre elementi politici fondamentali che debbono o possono essere comunicati sono, nella versione statunitense classica: il partito, il candidato, la tematica, il più facile e il più interessante da comunicare, soprattutto per i mass media, è indubbiamente, il candidato”[103].     

L’attuazione dell’uso dei simboli appartenenti all’immaginario sociale, nella manipolazione politica, è molto evidente nell’ascesa all’incarico di Presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia. Le ricerche condotte sulla presenza dei candidati e dei partiti nell’ambito dell’offerta televisiva per la stessa campagna elettorale (1994), affermano che Silvio Berlusconi è stato vincitore in gran parte grazie alla creazione d’un mito televisivo, identificabile con un partito[104].      

 

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“Berlusconi risponde al teorema di ogni nostro appetito e di ogni nostra paura. Quale sia la scelta che abbiamo compiuto nell’urna, rimane un resto da colmare, un incognita da spiegare, un di più da esprimere. Berlusconi è la nostra via di Damasco. Siamo caduti da cavallo, siamo nella polvere. Siamo accecati. Quale è la sovranità che prende luce da questo Segno della nostra condizione presente? Per questo annuncio del futuro? Quale sequenza di desideri ci ha portato a simile agnizione?”[105]

 

Sintetizzava la reazione dell’immaginario collettivo, nel tempo delle elezioni per la Presidenza del Consiglio, Alberto Abruzzese, con una facilità straordinaria di sorprendere una realtà in chiave ironica. Cercando le radici della formazione ideologica del mio apparente personaggio, non posso soprassedere il momento in cui, qualche mese prima della scesa nel campo della politica, alla casa editrice “Silvio Berlusconi Editore”, a cura di Silvio Berlusconi, usciva un’edizione breve del “Il Principe” di Machiavelli, con delle note apocrife di Napoleone. Lo stesso Principe di cui parlava Antonio Gramsci, in 1949, in “Note sul Machiavelli”, dicendo che “è un mito: lui non si presenta come una fredda utopia, ne come un ragionamento dottrinario, ma come una creazione dell’immaginazione concreta che agisce sopra un popolo disperso e polverizzato per suscitare ed organizzare la sua volontà.”[106]

Questo punto di vista mi ha offerto anche lo spunto per presentare Berlusconi e la sua ascesa politica in confronto, spero non tropo esagerato, con le idee religiose del  millenarismo[107].

Berlusconi si fa vedere in un contesto in cui il movimento operaio aveva deluso, non era più capace di creare nuovi gruppi dirigenti, aveva gli addetti invecchiati precocemente e non riusciva modernizzare i propri apparati e le proprie strategie. Si assisteva alla morte d’un mito[108]. La cultura di sinistra che aveva promesso e che aveva giocato il ruolo di mediatore tra intellettuali e  vita quotidiana, tra media e tradizione, tra politica e bisogni, che doveva portare con sè tutte le terre promesse e tutte le credenze salvifiche, è riuscita a deludere. Il partito comunista di massa, il PCI non ha saputo in quel momento acquisire ne la sapienza sulla civiltà di massa, ne una religiosità laica, ne una cultura metropolitana che le tradizioni del centro non comprendevano.[109] In realtà non so dire se sia stato Berlusconi a vincere oppure Occhetto, il suo concorrente, a perdere.

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In questa situazione, lo spazio simbolico dell’italiano, appartenente ad una cultura politica dipendente-partecipativa [110], con delle radici parrocchiali, è diventato meno generoso con “la sinistra divina”[111], che non garantiva la stabilità, e ha spostato la sua fede verso un orientamento che sembrava più deciso. Gli stessi simboli millennaristi diventano l’appoggio per Berlusconi. Per capire cosa è successo nella mentalità collettiva bisognerà pensare alla fenomenologia dei modi dell’Anonimo di vedere la personalità di Silvio Berlusconi. Egli propone la Salvezza, propone le soluzioni vere per i problemi d’una realtà che sembrava insfruttabile. La sua ascesa nella sfera del potere politico è resistente. La dimostrazione di questo fatto è il semplice sguardo alle realizzazioni che lo qualificano come imprenditore. L’elettorato ha bisogno di punti di stabilità, come ha bisogno di fede. L’invenzione della società, per soddisfare questi bisogni, è stato Lui, il risultato della crisi del sistema, come dell’incapacità della gente nel concepire l’unita tra padrone e governante, tra mercato di consumo e mercato del consenso.

Nel suo presentarsi si è speculata pure sulla logica del racconto dalla quale non possono mancare i segni premonitori: “Si dice che Berlusconi stia preparando un partito.” Dopo la notizia, la folla reagisce: si crea l’autorità del desiderio di sapere che genera l’“isteria collettiva moderna” aumentata tramite i mass media. Come il portatore della parola ateniano di cui Herodot diceva che rifiutava ogni tipo di potere (Non voglio ordinare e neanche sopportare.), Berlusconi sostiene che non volle rinunciare al suo mestiere, non volle niente di più, ha un senso limpido del suo equilibrio umano dato dalle sue radici. Sostiene! Perché subito si accorge della sua missione di difensore d’Italia, del pericolo che corre, e si proclama il Salvatore.

L’apparizione di Berlusconi e la sua ricezione da parte degli italiani può essere intesa pure dalla prospettiva di Bleich che dice, adottando un punto di vista psicanalitico, che il profeta deve essere inteso tramite il comportamento d’un fratello più grande che uccide il padre castratore per salvare i fratelli più piccoli. Cosi si realizza il desiderio di toccare immediatamente l’impossibile.[112] Il padre castratore lo troviamo nella nostra situazione nel movimento traditore della sinistra e Berlusconi diventa il fratello più grande, forte, sveglio, carismatico, la proiezione d’un ego popolare insicuro. La crisi della violenza adolescenziale chiarisce l’assetto simbolico d’una crisi d’identità sociale e d’un disequilibrio fondiario. Le barriere razionali di una classe sociale stabile sono distrutte una volta con il sentimento della misura. La gente desidera diventare come lui, sogna una ricchezza che rassomiglia a quella promessa da Baruh nelle sue profezie sul giorno dell’arrivo di

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Messia: saranno dieci mila viti su ogni ceppo, ogni vita avrà dieci mila virgulti, ogni virgulto, dieci mila grappoli ecc[113]. Berlusconi non ha fatto delle promesse, ma il popolo ha nella sua memoria inattiva la simbolistica millenaristica. L’immaginario collettivo ha reagito anche ai cerimoniali del potere pubblico. Il popolo era abituato con lui vestito come padrone, non come un povero. Non si poteva rinunciare a questi aspetti, ma si poteva lavorare sulla voce e sulle parole, per arrivare alla portata di tutti. Così, la solidarietà, il valore più importante del partito di massa e delle ideologie cristiane, nello stesso tempo, è rispettata. E un aspetto che non aveva capito il suo concorrente, rappresentante del PCI, Occhetto, allorché volendo speculare l’ostilità dell’interlocutore, ha dimenticato che l’immagine del nemico si confondeva con quella degli elettori e, offendendo il primo, riusciva a fare la stessa cosa con i secondi. La scena domestica televisiva degli italiani era animata dalla rivolta di qualcuno che stava scoraggiando la buona disposizione e la tranquillità. Quindi, Berlusconi parla la lingua degli innocenti, è umano, ha emozioni, ha la voce tremante dell’uomo semplice che non è abituato allo spettacolo pubblico. Ma, probabilmente la realtà è diversa: egli ha saputo approfittare della sua rappresentatività grazie alla cultura della televisione, della sua “autenticità di cittadino televisivo[114]. Ancora ci vuole, per capire come funziona questo legame tra media ed immaginario sociale, immergersi nelle mitologie piccole e grandi dello schermo, nelle figure moderne e antiche dell’immaginario collettivo.

Riproduco, per esemplificare, un pezzo d’un commento fatto da un’allieva di terza media a Bari, sulla personalità di Berlusconi.

“È tanto tempo che non si fanno più monumenti a grandi personaggi a cavallo. Quelli che ci sono già sono tutti monumenti a grandi personaggi del passato. Ma adesso che c’è il Cavalier Berlusconi, Capo del Governo e abile vincitore di tante cose, forse si farà un altro monumento equino. È probabile, perché Berlusconi è solo all’inizio della sua politica e infatti il suo partito ‘Forza Italia’ ha pochi mesi di vita. Pur essendo un partito ancora in fasce, si può dire, ha già vinto molte cose importante e perciò si può pensare che chissà quante potrà vincere in futuro. E per questo che dico che può essere che nel futuro, a Berlusconi, siccome è anche Cavaliere, ci possono fare un monumento equino. Potrebbe essere lui di bronzo, o di marmo, che guida una coraggiosa carica di cavalleria gridando <Forza Italia>“[115]. Ritroviamo nell’entusiasmo dell’adolescente il motivo del guerriere, che, associato con la percezione sul Berlusconi come “L’Unto del Signore”, ci porta per un’altra volta al movimento Millenarista: “Ma

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troviamo qui [nei movimenti millennaristi n.a.] anche una secolarizzazione dell’attesa giudeo-cristiana, e quindi il soggetto del profeta armato e della violenza generalizzata, considerata necessaria e purificante.”[116] 

Alcuni studiosi possono pretendere che non possiamo fidarci dell’opinione degli adolescenti. Io direi il contrario, dato il fatto che il loro l’immaginario riflette anche l’immaginario “respirato in casa”, ciò che dice il fratello più grande, il padre, le persone con autorità nella famiglia (vedi l’appendice). Loro si permettono di presentare la rivolta dell’icona dimenticata, come pure quella dell’identità dei cittadini lucidi che fanno tutto per la prima volta (pure votare!) e che si sentono più responsabili della loro scelta. Questa coscienza si rivela nel commento molto analitico di un’altra ragazza di terza media:

 

“Silvio Berlusconi, imprenditore, proprietario del Gruppo Fininvest, è un uomo che nel giro di pochissimo tempo è riuscito a creare un partito che si è rivelato il vincente. Ha promosso una campagna elettorale diversa rispetto a quella a cui gli italiani erano abituati, una campagna all’americana: convegni, spot pubblicitari, adesivi, distintivi, magliette, cravatte con il simbolo del suo partito…Ha basato la sua campagna sull’immagine, sull’apparenza. Ha promesso enfaticamente di migliorare la situazione dello stato, proteggendo gli interessi di tutti: una dichiarazione un po’ difficile da capire, dato che è un imprenditore, i cui interessi da quanto ho capito dalla storia, non sono coniugabili con quelli dei ceti popolari. […] Naturalmente tutti gli auguriamo che possa veramente portare <la quiete dopo la tempesta>nella nostra Italia.”[117]

 

L’esplicazione per il modo berlusconiano di presentarsi è nelle parole d’Abruzzese “[Berlusconi] nasce dalla testa della TV e dalla coscia del video”[118]. E ciò che mancava in quel momento alla “cultura dei partiti storici” come anche alla “cultura delle istituzioni[119].

C’era veramente bisogno di Berlusconi per gli italiani? La reazione dell’immaginario collettivo ha dimostrato di sì: perché c’era bisogno di tirar fuori i reali bisogni dell’individuo moderno, consapevole della sua debolezza, ma con la tentazione della forza. È rimasto Presidente del Consiglio per poco tempo, ma la sua proposta culturale vive nelle indecisioni dell’elettore: si è rinunciato alla salvezza tramite il leader di <Forza Italia>, ma non si poteva rinunciare ad un nuovo modello culturale, quello dei nuovi media. Berlusconi ha vinto perché ha saputo dove può “massaggiare” per mandare via le effettive tensioni culturali. L’immaginario collettivo ha assimilato soltanto ciò che ha riconosciuto di più potente o più inedito, le figure massime della trasgressione; l’immaginario televisivo si è tradotto in potere, politica, solidarietà, vincendo nella realtà dei

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rapporti e delle relazioni sociali. Se in quel momento la politica di sinistra scendeva in piazza, “manifestava”, quella di Forza Italia si espandeva sull’un territorio metareale, mediatico.

L’impatto sull’immaginario collettivo è prodotto dal transito d’una medesima identità dei riti del territorio fisico a quelli del territorio mentale. L’ampiezza è come una sorta di cerimoniale dei cerimoniali[120]. Il problema è adesso cosa succede con la società nel contesto in cui tale modello culturale esce vincitore?

Percependo: i partiti come “parti” della società entrati nelle relazione con lo Stato, cioè capaci di aumentare il livello della società; Berlusconi come rappresentante di una “parte”, e adattabile alla massa, capace d’abbassarsi per guadagnare; arriviamo alla conclusione che il suo partito non è riuscito ad arrivare alla fine del suo compito, perché, invece di alzare gli altri, si è abbassato. Ma il suo leader ha guadagnato, che piaccia o no. Ha guadagnato il suo posto di leader carismatico, assunto come simbolo, metafora, incarnazione di una trasformazione radicale della società. La manipolazione si è prodotta!

Siamo arrivati ai nostri principali personaggi, nascosti in ogni riga del testo. Ho parlato degli elettori, del loro mondo simbolico, del loro movimento interno, nel momento del voto e (perché no?!) di ciò che hanno guadagnato pure loro. I sistemi di potere possano avere in mano il potere della persuasione, ma gli elettori approfittano di questi mezzi autoritari per crearsi la propria identità.                                                                                                                                                                         

 

 

 

V. CONCLUSIONI

 

Ciò che hanno in comune le definizioni dell’immaginario sociale è il riferimento al carattere soggettivo, non-razionale del suo contenuto. L’immaginario sociale deve essere visto come un “serbatoio” di simboli, immagini e rappresentazioni, interpretazioni-tipo d’alcuni fenomeni, processi sociali condivisi dalla maggior parte dei membri d’una comunità in un certo momento.  Il suo contenuto è simbolico. Il simbolo deve essere visto qui come segno con una molteplicità di significati (Mircea Eliade, Il sacro ed il profano) ed Evseev sostiene la stessa idea sotto una forma radicale: “una società senza simboli è una società morta”. 

Per ciò mi permetterò di concludere con un’interpretazione - quadro[121] di natura dominante simbolica (essendo dominante nelle nostre società le Immagini-Simbolo, come avrebbe detto Eliade). I simboli hanno la proprietà d’essere

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estremamente stabili, avendo la capacità di nascondersi anche nelle società dominate da interpretazioni analitiche. Questa realtà non implica, però, una statica del simbolo; al contrario, si esercitano pressioni naturali verso le modifiche nell’immaginario sociale.  Dal punto di vista funzionale, non sono possibili le discontinuità che distruggono l’immaginario sociale. Esse (le discontinuità) tendono soltanto a riorganizzare l’immaginario. Un tale tipo di discontinuità si può produrre nelle situazioni in cui si sveglia una parte del fondo simbolico nazionale grazie all’apparizione sul palcoscenico politico di un leader carismatico. Un tale esempio, analizzato nel caso di Berlusconi, per il popolo italiano, ha rivelato che ciò che si ottiene è un mutamento culturale profondo (cioè il risultato della manipolazione intesa come cambiamento in profondità), sulle basi offerte dalle categorie del sacro. Dopo l’evento elettorale, (si deve leggere: ogni evento che è capace di far emergere il fondo inattivo dell’immaginario collettivo nazionale), il sacro rientra nel suo nascondiglio profano, aspettando di manifestarsi in uno degli altri mondi simbolici possibili. Ma, l’immaginario collettivo, trasformato nel modo più o meno cosciente, arriva ad assumersi una tradizione che è il risultato d’un evento sociale generatore di discontinuità. Nel caso messo in dibattito, questo evento è l’assimilazione della cultura dei new media, adottata come tradizione inventata[122] per l’identità politica e sociale di un popolo.   

 

 

Appendice

 

Tutti sono incrati

 

Berlusconi è un granduomo. Lui è anche molto ricco. Nella vita ha vinto tutto e adesso ha vinto anche il governo e le elezioni. Non capisco però perché si è messo con gente come quel Bossi della Lega Nord. Mio fratello dice che Berlusconi sarà nello stesso tempo il Crax e l’Andreotto della situazione del 2.000. Cosi Bossi resterà in brache di tela e imparerà a volere il male dell’Italia, che ben li sta. Prendere o lasciare. Anche quel Fini resterà di nuovo a terra come un coppertone sgonfio.

Cosi dice mio fratello più grande e io ci credo. Anche se non capisco come farà il Signor Berlusconi a fare tutte quelle cose li. Vabbè che lui di cose che ha già fatte tante, anche soldi a palate da svenire. Beato lui.

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Non capisco perché i nemici di Berlusconi ne parlano male o malissimo. Prima dicevano che era tutto marcio e che si doveva cambiare tutta la Repubblica, tutti in galera e avanti tutte le faccie nuove. Adesso che c’è tante faccie nuove e una Repubblica pure nuova di Zecca, con Berlusconi che è nuovissimo anche perché ha sorpresso tutti, i suoi nemici si lamentano e dicono peste e corna. Ma dico: Forza Italia mica cera nella Repubblica di prima! E vero o no?

Dice che Berlusconi prima succhiava ilo late da Craxi e dai socialisti ladri, ma lui è stato più furbo, li ha prima usati e poi buttati fuori dall’auto. Chi perde, perde e non ci è niente da fare. Logico che la gente lo ha votato, perché pensa di fare la stessa cosa: poter continuare a intortare, la cuccagna, però in modo pulito del nuovo Stato italiano, senza pagare il dazio per tangenti, bustarelle e tutte le porcherie grandi e piccole che, dice mio padre, tutti nella vità debbono fare pe campare. Dice mio padre: tutti sono incrati, tutti prima ti usano e poi ti gettano in cesso per poterti pure prendere il posto. Cosi poi non si aricordano come erano fatti prima, quando chiedevano i favori e li pagavano. Dice mio padre, insomma: è logico che hanno votato quel Berlusconi, perché lui è lo specchio degli altri, che si vedono come lui, furbone che la fatta franca e guarda al futuro con fiducia. Insomma, dicono Forza Italia perché ci conviene. Ma noi siamo italiani, mica tedeschi o americani!

Perciò io dico: Viva l’Italia e Viva Berlusconi che ci ha dato la scossa.

 

ENZO, terza media, Palermo, in: Nicotri Pino, Berluscon de’Berlusconi, coll. Gli Specchi, Marsilio Editori, 1994: 85-86.

 

 

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[1] C. W. WAHL, “The Relations Between Primary and Secondary Identifications: Psychiatry and the Group Sciences”, in Eugen BURDICK e Artur J. BRODBECK, American Voting Behavior, Glencoe, Ill., 1959: 263.

[2] P. BERGER, T. LUCKMANN, La realtà come costruzione sociale (1966), Bologna: Il Mulino, 1969.

[3] Ibidem: 60.

[4] C. SCHMITT, La tirannia dei valori, Roma: Antonio Pellicani Editore, 1990.

[5] Nella categoria, d’apertura attiva verso le pubbliche informazioni, sono i ministri, i deputati, i capi di partiti politici, sindacati ed associazioni professionali, cfr. R. DAHRENDORF, “Aktive und passive Oeffentlichkeit”, in W. R. LANGENBUCHER, Zur Theorie der politischen Kommunication, 1974: p. 97-110, apud J. J. Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, Communicatiewetenschap, Muidrberg: Coutinho BV, 1991, trad. rom. “ªtiinþa comunicãrii”, [Bucarest]: Humanitas, 1998: 247-249.

[6] S. ACQUAVIVA, E. PACE, Sociologia delle Religioni, Roma: NIS, 1992: 21.

[7] Voglio intendersi con la secolarizzazione “la relazione che la società e la civiltà europea moderna intrattengono con gli elementi cristiani del passato e gli elementi cristiani persistenti nel presente”, cf. O. CLADWICH, Società e pensiero laico, Torino: SEI, 1982: 290.

[8] M. WEBER, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano: Sansoni, 1974.

[9] P. BERGER, B. BERGER, H. KELLNER, The Homeless Mind, Harmondsworth: Penguin Books, 1973.

[10] F. NIETSCHE, “Su verità e menzogna in senso extramorale”, in idem, Opere complete (a cura di G. COLLI e M. MONTINARI), Milano, 1980, vol. II, tomo III: 361.

[11] M. EDELMAN, Gli usi simbolici della politica, Napoli: Guida Editori, 1987.

[12] G. FEDEL, in M. EDELMAN, op. cit.

[13] H. LASSWELL, A. KAPLAN, Potere e società. uno schema concettuale per la ricerca politica, Milano, 1969.

[14] J. L. SERVAN SCHREIBER, Le pouvoir d’informer, Parigi: Laffont, 1979.

[15] G. BAUDRILLARD, “Oscenità della comunicazione”, Alfabeta, n.40, sett. 1982.

[16] J. HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari: Laterza, 1971.

[17] S. CRISTANTE, in M. MOCELLINI, M. SORICE. (coord), Dizionario di comunicazione, Roma: Editori Riuniti, 1999.

[18] U. ECO, Apocalittici e integrati, Milano: Bompiani, 1964.

[19] M. MORCELLINI, M. SORICE (coord.), op. cit.: 164.

[20] G. VATTIRNO, P. A. ROVATTI, Il pensiero debole, Milano: Feltrinelli, 1983.

[21] A. ARDIGÒ, Per una sociologia oltre il postmoderno, Bari: Laterza, 1988.

[22] D. BELL, The coming of postindustrial society: a venture in social forecasting, Harmondsworth: Penguin, 1974.

[23] A. TOFFLER, The third Wave, Londra: Pan, 1980: 439.

[24] Y. MASUDA, The information society as post-industrial society, Bethesta (MD): World Futures Society, 1981: 3.

[25] J. HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari: Laterza, 1971.

[26] M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino: Einaudi, 1976.

[27] D. LYON, La società dell’informazione, Bologna: Il Mulino, 1991: 38.

[28] M. Mac LUHAN, Gli strumenti di comunicare, Milano: Il Sagiatore, 1967: 67.

[29] G. ROMANATO, M. G. LOMBARDO, I. P. CULIANU, Religione e potere, Genova: Casa editrice Marietti, 1981: 130.

[30] Nota ufficiale, Olanda, 1975.

[31] H. D. LASSWELL, “The structure and function of comunication society”, in L. BRYSON (ed.), The communication of ideas, 1948.

[32] Tra queste varianti ricordiamo quelle offerte di R. K. MERTON, Social Theory and Social Structure (1949), tr. it.: Teoria e struttura sociale, 3 voll. Bologna, 1966 e di C. R. WRIGHT, “Functional analysis and mass comunication”, Public opinion quarterly, 24 (1960): 606-620. I due teorici hanno delineato le funzioni sociali dei mezzi di comunicazione di massa distinguendo tra: Informazione (I media dovrebbero fornire informazioni riguardanti fatti e situazioni che si verificano nella società, e specialmente informazioni rilevanti per il sistema democratico, la partecipazione dei cittadini, l’innovazione e il cambiamento, l’adattamento a situazioni esterne), correlazione (Dovrebbero offrire i commenti, le critiche e le interpretazioni dei fatti.), continuità  (I media “esprimono sia le culture dominanti che quelle minoritarie e ne preservano l’identità nel tempo, contribuendo a formare e a mantenere una continuità dei valori sociali e culturali delle nazioni e dei gruppi sociali che le compongono”, intrattenimento (I vari media forniscono divertimento e distrazione), mobilitazione (I mezzi di comunicazione offrono gli strumenti per la mobilitazione verso svariati obiettivi politici, economici, religiosi e sociali.). Secondo l’Enciclopedia delle Scienze Sociale, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1995, voll. II: 164), le funzioni dei mezzi di comunicazione di massa “saranno specificate in modo diverso se considerate dal punto di vista: a) dell’interesse nazionale; b) delle voci che nelle società cercano una opportunità per esprimersi o per indurre cambiamenti; c) dei detentori del potere economico o politico; d) delle classi  povere e subalterne; e) dei proprietari dei mezzi di comunicazione di massa o di coloro che li controllano.     

[33] cf. J. J. Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, Communicatie wetenschap, Muiderberg: Coutinho BV, 1991, trad. rom. “ªtiinþa comunicãrii”, [Bucarest]: Humanitas, 1998: 247-249.

[34] L. W. HODGES, “Defining press responsibility: a functional approach”, in D. ELLIOTT (ed.), Responsible Jurnalism, 1986: 21-30.

[35] R. DAHRENDORF, “Aktive und passive Oeffentlichkeit”, in W. R. LANGENBUCHER, Zur Theorie der politischen Kommunication, 1974: 97-110, apud Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, op. cit.: 249.

[36] Sulle due categorie di pubblico dei media ed il ruolo socisle dei mezzi di comunicazione sociale dei media, leggersi anche J. BLUMER, E. KATZ (a cura di), The uses of mass communication, Beverly Hills-Londra, 1974, oppure K. E. ROSENGREEN e altri (a cura di), Media gratification research, Beverly Hills-Londra, 1985.

[37] R. GREISZLER, Massenmedien ,Basiskommunication und demokratie, 1973: p. 27-41;   R. WILDENMANN e W. KALTEFLEITER, Functionen der Massenmedien, 1973: 15, apud J. J. Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, op. cit.: 249.

[38] J. J. Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, op. cit,: 250.

[39] F. FERRAROTTI, La sociologia del potere, Roma: Universale Laterza, 1977: IX.

[40] PLATONE, Sofista, 247 e, apud Enciclopedia delle Scienze Sociale, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1995, vol. VI: 722.

[41] J. LOCKE, Saggio sull’intelletto umano, cap. XXI, § 2, apud Enciclopedia delle…: 722.

[42] R. HARRÉ, E. H. MADDEN, Casual powers. A theory of natural necessity, Oxford, 1975: 84-91.

[43] D. M. WHITE, “The problem of power”, British Journal of Political Science”, 2 (1972): 470-490.

[44] B. RUSSELL, Power. A new social analysis, Londra, 1938 (tr. it. Il potere: una nuova analisi, Milano, 1976). 

[45] T. HOBBES, Leviatano, cap. X, apud Enciclopedia delle …: 722.

[46] Enciclopedia delle Scienze Sociale, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1995 vol. VI: 737.

[47] Enciclopedia delle…: 737.

[48] Ibidem: 738.

[49] Ibidem.

[50] Ibidem.

[51] B. SPINOZA, Tractatus politicus, cap. II, § 2, apud Enciclopedia delle…: 737.

[52] Ibidem cap. II, § 9.

[53] Enciclopedia delle …: 730.

[54] M. WEBER, “I tipi del potere”, in F. FERRAROTTI, La sociologia del potere, Roma: Editori Laterza, 1977: 3.

[55] Enciclopedia delle…: 724.

[56] Ibidem: 723.

[57] Ibidem: 724.

[58] Ibidem: 728.

[59] M. FOUCAULT, Power / knowledge, New York, 1980.

[60] Esempi su tale aspetto offre una pubblicazione dell’Istituto di lingue straniere, Facoltà di Scienze politiche, Università di Roma “La Sapienza”, Quaderni di studi linguistici. Atti del convegno La comunicazione politica. Aspetti socio-linguistici e pragmatici. Roma 9-10 maggio 1997  n. 4/5.

[61] Enciclopedia delle…: 725.

[62] Ibidem.

[63] W. H. RIKER, The art of political manipulation, Londra - New Haven, Connecticut, 1986: IX.

[64] Enciclopedia delle…: 725.

[65] Epistolario, Libro VIII, lettera XIV.

[66] W. H. RIKER, The art.…: 150.

[67] Cfr. U. ECO, Trattato di semiotica generale, tr. rom. Tratat de semioticã generalã, Bucarest: Editura ªtiinþificã ºi Enciclopedicã, 1982: 350.

[68] J. ELSTER, Sour grapes. Studies in subversion of razionality, Parigi, 1983 (trad. it.: Uva acerba. Versioni non ortodosse dalla razionalità, Milano, 1989: 115-117).

[69] Enciclopedia delle…: 727.

[70] Gli esperimenti proposti di Amos TVERSKY hanno alla basi la modificazione della desiderabilità quando la descrizione delle alternative è cosi fatta per indurre l’idea che, nel piano razionale, la scelta non comporta alcuna differenza. L’esperimento è stato applicato sui medici e pazienti messi nella situazione di scegliere tra il trattamento con raggi e la chirurgia. L’induzione d’uguaglianza tra scelte si fa presentando i risultati delle statistiche sui tassi di mortalità o di sopravvivenza, cosi che scelta venga effettuata tra descrizioni delle alternative, piuttosto che tra le alternative stesse.      

[71] A. O. HIRSCHMAN, The retoric of reaction, Cambridge, Mass., 1991 (tr. it. Retoriche dell’intransigenza: perversità, futilità, messa a repentaglio, Bologna, 1991: 169).

[72] Ibidem: 6 .

[73] G. FEDEL, in M. EDELMAN, op. cit.: 31.

[74] S. ANTOHI, Utopica. Studii asupra imaginarului social, Bucarest: Ed. ªtiinþificã, 1991: 39.

[75] Secondo Sorin ANTOHI “esistono utopie regressive”, come ad esempio la nostalgia dopo i tempi passati .

[76] J. Le GOFF, Imaginarul Medieval, Bucarest: Ed. Meridiane, 1991.

[77] Ibidem: 6.

[78] Ibidem: 8.

[79] Marshall Mc LUHAN, Galaxia Gutenberg, Bucarest: Ed. Politicã, 1975: 55.

[80] Ibidem: 57.

[81] H. READ, Imagine òi idee, Bucarest: Ed. Univers, 1970.

[82] Ibidem: 123 .

[83] Termine di riferimento per un altro autore rappresentativo per i suoi messaggi ideologici, Karl POPPER (La società aperta ed i suoi nemici….)

[84] M. ELIADE Sacrul ºi profanul, Bucarest: Ed. Humanitas, 1992: 191.

[85] H. READ, op. cit,.: 12.

[86] Ibidem: 2.

[87] P. FRANCASTEL, Realitatea figurativã, Bucarest: Ed. Meridiane, 1972: 57.

[88] Ibidem.

[89] M. ELIADE, Imagini ºi simboluri, Bucarest: Ed. Humanitas, 1994: 25.

[90] E. CASSIRER, Eseu despre om, Bucarest: Ed. Humanitas, 1994: 43.

[91] I. EVSEEV, Cuvânt, simbol, mit, Timiºoara: Ed. Facla, 1983.

[92] ELIADE, op. cit.,1994: 19.

[93] I. EVSEEV, op. cit., 1983: 17.

[94] Ibidem: 17.

[95] A. CODOBAN, Sacru ºi ontofanie, Iaºi: Ed. Polirom, 1998: 98.

[96] Ibidem: 99.

[97] P. RICOEUR, Tempo e racconto, Milano: Ed. Jaca Book, 1987.

[98] A. CODOBAN, op. cit.: 102.

[99] E. F. MANUEL e P. F. MANUEL, Utopian Ttought in the Western World, Cambridge, Massachusetts: The Belknap Press of Harvard University Press, 1979, citato di Sorin ANTOHI, op. cit.: 81.

[100] M. WEBER, apud  A. IZZO, Storia del pensiero sociologico, Bologna: Il Mulino, 1994: 184.

[101] F. S. PADULA, “I partiti nell’arena dei mass media”, Queste istituzioni, anno XV, n. 72-73: 123 .

[102] A. PANEBIANCO, “Tendenze carismatiche nelle società contemporanee”, Il Mulino, n. 4: 507-537.

[103] G. PASQUINO,Personae non gratae? Personalizzazione e spettacolarizzazione della politica”, Polis, a. IV. n. 2, apud S. BENTIVEGNA, Al voto con i media. Le campagne elettorali nell’età della TV, Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1997: 16.

[104] In ciò che riguarda questa storica campagna elettorale raccomando due incitanti saggi di A. ABRUZZESE, Elogio del tempo nuovo. Perché Berlusconi ha vinto, Genova: Costa & Nolan SPA, 1994 e di M. CALISE, Dopo la partitocrazia, L’Italia tra modelli e realtà, Torino: Einaudi, 1994, oppure i saggi di: A. GRASSO, Al paese di Berlusconi, Milano: Garzanti, 1994; G. RUSSO, Perché la Sinistra ha eletto Berlusconi, Roma: Sperling & Kupfer, 1994. L’identificazione tra il mito televisivo Silvio Berlusconi ed il partito Forza Italia è stata dimostrata delle ricerche realizzate del “Centro di ricerca sul ruolo dei mass media nella campagna elettorale”, Mediamonitor, attivo presso il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma e diretto di prof. MORCELLINI. I risultati della ricerca sulla campagna elettorale 1994 sono riuniti nel volume di  M. MORCELLINI, Elezioni di TV. Televisione e pubblico nella campagna elettorale del 1994, Genova: Costa&Nolan, 1995.

[105] A. ABRUZZESE, op. cit.: 7.

[106] A. GRAMSCI, Note sul Machiavelli, Torino, 1946.

[107] Il movimento religioso medioevale che proponeva  l’archetipo della marcia verso La Terra delle Promesse, la copia mistica degli eventi della storia santa come l’esilio, l’esodo, il messaggio celeste, la profezia dell’arrivo del Messia, la legenda del Re Davide ecc.

[108] ABRUZZESE, parlando del PCI, esprima la sua delusione degli sforzi inutili per la riabilitazione: “…E morto senza rinascere. E rinato morto…”, op. cit.: 9.

[109] Cf. ABRUZZESE, op. cit.: 11.

[110] G. ALMOND, S. VERBA, Cultura civicã. Atitudini politice ºi democraþie in cinci naþiuni, Bucarest: Ed. Du Style, 1996.

[111]G. BAUDRILLARD, La sinistra divina.

[112] D. BLEICH, Utopia: The Psychology of a Cultural Fantasy, Ann Arbor, Michigan, 1984, p. 7, apud.S. ANTOHI, op. cit.: 88.

[113] *****************

[114] A. ABRUZZESE, op. cit.: 19.

[115] Le parole di Assuntina, terza media, Bari, sono da trovare in un libro di Pino NICORTI, giornalista veneziano, che ha avuto l’idea di raccogliere, con l’aiuto degli insegnanti delle scuole medie inferiori e superiori di numerose città italiane, i temi sull’argomento Berlusconi, affiancato a Bossi e Fini. I risultati sono da seguire in un libro molto divertente, capace a sdrammatizzare una realtà dell’attualità politica con un semplice sguardo “da angolature o buchi della serratura imprevisti”, Berluscon de’ Berlusconi, coll. Gli Specchi Marsilio Editori, 1994: 22.

[116] O. CLEMENT, La revolte de l’esprit,, Parigi: Stock, 1979: 213-214, apud Sorin ANTOHI, op. cit,: 141.

[117] P. NICOTRI, op. cit.: 84.

[118] A. ABRUZZESE, op. cit.: 25.

[119] Ibidem.

[120] Tale tipo di passaggio può essere ritrovata anche tra la sfera sacra dei cerimoniali sportivi di massa, e la sferra mondana della politica, dove Berlusconi inserisce l’assetto rituale.

[121] Dicendo interpretazione-quadro intendo dire interpretazioni che possono diventare sistemi di riferimento comuni per un tipo di analisi, cf. L. CULDA, Procesualitatea socialè, Bucarest: Ed. Licorna, 1994: 98.

[122] Nello studio delle identità nazionale e politiche, Eric HOBSBAWM parla delle così dette “tradizioni inventate”, viste come “Insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di natura rituale e simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato.” (E. J. HOBSBAWM, “Introduzione: come si inventa la tradizione”, in E. J. HOBSBAWM, T. RANGER (a c. di ), L’invenzione della tradizione, Torino: Einaudi, 1987: 3).