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Istituto Romeno’s Publications
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Annuario 2000
p. 317
La trinità
dell’agonia politica:
Manipolazione, Immaginario
sociale, Mass Media
Mihaela Gavrilã,
Istituto Romeno di Cultura e
Ricerca Umanistica, Venezia
“Il complesso delle esperienze psicoterapeutiche dimostra che per moltissimi di noi le aree della politica e della religione sono più profondamente estranee a processi razionali d’ogni altro segmento dei nostri sistemi consci di credenze e di valori”[1]
Wahl, C. W.
L’approccio che
intendo proporre desidero sia percepito come un approccio di tipo comunicativo.
Questo perché un soggetto come “L’èthos
delle interazioni affettive, una variabile per la speculazione nella
manipolazione politica. Studio sui simboli religiosi nel discorso pubblico
mediatizzato”, di cui fa parte la ricerca teorica sviluppata più
giù, è predisposto ad essere trattato dal punto di vista della filosofia
del linguaggio, della psicologia sociale, della sociologia, della semiotica,
della retorica. Tenendo conto che il problema della manipolazione, collegato a
quel del potere è un problema che non può essere chiarito senza
riunire i dati di tutti questi ambiti, mi permetto di sostenere che la
comunicazione, come nuova scienza con tante radici, m’aiuterà
nell’offrire una prospettiva complessa sull’argomento scelto.
I
molteplici punti di vista determinano una deriva metodologica risentita anche
al livello del punto di partenza.
p. 318
La
ricerca teorica troverà nella fenomenologia la soluzione. Di
più, posso specificare che l’analisi della costruzione sociale della
realtà[2] mi
ha offerto la partenza giusta per questo tipo d’indagine. La suddetta metodologia
si preoccupa dei processi di oggettivazione, esteriorizzazione
(istituzionalizzazione) ed interiorizzazione delle attività sociali
realizzate nel mondo della vita quotidiana della gente. Avendo una sorgente
nella sociologia fenomenologica, da
una parte, e nella sociologia weberiana
e durkheimiana, dall’altra parte,
questa variante della fenomenologia dimostra che, anche se soggettiva, la
realtà sociale contiene un sistema di costrizioni e di controllo sociale
tramite quali certi gruppi sociali riescono imporsi nella struttura sociale,
diventando dominanti dal punto di vista politico. Questa dominazione è
la conseguenza della monopolizzazione dell’universo “sacro” appartenente al
mondo della vita odierna della gente (valori ultimi, normatività
generalizzata, legittimità culturale).
Berger e Luckmann distinguono tra socializzazione primaria e socializzazione
secondaria. Attraverso la prima, l’individuo, fin dalla primissima
infanzia, grazie al profondo legame affettivo instaurato con le persone che gli
stanno vicino, fa proprio il loro mondo sociale, utilizzando i propri specifici
modi di conoscere la realtà, i quali gli appaiono come gli unici
possibili, i propri valori e le proprie norme, ciò assumendo i ruoli che
gli sono prescritti. La socializzazione secondaria, più cognitiva che
affettiva, fa si che l’individuo interiorizzi le conoscenze, i valori, le
norme, relativi ad una specifica istituzione. Ovviamente, una socializzazione
secondaria implica una preesistente socializzazione primaria, cioè
l’interiorizzazione di una particolare interpretazione della realtà
considerata tuttavia come realtà di per sé, l’unica esistente e
possibile, che è pertanto data per scontata. Ciò significa che
sebbene le possibilità di costruire in modo significativo la
realtà siano molteplici, ogni società, attraverso l’interazione,
definisce ciò che per essa è eminentemente reale. Il problema
dell’interazione è di fondamentale importanza, perché, attraverso di
essa si creano negli individui la conoscenza della realtà così
come essa è percepita nella loro società e l’identificazione di
questa realtà per eccellenza. Lo strumento fondamentale attraverso cui
ciò si realizza è ovviamente il linguaggio.
“La vita quotidiana è soprattutto vista con il linguaggio e per mezzo del linguaggio che condivido con il mio prossimo. Una comprensione del linguaggio è quindi essenziale per ogni comprensione della realtà della vita quotidiana”[3].
La
proposta metodologica spero sia riuscita ad aprire abbastanza pertinentemente
la ricerca che cerca di mettere insieme lo spazio della politica, quello dei
valori, la simbolistica sociale e religiosa, tutto attraverso i media.
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Per
capire meglio la successione dei concetti che proponiamo di chiarire ed i
legami creati tra loro, saranno messe in esame le seguente ipotesi tra loro
connesse:
- Nella situazione in cui le generiche
istituzioni politiche coincidono con i partiti politici, i quali attualmente
vivono al loro interno una profonda crisi che per certi aspetti riguarda proprio
la comunicazione politica, assistiamo ad
un forte indebolimento dei legami con l’elettorato d’appartenenza e con la
società civile, in generale.
- L’affermarsi di strutture simboliche nuove
rispetto a quelle dei partiti, la crescita di un maturo sistema di
comunicazione mass media, il suo ruolo d’attore che non si limita ad
“illustrare la politica”, ma che contribuisce a definirla, impongono ai partiti
politici tutta una seria d’adattamenti che, se per un verso hanno semplicemente
a che fare con le strategie del comunicare politico, per l’altro mostrano di
poter avere delle conseguenze non
sottovalutabili sulle strutture organizzative dei partiti stessi,
compromettendo la loro stessa esistenza (intendiamo qui di più il
caso del partito di massa).
- Viviamo in un momento in cui la politica non
è più politica, nel senso classico di processo attraverso cui un
gruppo umano, con opinioni ed interessi
inizialmente diversi, arriva alla decisione ed opzione collettiva che
s’impongono per l’intero gruppo e simboleggiano una politica di questo
nell’insieme. Assistiamo alla
desideologizzazione e depoliticizzazione della vita. Se le persone che
hanno vissuto nei paesi totalitari desiderano lo statuto molto sognato di
cittadino ed elettore libero, se le prime competizioni elettorali dei paesi
appena diventati democratici ancora generano entusiasmo e partecipazione di
massa ai dibattiti preelettorali, nei paesi dove tutto questo si è
consolidato da tempo, la partecipazione
si sta riducendo sempre più.
- Il
concetto di valore è trasposto in un modo artificiale dal mondo
economico all’intera vita sociale, culturale, religiosa e politica. Sparisce il concetto di virtù,
più profondo e proprio per gli aspetti suddetti[4].
- La
caduta delle ideologie apre un gran vuoto, sia al livello della vita politica d’apertura attiva[5],
sia nella vita delle masse che agiscono nei momenti di decisione (elezioni,
referendum) in virtù di aspetti esteriori, simili a quelli proposti dal
campo della religiosità.
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In
un tale contesto politico, dobbiamo decidere quale aspetto potrebbe costituire
il fondamento per l’intero costrutto idealistico. C’interessa di più il
ruolo dei simboli religiosi nel determinare i comportamenti d’obbedienza? O
l’attività politica attraverso la religione? O il modo come devono
convivere il nuovo con il vecchio, la tradizione cristiana con le nuove
scoperte tecnologiche e sociali? Preferirei soffermarmi di più su
quest’ultimo aspetto, portando di fronte a tutti “il nuovo che cresce e stritola
tradizioni e culture, modelli tradizionali e modi di vivere e convivere, anche
religiosamente”[6]. Si sta creando un sistema assiologico
integrato ed armonizzato con la scoperta scientifica, tale da risultare come
una religiosità, la quale, anche se prescinde da molte istituzioni e
sistemi di potere, non nega necessariamente per questo tipo di ragione i “cosmi sacri” che nei secoli sono stati
retaggio dell’umanità.
L’ultimo
periodo ci sta offrendo, attraverso la secolarizzazione[7],
una trasposizione dei riti e delle parole appartenenti all’arsenale religioso
ai livelli della vita quotidiana; i leader politici hanno delle capacità
retoriche e di immagine finalizzate a competere con la perfezione proposta
delle icone religiose. Il trascorso di questi nuovi presunti idoli (già diventati!!!) dovrebbe
essere uno d’umiltà, sacrificio, dolore per il male degli altri. E noi?!
Guardando la televisione, sentendo la radio o leggendo i giornali non abbiamo
altra scelta: dobbiamo diventare come loro! O come il loro gruppo d’appartenenza.
Però in quale altro modo se non votando per loro?! E così siamo
riusciti ad attraversare anche questa volta la crisi generale, l’apatia
è passata per poco, ci sentiamo, sempre per poco, parti di un gruppo scelto.
Che importa se domani avremo un’altra scelta da fare? Potrebbe ricostruirsi il
partito che ci proporrà la giusta Verità!!!
Così
arriveremo in un momento in cui decideremo che i nostri idoli sono delle
creazioni quasi perfette dai sofisticati sistemi dei media che ci danno tutto
ciò che ci serve per suggerirci l’identificazione oppure
l’individuazione nel campo della fede.
Si cerca di speculare, nelle situazioni suddette,
sull’idea che la religione giocherebbe
soprattutto in favore dell’identificazione, garantendo all’identità
stabilità e coerenza attraverso meccanismi quali l’oggettivazione di un
ordine trascendente, l’ancoraggio emotivo ad un unico centro di significato, il
rituale ed il mito, ossia l’integrazione d’elementi diversi in un universo
simbolico coerente.
Ciò che si utilizza
ancora è l’essenza della modernizzazione nel piano della perdita
personale. Se pensiamo che il processo storico di modernizzazione ha significato
una progressiva perdita di rilevanza dell’universo religioso nella vita sociale
come in quella dei singoli, da un lato, e una crescita della differenziazione
p. 321
sociale e
culturale, dall’altro, non è azzardato ipotizzare che l’identità
dell’individuo moderno sia andata gradatamente sbilanciandosi, che, in altri
termini, soffra di un eccesso d’individuazione. Dei due versanti del processo
di modernizzazione il primo - la
secolarizzazione dell’universo simbolico - ha avuto, a sua volta, un
duplice significato: non solo è consistito in un progressivo
restringersi dell’ambito d’influenza religiosa a tutto vantaggio d’istituzioni
secolari, ma in primo luogo, come ha rilevato Max Weber, ha assunto la forma di una razionalizzazione e di un “disincantamento” interno allo stesso
discorso religioso. Paradossalmente, dunque, nelle società occidentali
le grandi religioni monoteistiche, venendosi a sostituire alle religioni
tradizionali, hanno dato il primo impulso ad un processo che le avrebbe, nel
corso dei secoli, a mano a mano, “spodestate”.
Il protestantesimo, in particolare, con la sua concezione del rapporto tra Dio
e l’uomo che lascia quest’ultimo nella “solitudine
interiore”[8] della
propria coscienza ha portato il “disincantamento”
del mondo alle sue estreme conseguenze, dando impulso al formarsi
dell’individualismo moderno.
L’esito
del secondo versante - la differenziazione
sociale e culturale - storicamente intrecciato al primo, s’identifica nelle
nostre attuali società complesse. In esse la religione è soltanto
uno dei tanti mondi simbolici possibili e non l’universo simbolico capace di
integrarli tutti. L’individuo moderno si trova a migrare continuamente tra
gruppi, istituzioni e sistemi culturali non ordinati in una gerarchia o
addirittura in concorrenza reciproca. Privata di un centro, l’identità
moderna assume tratti precari ed instabili di una “soggettività senza dimora”[9].
Questa
è la realtà della quale si servono la maggior parte dei politici
nel momento in cui propongono la loro verità. Si tratta qui di un tipo
di verità capito dal punto di vista proposto da Nietzsche quale la vede
come “un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una
somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e
retoricamente, che sono state trasformate ed abbellite e che dopo un lungo uso
sembrano, ad un popolo, solide, canoniche e vincolanti. La verità sono
illusioni: un esercito che occupa le nostre menti, le colonizza addirittura
sotto le spoglie dell’obiettività”[10].
Il potere cosi inteso è la capacità di influenzare, persino di
formare la concezione del mondo e di se stessi e d’altri individui.
Perciò,
il modo di simbolizzare è quello che c’interessa di più nella
nostra tendenza di capire i meccanismi di manipolazione politica attraverso gli
usi dei simboli religiosi.
Qual
è nella mia ricerca la posizione dei simboli?
p. 322
Cerco
di chiarirla pensando a due usi definiti di Giorgio Fedel nella prefazione del
libro Gli usi simbolici della politica[11]:
uno debole ed un altro forte. L’uso
debole implica il fatto che la categoria simbolica è agganciata ad
altri concetti e sono questi concetti ad avere una portata teorica oppure che
può essere sostituita da un’altra categoria, senza violare il suo uso. L’uso forte punta direttamente
sull’autonomia logica e sulla forza conoscitiva del simbolo. Questa distinzione
può essere mantenuta soltanto al livello formale, perché il medesimo
concetto di simbolo può venire usato in modo forte o debole secondo la
teoria che lo incorpora. “ È debole in quegli approcci (lo struttural -
funzionalismo) in cui si riconosce ovviamente la soggettività
dell’azione, ma la forza teoretica - esplicativa va tutta alla struttura
istituzionale dei ruoli sociali che, per cosi dire, imbrigliano la
soggettività, e la proiettano sul piano astratto degli imperativi
funzionali del sistema sociale. Diventa forte, invece, in altri approcci, come
ad esempio l’interazionismo simbolico e l’etnometodologia, in cui la
realtà sociale non è concettualizzata in termini di una struttura
istituzionale stabile e a priori né in termini d’imperativi funzionali, ma
viene interpretata come un intergioco dinamico di ‘definizioni delle
situazioni’, cioè significati che i soggetti agenti ‘concretamente’
negoziano nelle interazioni”[12].
La
prospettiva simbolica apre altre ipotesi, con un punto di partenza nella
realtà che: il tratto
caratteristico del simbolismo politico è la significazione emotiva. Edelman, riprendendo un’idea
lasswelliana[13], ci offre
la connessione tra significato emotivo della politica e distanza della politica.
La politica sta fuori dell’esperienza della maggior parte delle persone, e, di
conseguenza, i suoi simboli riguardano un ambito rispetto al quale gli
individui comuni sono massimamente spettatori e hanno scarsa capacità
conoscitiva e di controllo degli eventi. Questa è la premessa per
l’ipotesi che:
- I significati del linguaggio politico
variano in relazione sia al tipo di referente (gruppi ristretti od organizzati,
masse), sia alla natura della fonte del linguaggio (autorità elettive o
non elettive, gruppi di pressione ecc.);
- I significati mitici o simbolici che sono
indirizzati alle masse sono diversi dai significati che il linguaggio politico
ha per i gruppi organizzati che perseguono interessi materiali.
- L’investimento collettivo nei simboli
politici dipende, con un riferimento compensativo, dalle carenze che possono
sussistere in altre sfere d’investimento simbolico, significative per la vita
umana (la religione, il lavoro, la vita affettiva ecc.).
Avverto
il gentile lettore che le suddette fonti per lo studio proposto saranno
sviluppate soltanto in parte, tramite tre capitoli che cercano di chiarire le
tre
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braccia che
portano alla deriva della politica.
Questa deriva riguarda ciò che rappresenta la politica intessa nel senso
classico di politica fatta tramite i partiti di massa, ma non di meno la nuova
creazione, una sorta di democrazia plebiscitaria, caratterizzata da una
tradizionale debolezza organizzativa e radicamento sociale dei partiti
politici.
“Che si stia esagerando o no, tutto il mondo e ancor più gli uomini politici, è convinto che la politica oggi passi sulla televisione. I politici sono presi dalla rabbia quando sono obbligati a perdere tempo parlando per un pubblico d’alcune centinaia o, nel migliore dei casi, d’alcune migliaia di spettatori, sapendo che la più sconosciuta emissione televisiva, pure locale, porta con se decine e decine di migliaia!…L’uomo politico francese si aspetta l’apparizione annuale o biennale, se ha la fortuna di far parte del gruppo di coloro i quali hanno il talento e la rappresentatività che possono aprigli le porte degli studi televisivi e, nel resto del tempo, si compiace nell’anonimato.”
Jean-Louis Servan Schreiber[14]
II.1. I MASS-MEDIA ED IL SISTEMA DEMOCRATICO
Viviamo
in una società in cui si produce sempre più informazione e sempre
meno senso, direi usando un’idea di Baudrillard (1982)[15],
con il desiderio di suggerire un punto di partenza per un argomento come quello
scelto. Come mai un’affermazione sulla società dell’informazione
può sostituire un giudizio riguardante la vita politica della stessa
società? Perché, dicendo politica
intendiamo, da una parte, un mito o un fatto emozionale, e, dall’altra parte,
uno sforzo freddo e ben riuscito per arricchirsi o imporre il proprio potere a
spese di altri. Ma, la politica può, forse, essere fredda e
vantaggiosa per alcuni, proprio perché è anche ossessiva, mitica ed
emozionale per altri o per tutti. Però, il nostro punto di vista sarebbe
assurdo senza l’esistenza dei media. Essi hanno il ruolo di offrire delle
informazioni quali possono annebbiare le persone, determinando la dimenticanza
del senso o la mancanza d’interesse per lui. Lo
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scopo iniziale
è convertito in un altro, nascosto, incosciente e più collegato
agli interessi dei singoli individui. In questo modo, si arriva a ciò
che è desiderato da gruppi di
potere che hanno nelle loro mani il potere mediatico.
Dove
si trovano i media nel sistema democratico?
Sappiamo
che l’informazione ha caratterizzato la democrazia fin dall’antichità,
cioè da quando la democrazia è stata inventata come forma di
costituzione politica nell’antica città d’Atene. Collegato al termine
suddetto troveremmo il concetto di “pubblico”
messo sempre in antinomia con “privato”.
Entrambe le categorie sono d’origine greca che ci sono state trasmesse nello
stampo linguistico romano. Nella città-stato greca al culmine del suo
sviluppo la sfera della polis, che
è comune ai liberi cittadini, è rigorosamente separata della
sfera dell’oikos, che è
propria d’ogni singolo (idion). La
vita pubblica (bios politikos) si
svolge sulla piazza del mercato (l’agorà),
ma non è legata ai fatti locali: il carattere pubblico si costituisce
tanto nel dialogo (lexis), che
può assumere anche la forma del dibattito e della sentenza giudiziale,
quanto nell’agire comune (praxis),
“riguardi esso la condotta della guerra oppure i giochi agonistici”[16].
Secondo lo stesso Habermas, coloro i quali sono chiamati spesso a legiferare
sono esterni alla Città Stato e la redazione delle leggi non appartiene
specificamente ai compiti pubblici. L’economia schiavistica in forma
patrimoniale costituisce il fondamento dell’ordinamento pubblico. Invece la
sfera privata favorisce l’ammissione nella polis
dell’oikos despòtes,
investito e depositario di ricchezza mobile e disponibilità di forza
lavoro, la sfera pubblica si eleva come un “regno
della libertà e del permanente”. Ai greci, nella luce della sfera
pubblica, tutto diventa visibile a tutti. La polis offre il campo aperto a chi
vuole distinguersi onorevolmente. Anche se i cittadini trattano in modo uguale
con eguali, ognuno si sforza di emergere, e ciò ci dimostra che le
virtù, ben esplicitate da Aristotele, trovano conferma ed il riconoscimento
unicamente nell’ambito pubblico.
Abbiamo
fatto questa presentazione del testo habermasiano riguardante la sfera pubblica
ellenica per ragioni di continuità, non della formula sociale, ma del
paradigma ideologico conservato come continuità storica spirituale.
Seguendo la stessa linea, le democrazie contemporanee, cercano di mantenere
l’aspetto trasparente della sfera pubblica, cioè dell’opinione pubblica.
Essa si sta avvicinando sensibilmente ad un bisogno di ricostruzione della
doxasfera, “luogo d’incrocio significativo dei principali attori del conflitto
nell’epoca della sua maturità comunicativa”[17].
Il giovane studioso in comunicazione Stefano Cristante distingue tra quattro
attori che sono compresenti in ogni contesto comunicativo, favorendo il
passaggio dalla sfera privata alla sfera pubblica. Si tratta delle “minoranze
attive”, gruppi d’interesse e di pressione, del “pubblico generalista”,
dei “media”
nei loro complesso e dei “decisori istituzionali”. Non
possiamo
p. 325
parlare della
dimensione matura dei processi d’opinione pubblica nella società
dell’informazione fuori l’interazione di questi quattro attori. Queste
interazioni si verificano nello spazio della doxasfera e si sviluppano non
fuori da una relazione di potere. Si sente il bisogno, per un migliore percorso
tra i significati di dotarsi di una “teoria dei dispositivi del potere” ridotti
da Stefano Cristante a tre soggetti
discrezionali del potere: le lobby, i
media e le élite economiche. Le
lobby rappresentano “la sintesi terminologica del potere associativo,
laddove gli individui si aggregano per perseguire finalità condivise e
per rendere vincenti gli interessi nascosti dietro le finalità medesime”
(gruppi fortemente formalizzati come sindacati, partiti, associazioni
professionali o informali di tipo movimenti e gruppi di pressione). I media sono percepiti come una “sintesi
narrativa delle azioni sociali giudicate rilevanti”, il progetto immateriale
capace di mettere in relazione sensibile gli individui attraverso la regola
degli eventi messi in comune, mentre l’élite
economiche determinano posizioni decisive nelle strategie della
globalizzazione. Mettendo insieme, nello stesso athanore, la mappa del potere e
la sfera dell’opinione, possiamo avvicinare l’interpretazione dei flussi
comunicativi ad un registro semiotico-sociologico rappresentativo per il modo
di viversi il conflitto e la tensione nella contemporaneità e nel
passaggio in qui ci troviamo adesso.
Cercherò
di raggruppare le opinioni degli studiosi della comunicazione, dopo un modello
già celebre, in “apocalittici
“ed “integrati”[18].
II.1.1. UN PUNTO DI VISTA APOCALITTICO
Interiorizzando
il punto di vista apocalittico, mi permetto di sostenere che stiamo vivendo in
una realtà demitizzata, senza certezze e prospettive, in una cultura
caratterizzata della crisi di legittimazione dei saperi moderni e denominata postmoderno. C’è una cultura che
“designa la tendenza a denunciare l’inattendibilità di qualsiasi
fondamento epistemologico, enfatizza la sfiducia nella visione della storia
come percorso lineare orientato verso un fine e sottolinea la crisi della fede
incondizionata nell’idea di progresso”[19].
È il pericolo del pensiero debole, della chiusura nel soggettivo, della
narcisistica fruizione dell’immaginario collettivo come realizzazione[20].
In
questa clima culturale, nuove utopie sembrano sostituirsi alle antiche. Tra
loro, la società dell’informazione
sta rivoluzionando il modo di
vivere e gli assetti sociali e sembra offrire sicurezze proprio per il suo
costruirsi non sul futuro immaginato e teorizzato, ma sulla realtà
indagata e documentata[21].
p. 326
In
questo mondo ordinato dell’informazione e della comunicazione, l’introduzione e
l’estensione delle tecniche informatiche e telematiche hanno prodotto una vera rivoluzione
in tutti i settori, dall’economia alla politica e alla cultura. Daniel Bell
considera che il miglioramento degli standard di vita e la riduzione delle
disuguaglianze sociali sono state prodotte della tecnologia. Così
è nata una “nuova classe d’ingegneri
e tecnici”, un nuovo modo di pensare funzionale al quantitativo, un mondo
di dipendenze economiche e sociali, definito da una modificazione della
percezione estetica del tempo e dello spazio[22].
Questi
mutamenti sono evidenti sia nell’economia, sia nel territorio del potere
politico che nel settore culturale.
L’argomento
scelto c’impegna a rapportarci al potere politico, dove le nuove tecniche,
secondo Alvin Toffler, “potrebbero offrire la possibilità di una
democrazia diretta, fornendo ai cittadini lo strumento per esprimersi in
continuità”[23].
Quest’affermazione, come pure quella che eventuali referendum continui possono
dare alla gente la possibilità di decidere su questioni che riguardano
tutti, e dare così peso effettivo alle scelte individuali[24],
offrono l’apertura per le critiche, da parte di tanti studiosi.
Si
sa che la democrazia è il regime dove le scelte politiche debbano essere
frutto di confronto e di dibattito, e non soltanto di consultazione. Quindi,
richiedono livelli diversi di maturazione, i quali storicamente hanno preso
forma nel meccanismo della rappresentanza. Alla base sta il problema della “democrazia informata”, senza la quale
prevale la propaganda vista da Jurgen Habermas come la morte della democrazia[25].
Però, entra nel discorso un altro problema, quello del “totalitarismo
elettronico”[26],
un nuovo tipo di prigione, tenendo conto che ogni servizio porta con sè
ulteriori controlli da parte delle agenzie, le quali possono fra di loro
interagire. Come dice K. Landon, questa è la via per determinare una società dei dossier che dà nascita alle domande come quella di David
Lyon, “i cittadini dei nostri giorni stanno veramente diventando le infelici ed
inconsapevolmente accomodanti vittime delle sottili e sofisticate tecnologie
del potere rese possibili dall’IT (Informazione Telematica)?”[27].
S’impone
cosi il concetto “società
dell’informazione”, come griglia interpretativa che può generare una
nuova schiavitù a causa di una “tecnologia centrale” nelle mani di
pochi. Le persone sono controllate tramite un’ipotetica torre centrale di
controllo, secondo l’affermazione “sempre
visti, senza mai vedere”.
p. 327
Dopo questa visione,
cercherò di riabilitare i media avvalendomi di un’affermazione
appartenente ad un classico della comunicazione, Marshall Mc Luhan, che
aiuterebbe nel passare dall’onda apocalittica a quella dei integrati.
II.1.2. GLI INTEGRATI
Mc
Luhan considera i nuovi strumenti come “protesi umane”, che amplificano
all’infinito i sensi e conferiscono all’individuo una strana sensazione di
potenza illusoria[28].
Si
tratta dello stesso tipo di potenza denominato di I. P. Culianu, “potere
soggettivo”, vale a dire, un
tipo di disponibilità di fronte ad un entusiasmo di fattura sacra, quale
si manifesta nell’individuo nel contatto con una massa. In questo tipo di
contatto si produce una scarica della responsabilità individuale, con
degli effetti anomici[29].
In questo caso, la massa sarebbe rappresentata da tutti i supposti affiliati ad
un’opinione trasmessa attraverso un mezzo di comunicazione di massa.
L’individuo ha bisogno di sentirsi più forte in un mondo in cui il
potere è un termine relativo ai grandi colossi o alle grandi masse. I
mezzi di comunicazione di massa offrono la possibilità a individui
isolati di riconoscersi come parti della stessa opinione, aumentando cosi la
forza interiore d’ogni individuo. Da qui, la necessità dell’informazione
per la democrazia, fin dall’antichità.
Nell’età moderna,
caratterizzata dalla nascita dei mezzi d’informazione di massa, cioè
prima i giornali, poi la radio e il cinema, infine la televisione, l’importanza
dell’informazione per la democrazia è confermata dalla restrizioni
all’informazione che ogni regime antidemocratico introduce, impadronendosi di
radio e televisione e vietando la pluralità dei giornali. Di fatto, in
occasioni di rivoluzione o colpi di Stato, il primo atto in genere compiuto
dagli agenti è l’occupazione delle sedi della radio e della televisione,
nonché l’abolizione dei giornali dell’opposizione.
La tecnologia contemporanea offre
una possibilità d’informazione ad un tale livello difficile da
anticipare per le stesse persone viventi anche all’inizio della metà di
questo secolo. Attraverso le possibilità suddette si porta alla conoscenza
del singolo ogni avvenimento dell’intero pianeta, ma anche l’opinione pubblica
del giudizio riguardante lo stesso avvenimento, e quindi la volontà
popolare, mediante sondaggi, di cui i leader politici possono disporre. L’uso
dei sondaggi, anzi, è divenuto uno degli strumenti più efficaci
nel conoscere gli orientamenti dell’opinione pubblica e tenerne conto nel
proprio modo di presentarsi all’elettorato, ma anche per orientare la stessa
opinione pubblica in
p. 328
determinate
direzioni, lasciando intendere che
queste direzioni corrispondono a tendenze generali ed inarrestabili.
Nel
senso della disponibilità o dell’accesso ai mass media, l’informazione
è strumento indispensabile per la conquista del consenso popolare. In
ogni società politica moderna, caratterizzata dalla presenza di un
elettorato molto vasto e non direttamente raggiungibile attraverso comizi o
riscontri diretti, la comunicazione tra candidati ed elettori attraverso i mass
media è condizione indispensabile per far conoscere i candidati agli elettori,
e spesso è anche condizione sufficiente per la loro elezione. Succede
spesso che un candidato è votato unicamente perché viene riconosciuto,
perché già visto in televisione, e solo per questo è preferito ad
altri, dei quali non si conosce direttamente l’aspetto.
L’argomentazione
delle affermazioni suddette può essere ricercata nella realtà che
la vera importanza dei media si trova al livello concettuale, livello dove si
crea l’interdipendenza tra democrazia, libertà
d’espressione e pluriformità. Una nota ufficiale olandese riguardando
mass media recita, usando una terminologia ispirata dagli anni settanta, che “i
mass media - grazie al loro ruolo di informare, commentare e criticare, ed
anche nella loro qualità di strumenti d’emancipazione culturale -
costituiscono un lato della democratizzazione, sono il centro vitale della vita
pubblica senza di cui la nostra società non può funzionare in
conformità con i suoi ideali e le sue regole.”[30]
II.2. LE FUNZIONI MEDIATICHE - UN ARGOMENTO DEMOCRATICO
Le
teorie funzionaliste giustificano in un modo pertinente il legame tra i media e
la vita sociale - politica. Uno dei primi studi di Lasswell mette in
discussione le funzioni mediatiche, distinguendo tra “sorvegliare il medio sociale”, “correlare
le parti componenti della società e le loro reazioni specifiche”, “trasmettere l’eredità sociale da una
generazione all’altra”[31].
Questa triade sarà riprodotta più tardi in altri termini: la
presentazione
dell’attualità (la raccolta e la disseminazione di dati
riguardando eventi sociali correnti), la cristallizzazione delle opinioni
(i diversi gruppi sociali arrivano ad assumere il loro punto di vista), la
socializzazione (si trasmette ciò che si è guadagnato nel
piano sociale alla generazione successiva). Lo studio delle varianti di
definizione e classificazione[32]
p. 329
delle funzioni
mediatiche ha condotto ad un insieme di quattro funzioni: la funzione informativa, la
funzione interpretativa, la funzione espressiva e la
funzione critica.[33]
II.2.1. La funzione
informativa riguarda l’alimentazione del pubblico con notizie o informazioni
d’eventi sociali ed affari pubblici. In questo contesto l’informazione
definisce un carattere fatico più o meno oggettivo.
II.2.2. La funzione
interpretativa rivela l’importanza dell’interpretazione e del giudizio di valore a
quali sono sottoposti gli avvenimenti ed i fatti pubblici.
II.2.3. La funzione
espressiva dipende dalla
misura in cui le diverse correnti d’opinione trovano realmente la loro
espressione mediatica. Dal punto di vista funzionale, i mass media sono un foro
dove gli individui o i diversi gruppi sociali vengono a conoscenza delle
opinioni e guadagnano un’identità politica, culturale o sociale.
II.2.4. La funzione critica riguarda una categoria
eterogenea d’attività mediatiche. Si tratta, in primo luogo, del ruolo
tradizionale di “cane da guardia”
giocato da mass media, in nome del pubblico, di fronte all’apparato statale. In
secondo luogo, dobbiamo pensare alla così detta, investigative reporting,
l’investigazione o il mettere in luce delle situazioni o aspetti anormali della
vita sociale. Il terzo piano si riferisce alla funzione critica come mettere a
confronto delle correnti d’opinione divergenti quali si manifestano nella sfera
politica, sociale o economica.
Nella
letteratura specializzata, le funzioni più frequenti si possono
sintetizzare nei concetti di foro
pubblico e di “cane
da guardia” [34].
In
quasi tutte le considerazioni sul tema della democrazia, non possono non essere
considerate le funzioni mediatiche. Una società in movimento
com’è la nostra non può corrispondere al precetto di democrazia
senza rispettare il diritto
p. 330
del pubblico ad
essere informato e confrontato con una diversità d’idee, programmi od
opinioni politiche. Infatti, la partecipazione alla vita politica, dipende,
principalmente, da due condizioni: la condizione d’essere informato e la
condizione che i dibattiti siano aperti, abbiano un carattere pubblico. Il
ruolo giocato dai mass media in una democrazia può essere reso comprensibile
facendo appello alla distinzione realizzata del sociologo tedesco Dahrendorf,
fra l’apertura
attiva e l’apertura passiva -”aktive” e “passive Offentlichkeit”[35].
Dopo Dahrendorf, ogni società è distribuita o divisa (halbierte
Gesellschaft): alcuni sono al potere, ma la maggior parte sono fuori
potere; solo alcuni dispongono d’informazioni decisive, ma alla maggioranza
manca l’acceso a quel tipo d’informazione. Nella prima categoria, d’apertura
attiva verso le pubbliche informazioni, sono i ministri, i deputati, i capi di
partiti politici, sindacati ed associazioni professionali. Della seconda
categoria, con un’apertura passiva, fanno parte quelli che sono implicati nel
prendere le decisioni politiche soltanto in ciò che riguarda la
partecipazione al voto.
Questa
seconda categoria, è rappresentata, dopo Dahrendorf, dal 90-99% della
popolazione.
E
essenziale per la democrazia che ognuna delle parti sia informata, sappia
ciò che anima l’altra meta (how the other half lives). Questo punto
di vista, fa trasparire l’importanza che hanno i mass media: l’introduzione
della più rilevante informazione nel circuito pubblico è mettere
in una relazione informativa le due categorie di pubblico, attivo e passivo[36].
Percepita
come punto di partenza, questo cenno di interdipendenza tra mass-media e
democrazia porta alla descrizione d’un insieme di tre funzioni mediatiche[37].
La prima funzione mediatica, la funzione informativa, è
quella d’informare i cittadini su quale sia il programma di governo, quali
intenzioni sottintendono a questo programma e come si può realizzarlo.
Questa è, infatti, la funzione mediatica originale: permettere la
comunicazione - anche parziale - tra i cittadini e le autorità dello
Stato.
La
seconda funzione mediatica, la funzione espressiva, permette
alle autorità dello Stato o alla categoria attiva, di prendere atto di
ciò che anima o agita la popolazione. Si tratta di un trasferimento d’informazioni dalla
società civile alla
p. 331
sfera
politica, trasferimento in base al quale si possono definire i limiti
dell’agire politico.
La
terza funzione, legata alla funzione suddetta, è la funzione critica: i
mass media hanno il ruolo di criticare il programma politico d’un governo ed il
modo in cui questo tenta di realizzarlo.
L’interdipendenza
delle tre funzioni, da una parte, e l’interazione mediatica tra la categoria
passiva ed attiva, dall’altra, sono relativamente facili da visualizzare in una
rappresentazione proposta da tre autori olandesi [38].
Mass media ed il
loro ruolo di mediatore politico
La cima della gerarchia politica
(l’apertura attiva)
Informazione Espressione
e critica
La base politica
(l’apertura passiva)
Grazie
al fatto che la funzione interpretativa si sovrappone in una certa misura con
le altre due funzioni, gli autori hanno preferito semplificare la prospettiva
grafica. In realtà, le opinioni nella società sono dovute ad
azioni mediatiche d’ordine informativo tramite un’offerta selettiva delle
notizie (agenda setting). È difficile fare una distinzione tra il
processo di rielaborazione dell’informazione ed il modo di pensare un certo
fenomeno.
Spero
di aver esposto in maniera pertinente le oscillazioni tra la prospettiva
offerta di un sistema mediale demonico, generatore di tensioni e capace di
condurre verso gli interessi di certi gruppi dominanti, e la prospettiva che
propone un media regolatore dei ritmi della vita collettiva nei suoi aspetti
quotidiani realistici, immaginari e simbolici.
Quest’ultima idea sarà sviluppata nella seconda parte dello
studio, dopo di che finiremo di chiarire gli aspetti
p. 332
classici,
collegati al problema del potere manipolatorio tramite l’immaginario sociale e
la sua essenza simbolica.
III. PUNTI DI VISTA SUL CONCETTO DI POTERE
III.1. QUALCHE
DEFINIZIONE
“Il potere vi è considerato come un dato oggettivo naturalistico, un attributo meccanicistico, che funzionerebbe come un deus ex machina nelle situazioni storiche specifiche, merce rara a somma zero che è alla base della struttura asimmetrica delle società umane, oppure come una caratteristica di qualsiasi convivenza cosi diffusa da poterla stemperare in un insieme di percezioni soggettive equiparandola, metaforicamente ma non tanto, al sangue d’un organismo biologico o al neutro flusso del denaro in un sistema economico.”[39]
La
definizione offerta di Franco Ferrarotti è situata come fonte per
l’indagine teorica sul concetto di potere, impone, attraverso la sua
capacità sintetizzante, un percorso deduttivo, se prendiamo un termine
proprio delle scienze esatte.
Visto
come “la definizione dell’essere”,
nel Sofista
di Platone, il concetto suddetto comincia ad evolversi in capacità di
“influenzare un altro, o di essere influenzati da un altro”[40],
per arrivare negli scritti di John Locke, a riprendere la distinzione platonica
tra potere passivo e potere attivo, diventando “duplice, cioè capace di fare o di subire un
cambiamento”[41].
Il
filosofo inglese Gilbert Ryle ha aperto una via interpretativa diventata prassi
comune: analizzare gli ascrizioni di poteri in termini di’ enunciati disposizionali. Cioè, come combinazioni di
enunciati condizionali o ipotetici anticipano cosa si verificherebbe in un
determinato insieme di circostanze se tali poteri fossero esercitati. Sapendo
che un dato soggetto ha determinati poteri possiamo indovinare quali enunciati
condizionali specificano le disposizioni dello stesso soggetto. Il ragionamento
derivato è “X ha il potere di fare A” è la stessa cosa con “X
farà o può fare A, nelle condizioni appropriate, in virtù
della sua intrinseca natura”[42]
Tutti
punti di vista non fanno altro che dimostrare come il potere degli individui e
delle collettività ha la capacità di provocare determinati
cambiamenti, caratterizzati come “rilevanti”[43],
“intenzionali”[44],
ed in servizio dei potenti (“mezzi
p. 333
che l’uomo ha
alla sua disposizione per raggiungere qualche futuro scopo che a lui sembra vantaggioso”[45]).
Questa
capacità può essere analizzata in diverse forme:
III.2.1. La sfera del potere risponde alla
domanda “Quanti e che tipi d’effetti
può produrre un agente?”
Da
questo punto di vista, un agente è più potente di un altro se la
sua sfera d’influenza tramite gli effetti significativi è più
grande; ciò significa che gli effetti prodotti per una realtà
sociale in parecchi modi diversi sono quelli che allargano l’ampiezza del
potere.
III.2.2. La portata del potere
si
riferisce al “tipo di circostanze in cui
essa può esplicarsi.”[46]
È
una prospettiva che offre l’apertura verso la capacità di produrre
effetti in dipendenza dal contesto (in un determinato luogo,
momento, date le condizioni generali di quel luogo ed in quel momento e secondo
una capacita individuale di rispondere ai vari problemi) e la capacità
di produrre effetti trascendente il contesto.
Ognuno
di questi tipi di potere si manifesta in situazioni diverse o è generato
da condizioni diversi.
La capacità
dipendente del contesto è creata e agisce nelle situazioni
d’ambienti con pochi ostacoli o con ostacoli di resistenza minima; la
capacità trascendente il contesto, invece, è risultato delle
situazioni più complesse, quando gli ostacoli cambiano o si amplificano.
Per ciò, nelle società complesse, il potere si può
conservare meglio se non dipende dalle relazioni spazio-temporali, essendo, ci
però, il rischio di riprodurre delle soluzioni simili per le situazioni
diversi, generando un falso bene. Si manifesta come potere solo nella misura in
cui offre delle risposte, ma non delle soluzioni per circostanze reali.
III.2.3. La terza
prospettiva sulla quale mi fermerò ha come punto di riferimento la relazione
tra potere ed intenzionalità.
Collegando il presente punto di vista a quello anteriore, si arriverà
alla conclusione che il potere dipendente del contesto è più
razionale, che possiede la capacità di ottenere l’effetto desiderato,
con le risorse appropriate e nelle circostanze favorevoli. Siamo
p. 334
nella situazione
d’analizzare le abilità, fondate di Steven Lukes come: “Se A possiede
una tale capacità di norma, si può contare sul fatto che, se
vuole, otterrà l’effetto desiderato”[47]
La
parte involontaria del potere è più visibile nel potere
trascendente il contesto, caratteristico per i detentori carismatici del
potere, al livello individuale. In questa situazione, le capacità
possono essere incluse nell’ambito delle capacità di chi produce. Ma,
gli effetti involontari possono essere visti pure come imprevisti risultati
d’un progetto azionale. Un esempio celebre in questa direzione è quello
delle due catene di conseguenze involontarie prodotte dalla guerra delle
Falkland, attuata in modo pienamente intenzionale da Margaret Thatcher (guerra
che essa aveva il potere di vincere). La prima catena di conseguenza
sfociò nel ripristino della democrazia in Argentina; la seconda, nella
rinascita del partito conservatore britannico, che dopo i sondaggi di opinione,
aveva toccato il punto più basso della sua popolarità dalla
seconda guerra mondiale, e nel trionfo del thatcherismo in Gran Bretagna[48].
III.2.4. L’ultimo punto
marcato dello sguardo sul potere distingue tra potere attivo e potere passivo.
Questa distinzione può sembrare artificiale se si pensa
all’attività come elemento implicito dell’espressione “esercitare il potere”. Come prospettiva
generale, il potere passivo è “il residuo dell’uso passato di un potere
attivo, esercitato in precedenza” (ad ex. l’auto censura praticata da scrittori
e giornalisti nei regimi autoritari) o quel tipo di potere che “sarà in
grado di raggiungere i risultati appropriati senza essere costretto ad agire,
esclusivamente in virtù degli atteggiamenti che gli altri hanno nei suoi
confronti”[49].
La
suddetta opinione non esclude la possibilità che poteri già
affermati hanno bisogno d’agire per conservare e consolidare le posizioni
sociali e i privilegi.
Tutte
queste prospettive sul potere sono state illustrate di Steven Lukes in una
tabella che mette di fronte quattro alternative con il loro contrario. Un
agente sociale aumenta il suo potere se acquista successivamente ogni
caratteristica descritta nelle righe inferiore della tabella[50].
Sfera |
Portata |
Intenzionalità |
Attività |
Singola questione |
Dipendente del contesto |
Conseguenze intenzionali |
Esercizio attivo |
Molteplici questioni |
Trascendente il contesto |
Conseguenze non intenzionali |
Godimento passivo |
p. 335
Ho
provato a fare una presentazione del potere partendo dai criteri ben delimitati
nella letteratura di specialità, essendo lontano d’esaurimento dei
significati.
Nel
definire il potere, abbiamo bisogno pure di una distinzione tra il potere
sociale, identificato nello spinoziano potentia,
cioè il fatto che una cosa ha bisogno “per cominciare ad esistere
della stessa potenza (potentia) che
per continuare ad esistere”[51],
ed il potere nel senso più ristretto, essenzialmente relazionale e che
consiste nel potere su altri. Il corrispondente per quest’ultimo lo troviamo
nella stessa opera di Spinoza, sotto
forma di potestas, impiegato per
indicare il trovarsi nel potere di un altro.
Puoi,
di più che gli effetti, m’interessano i meccanismi utilizzati
nell’esercizio del potere.
III. 3. I MECCANISMI DEL POTERE
L’obbedienza
delle persone intesa come limitazione della libertà personale può
essere ottenuta in vari modi, conosciuti nella letteratura specializzata sotto
il nome di meccanismi del potere.
FORZA
COERCIZIONE
POTERE MANIPOLAZIONE
AUTORITÀ
INFLUENZA
PERSUASIONE
RAZIONALE
p.
336
Cercherò
nelle seguenti righe di definire i meccanismi proposti dall’Enciclopedia
delle Scienze Sociali[53]
e rappresentati nello schema precedente, rispettando, però, un ordine,
secondo me più razionale: forza,
coercizione, autorità, persuasione razionale, manipolazione.
Quest’ordine è la conseguenza di un ragionamento che prevede la
necessità di mettere nel centro del dibattito il problema
dell’autorità come relazione attraverso cui una persona o un gruppo
accetta come legittimo che le sue decisioni e le sue azioni siano guidate da
un’istanza esteriore. Così mi sono trovata di fronte al concetto
d’autorità vista come relazione di forza e coercizione, da una parte,
come risultato di persuasione razionale e capacità manipolatoria,
dall’altra. E un’affermazione che mi permette d’identificare la relazione di
potere con quella d’autorità e offro come sostegno per la mia opinione
le parole di Max Weber.
“Per
potere si deve intendere la possibilità per specifici comandi (o per
qualsiasi comando) di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di
uomini, e non già qualsiasi possibilità di esercitare potenza e
influenza su altri uomini. Inteso in questo senso, il potere (autorità)
può fondarsi, nel caso singolo, sui più diversi motivi di
disposizione ad obbedire, cominciando della cieca abitudine fino a
considerazioni puramente razionali rispetto allo scopo. Ad ogni autentico
rapporto di potere inerisce un minimo di volontà di obbedire,
cioè un interesse (interno o esterno) all’obbedienza.”[54]
Seguendo
l’ordine deciso, delimiterò ognuno dei meccanismi proposti, fermandomi a
quelli più vicini all’ argomento proposto: la persuasione razionale e
la manipolazione.
III.3.1. Forza consiste nel escludere delle
possibilità alternative, riducendole nel caso limite ad una sola. Dal
punto di vista della Enciclopedia delle scienze sociali,
“Per ‘forza’ si intende qualsiasi azione materiale diretta contro le persone
fisiche o le loro proprietà che, quando riesce, impedisce loro di agire
in un determinato modo o le pone nella situazione desiderata, annullandone le
resistenze e, in casi estremi, la stessa esistenza.”[55]
III.3.2. La coercizione rappresenta “il
conformarsi al nostro volere col porli di fronte ad una scelta che
preferirebbero non fare”[56].
E
la situazione in cui la modificazione della relativa desiderabilità delle alternative che si prospettano agli
agenti sociali viene come conseguenza delle minacce o sanzioni negative. Per
questo tipo di ragione, la coercizione è considerata nella maggior parte
dei casi la forma standard del potere.
Il
p. 337
ragionamento da
cui si parte nell’agire coercitivo è quello secondo cui “nella
situazione di minaccia, l’alternativa in precedenza preferita, una volta
associata alla sanzione negativa, non verrà più perseguita”[57].
III.3.3. L’autorità descrive il modo
d’esercitare influenza impartendo disposizioni che gli altri accettano come
vincolanti. Come abbiamo visto, l’autorità rappresenta una forma
d’accettazione diversa sia dell’accettazione per forza, dovuta alla coercizione
dell’esercitazione del potere, sia dell’accettazione fondata sulla convinzione.
Lo stesso Steven Lukes, nell’Enciclopedia delle Scienze Sociali
propone una caratterizzazione pertinente del concetto: “Laddove la
manipolazione implica un’arte o una capacità che trascende e talvolta
sovverte i dettami della ragione, l’autorità esclude l’uso della ragione
e nello stesso tempo vi fa appello. Da un lato, infatti, essa richiede che il
soggetto non eserciti la propria facoltà di giudizio; dall’altro invoca
una giustificazione per imporre tale rinuncia.”[58]
Il
discorso sull’autorità sarà omnipresente in questo modesto inizio
di lavoro sulla manipolazione politica, sia dal punto di vista dell’agire o del
credere, sia dal punto di vista dell’ignorare le ragioni contrastanti.
Perciò mi fermerò adesso soltanto al problema
dell’autorità esercitata tramite la persuasione e la manipolazione.
III.3.4. La persuasione razionale è il
meccanismo del potere che fornisce ragioni o motivi per agire o non agire in un
certo modo. La giustificazione per l’importanza della persuasione nell’economia
del potere è offerta di Michel Foucault, secondo cui, “l’esercizio del
potere è sempre associato ad una certa economia dei discorsi di
verità che agiscono attraverso questa associazione e sulla base di essa.
Siamo soggetti alla produzione di verità attraverso il potere e non
possiamo esercitare potere se non attraverso la produzione di verità.” [59]
Un’altra
prospettiva sulla persuasione la presenta come l’attività d’induzione di
attitudini e comportamenti delle persone con il fine di produrre le modifiche
che sono in accordo con gli scopi e gli interessi dell’agente iniziatore
(persone, gruppi, istituzione o organizzazione politica, sociale, culturale,
commerciale). È un’attività di convinzione, fondata su una organizzazione
delle influenze che può condurre all’aderenza personale del cambiamento
atteso, pur essendo l’opposto della coercizione o della forza. Gli effetti
della persuasione sono dipendenti sia da fattori personali, sia da fattori che
riguardano il modo d’organizzazione delle influenze. A livello personale,
distinguiamo ciò che si chiama persuasibilità, ciò
è la tendenza individuale ad essere recettivo alle influenze e di
accettare i cambiamenti nelle attitudini e nei comportamenti. La
persuasività, al contrario della sugestionabilità, richiede, da
parte dell’individuo, la coscienza
p. 338
dell’accettazione
e dell’interiorizzazione dei messaggi trasmessi allo scopo d’influenzare. Essa
non ha una distribuzione uniforme, essendo differente, a seconda delle persone.
Vediamo come la persuasione arriva o no al suo scopo dopo una serie di fattori
tipo: la qualità degli argomenti, il prestigio del agente iniziatore, il
contesto sociale in cui si produce o no la comunicazione, il linguaggio usato.
In ciò che riguarda il linguaggio, dobbiamo dire che la scelta delle
parole non è indipendente dell’effetto seguito dell’emittente, è
il risultato di una strategia semantica[60].
Però, di tale aspetto parleremo in una parte riservata alle strategie
semantiche in relazione con la persuasione.
III.3.5. La manipolazione rappresenta l’azione
di determinare in un attore sociale (persona, gruppo, collettività)
l’agire e il pensare in un modo compatibile con gli interessi dell’iniziatore,
tramite tecniche di persuasione in grado di trasformare volontariamente
l’interpretazione della verità, lasciando l’impressione della
libertà d’opinione e decisione. Un’altra definizione identifica la
manipolazione con “la capacità di ottenere che un altro o altri si
conformino alla nostra volontà, mediante l’uso strategico di un arte o
abilità (senza implicare ciò che debba necessariamente tradursi
in un danno o in un inganno nei confronti dei soggetti manipolati, né che agire
in questo modo sia sempre o nella maggior parte dei casi condannabile)”[61].
La
maggior parte degli studiosi distingue tra due tipi di manipolazione.
Il
primo tipo si basa sul fatto che gli attori hanno desideri fissi e preferenze
costanti che strutturano tali desideri. Il modo di manifestarsi sul piano
pratico di questo tipo di manipolazione è l’induzione, ossia la capacità di raggiungere i propri
scopi o di conservarsi la propria posizione corrompendo, subordinando o
cooptando un altro o altri. L’induzione può agire anche attraverso
la creazione di nuovi desideri e preferenze, piuttosto che attraverso una
modificazione delle disposizioni esistenti.
“Divide
e impera” potrebbe essere la dualità sintetizzante della seconda
tecnica di manipolazione. L’idea proposta è quella di “prevenire, scoraggiare e distorcere la
comunicazione tra attori subordinati o rivali”[62].
III. 3.5.A. L’erestetica. William H. Riker
propone tre tecniche di manipolazione come modi d’arrivare alla “erestetica”,
la capacità di un agente di indurre gli altri a coalizzare o a stringere
alleanze con lui, “strutturando il mondo in modo da assicurarsi la vittoria”[63].
Questa capacità viene messa in applicazione
p. 339
nelle situazioni
di voto. “Prevalendo su B in una votazione, A se ne assicura l’obbedienza solo
perché B accetta l’esito della votazione”[64].
Come
prima tecnica generatrice d’ erestetica presento il Controllo
sull’ordine del giorno. Esso si riferisce alla
determinazione di quali questioni debbano essere decise, in che modo e in quale
ordine. Questo controllo aiuta ad assumere una data distribuzione di
ordinamenti delle preferenze sulla base di previsioni realistiche in ordine
alle probabili strategie di voto degli individui.
Riker
considera rilevante per la tale tecnica una vicenda narrata da Plinio il
Giovane[65].
Essendo
pretore, Plinio affronta il caso di un gruppo di liberti accusati di fronte al
Senato di aver ucciso il console Afranio Destro. Tre alternative avevano i
senatori: proscioglimento (P), condanna all’esilio (E), condanna a morte (M).
Le percentuali per ogni condanna sono: 45%, per il proscioglimento PEM; 35%
favorevoli all’esilio EPM; 20% per la condanna a morte MEP. Plinio, che
è favorevole al proscioglimento, pensa che, dato che la condanna
all’esilio rappresenta l’alternativa in grado di battere le altre in un
confronto diretto tra le estreme, sarebbe indicato schierare i senatori in tre
gruppi, dichiarando vincitore quello con il maggior numero di voti per la prima
preferenza.
La
seconda tecnica è proposta sotto il nome di Voto strategico. Si tratta di
una strategia in cui i votanti si servono del proprio voto per attrarre
l’opinione contraria di fronte a un vincitore apparentemente certo, oppure per
condurre in errore un atto di controllo sull’ordine del giorno, votando in modo
“non miope”. Esplicitamente, abbandonare l’alternativa preferita quando
è possibile sconfiggere un avversario e optare per la seconda scelta del
proprio ordinamento delle preferenze.
La
manipolazione delle dimensioni è il nome della terza tecnica che consiste
nel modificare i termini della questione sulla quale ci si confronta con
l’avversario, alterando cosi una posizione di equilibrio in cui quest’ultimo
è in situazione di maggioranza. L’esempio citato di Riker è
quello di Abraham Lincoln che si trova ad affrontare Stephen Douglas, senatore
democratico in carica, nella campagna per l’elezione dei candidati
all’assemblea legislativa dell’Illinois (1858). In questa circostanza,
Lincoln specula sull’idea di schiavitù
sulla quale sussiste una frattura tra sudisti e nordisti, spostando così
l’attenzione dell’elettorato dalla dimensione economica che può
avvantaggiare i democratici. Tutta la manovra è impostata sull’ipotesi
della possibilità da parte delle assemblee legislative regionali di
abolire lo schiavismo.
La
manipolazione delle dimensioni, dopo Riker, si presenta come “lo stratagemma
erestetico di gran lunga più praticato, uno stratagemma che i politici
adottano costantemente”[66].
p. 340
III. 3.5.B. La retorica. Il secondo tipo di manipolazione,
dopo Riker, può essere identificato con ciò che conosciamo sotto
il nome di retorica. Se lo scopo d’erestetica
è quello di strutturare le alternative degli agenti, lasciando
immutate le loro preferenze, la retorica ha come scopo la modifica delle
preferenze, persuadendo gli attori a pensare e comportarsi in determinati modi
anziché in altri, oppure, come diceva Umberto Eco nel suo Trattato di semiotica generale, “muovere pragmaticamente ed
emozionalmente il destinatario”[67].
Il potere manipolatorio
tramite la retorica deve essere percepito come una prima forma d’influenza che
può manifestarsi come controllo al livello individuale e a livello
collettivo. Il controllo è usato
per scoraggiare o prevenire l’azione collettiva come pure la formazione
collettiva della volontà. Sono conosciuti vari modi per ottenere tale
tipo di controllo: scoraggiando l’altruismo, promuovendo norme che sfavoriscono
la cooperazione, propagando o inculcando un atteggiamento fatalistico e
pessimistico, incentivando i partecipanti ad aspettare risultati a breve
termine, anziché al lungo termine ecc.
Un
altro punto di vista sulla manipolazione è proposto di Jon Elster che,
per potere manipolatorio, intende influenza sulla volontà. Si
tratta di una influenza che può operare sia nel lungo termine,
attraverso la socializzazione, sia situazionalmente, attraverso il
condizionamento delle preferenze. Elster sostiene che “la rassegnazione, sia
indotta in generale da coloro che ne traggono vantaggio” e che “i governanti
abbiano realmente il potere di indurre deliberatamente determinate credenze e
desideri nei governanti”[68]. La suddetta rassegnazione è fondata
sulle credenze e sui desideri visti come “essenzialmente
effetti collaterali” (conseguenze secondarie di azioni intraprese per altri
scopi). Dato il fatto che l’opinione di Elster si è manifestata nel modo
esclusivistico, le reazioni non si sono fatte attendere. Non è
obbligatorio che la rassegnazione sia indotta dai detentori del potere. Non
è chiaro perché la rassegnazione debba essere essenzialmente un effetto
collaterale, quando può essere talvolta perseguita e prodotta
deliberatamente, attraverso l’indottrinamento, o il simbolismo, o il rituale, o
inducendo la convinzione che non esiste alcuna alternativa allo status
quo. Il problema del rapporto tra manipolazione e intenzione non
è chiaro, è controverso e non possiamo sostenere che il potere
manipolatorio debba essere intenzionale. Questa è la sintesi delle
critiche ad Elster, quali critiche
possono aprire le porte per complessi dibattiti ideologici.
Tornando
alla manipolazione come influenza sulla volontà, si distingue tra
l’influenza calda, focalizzata sulle passioni o sulle emozioni, ed
influenza fredda, focalizzata sulla ragione e consapevolezza. Nell’ambito
dell’influenza
p. 341
manipolatoria
calda si distinguono “tutte le forme di persuasione emozionale di cui i massimi
esperti sono i bambini, i pubblicitari e i retori”[69].
Il
secondo tipo d’influenza manipolatoria, denominata fredda, opera sulla
dimensione cognitiva, influenzando la visione del mondo degli individui.
Quest’ultimo tipo è stato studiato dagli psicologi cognitivisti,
rappresentati dal gruppo di Amos Tversky[70].
Un
ultimo problema, ma il più importante per la nostra ricerca è
quello della formulazione d’argomenti. Il potere della retorica, secondo A.
Hirschman, consiste nel influenzare le menti e, quindi, le volontà,
impiegando risorse come i miti potenti (l’hybris-nemesi, la divina Provvidenza,
il mito di Edipo), nonché insidiose e influente formule interpretative. Questi
miti potenti sono invocati per il loro carattere intransigente: la loro scaltra
refrattarietà a dettagli di situazioni reali che dovrebbero illustrare
nonché a “soluzioni di compromesso
costruttive”[71]. Nella sua
tendenza d’esemplificare, Hirchman avanza pure tre tesi contro le riforme degli
ultimi due secoli: il principio d’eguaglianza davanti alla legge e contro la
violazione dei diritti civili, il suffragio universale (sec. IX) ed il Wellfare
State (sec. XX). Le tre tesi sono l’effetto
perverso -”ogni azione che mira a migliorare un qualche aspetto
dell’ordine politico, sociale o economico esistente serve solo a peggiorare la
situazione che si intende correggere”-, la futilità -”i tentativi di
trasformare la società risulteranno vani, semplicemente, non sortiranno
alcun effetto”- e la messa a repentaglio -”i costi del cambiamento o della riforma proposti
sono troppo alti, in quanto mettono al repentaglio altri, importanti risultati
già conseguiti”[72].
Tutte
le tecniche di manipolazione proposte hanno come punto di partenza una buona
conoscenza o una capacità d’individuare i simboli appartenenti
all’immaginario sociale. Sostenendo lo
stesso punto di vista, Edelman consiglia
il riconoscimento di una duplice funzione della politica: la funzione strumentale, che consiste nella distribuzione di beni
tangibili, e la funzione espressiva che
copre la dimensione simbolica della politica, la dimensione in cui i simboli
vengono prodotti, recepiti ed integrati in un immaginario collettivo sottoposto
a ristrutturazioni continue. La sua prospettiva è una della tradizione
elitistica, secondo la quale gli attori significativi del processo politico
sono minoranze organizzate (élites) e la massa, priva di organizzazione,
svolge un ruolo non-
p. 342
unitario e
suscetibile di manipolazione. In questo modo le credenze e le istituzioni,
parti dell’immaginario collettivo, che accentuano il peso politico della massa,
“assumono una natura fittizia e divengono strumenti di potere per l’élites”[73].
IV. TRA IMMAGINARIO SOCIALE ED IL PROBLEMA DEL
SIMBOLO RELIGIOSO
Una
scelta di tipo dualista, come quella proposta impone una definizione
interdipendente dei concetti veicolati.
Definire
l’immaginario sociale sarà difficile perché non esiste una concezione
unica e unitaria riguardo ad esso. Per ciò sento la necessità di
passare tramite una evoluzione del concetto.
La
prima percezione è l’identificazione dell’immaginario sociale con “la proiezione
nel futuro di ossessioni, fantasmi, desideri e sogni collettivi”[74].
Si tratta qui dell’attualizzazione di quelle possibilità viste come
ottime. In questo senso, Sorin Antohi realizza una relazione tra immaginario e
utopia. Sia l’immaginario che utopia si riferiscono ad una proiezione di un
modello ideale, ma non obbligatorio ad una proiezione nel futuro[75].
Con
il desiderio di trovare una parola rappresentativa per il processo d’imitazione
dei “modelli esemplari”, ciò
è le immagini, Mircea Eliade
usa il concetto d’immaginazione. Per
essere possibile, l’immaginario ha bisogno d’immaginazione, della
capacità di concezione di’ immagini che costituiscono la sua sostanza.
Un’altra
accezione del termine immaginario viene da parte dello storico francese Jacques
Le Goff[76]
che delimita un’interpretazione storica la quale si occupa tramite l’analisi di
una parte della mentalità collettiva ricca di rappresentazioni, immagini
ed ideologie razionalizzanti. Se, nel primo caso, il senso dell’immaginario
è legato all’immaginazione, in questa accezione è più
legato al processo di costituire, cioè all’immagine. Le Goff ha la
coscienza della difficoltà nel definire il termine e prova una
definizione tramite tre livelli di riferimento:
p. 343
IV. 1.1. Il livello concettuale: “L’immaginario
è sempre confuso con ciò che descrive altri termini simili, dai
domini che si sovrappongono parzialmente, ma che debbono essere differenziati
con attenzione”[77]: la
rappresentazione, il simbolo, l’ideologia.
IV. 1.2. Il livello dell’analisi dei documenti
storici: “I documenti con cui lavora lo storico possono contenere tutti una
dose d’immaginario”[78].
IV. 1.3. Il livello dell’immagine, un concetto
controverso, per cui esistono almeno due posizioni dell’analisi: l’una che nega
il ruolo dell’immagine nella storia umana, un altra che non può
concepire l’orientamento attitudinale e comportamentale senza l’esistenza delle
immagini.
IV. 1.3.A. L’immagine come scrittura
Nel
suo libro “Galassia Gutemburg”, Marshall Mc Luhan ignora tutto ciò che attiene all’immagine che non sia
scrittura e quest’aspetto si rivela più urtante nella condizione in cui
l’ipotesi che il cambiamento del rapporto tra i sensi implicati nella ricezione
dell’informazione stia inducendo una vera rivoluzione nella mentalità collettiva
ed individuale. La sua tesi si riferisce esclusivamente al momento
dell’apparizione della stampa: “l’interiorizzazione di qualche media come sono
le lettere, modifica le relazioni tra i nostri sensi e trasforma i processi
della mente”[79].
Il
passaggio da una cultura “auditiva” ad una “visuale” (caratterizzata da Mc
Luhan tramite il processo di leggere le lettere) genera trasformazioni maggiori
nella psicologia individuale e nel comportamento collettivo. Addetto ideologico
di K. R. Popper , l’autore considera
che questa rivoluzione del passaggio dall’auditivo al visuale coincida con una
“detribalizzazione” dell’uomo: il comportamento “tribale” degli individui si
doveva proprio alla “processazione” auditiva dell’informazione nelle epoche
pre-Gutenburg: “l’uomo tribale non-alfabetizzato, vivendo sotto la pressione
intensa dell’organizzazione auditiva dell’intera esperienza, vive come in uno
stato ipnotico”[80]. Questa
ipotesi, come pure la dimostrazione afferente, sono incisive; ciò che ci
sembra un grave errore è la mancanza, nella sua teoria, dell’ipotesi che
la processazione dell’informazione, fosse originariamente, prima
dell’apparizione del linguaggio articolato, di natura prevalentemente visuale.
Si tratta di un ipotesi sostenuta dalla maggior parte degli antropologi. Un
esempio è proprio l’affermazione di Herbert Read, “prima della parola è stata l’immagine”[81].
Se considerassimo come plausibile l’ipotesi che il linguaggio figurativo abbia
preceduto il linguaggio verbale, allora, la teoria di McLuhan non resta valida; se il passaggio
dall’auditivo al visuale attraverso
p. 344
l’invenzione
della parola stampata ha determinato una “detribalizzazione” dell’uomo, allora
significa che gli uomini primitivi che processavano l’informazione usando dei
disegni, appartenevano alle organizzazioni sociali “detribalizzate” o, come
dice McLuhan, erano usciti dalla “ipnosi”. Certamente non…
Ma
non è il solo errore fatto da McLuhan. Umberto Eco ha ragione quando parla dell’errore “ideologico delle scienze sociali” “considero il proprio discorso
immune dall’ideologia”). McLuhan dimostra che, benché consideri la propria
dimostrazione stessa come “oggettiva” e “neutrale”, coscio o meno, egli cerca
di convalidare le ipotesi, senza considerare o negando proprio gli argomenti
contestatori. Eliade, sostiene McLuhan, non fa altro che motivare la nostalgia
dopo un modo “tribale” (leggersi
“sacro”) di esistenza. L’autore messo in dibattito considera come una gran
verità l’affermazione che “l’uomo alfabetizzato è stato disposto
a desacralizzare il suo modo d’essere”[82].
Questa citazione dimostra che, preoccupato con l’identificazione dei nostalgici
del “tribalismo”[83],
l’autore non capisce che il messaggio di Eliade e proprio che la società
moderna, sebbene pretesa profana, è nei fatti, d’una sacralità
nascosta, latente e degradata: “la maggior parte degli uomini senza religione,
non sono, in fatti, liberati dei comportamenti religiosi, delle teologie e
mitologie (…) l’uomo profano è l’erede del homo religiosus e non
può annullare la propria storia…”[84]
Tornando
al problema dell’immagine,
IV. 1.3.B. L’immagine come risultato fisico
dell’attività artistica
Ciò
che non dobbiamo dimenticare nel nostro intervento è una seconda posizione,
che tratteremo in modo meno approfondito, per motivi d’interesse momentaneo: l’immagine concepita come risultato fisico
d’un attività artistica. L’attività artistica ha reso
possibile un mondo simbolico e la religione, la filosofia e le scienze si fanno
l’apparizione come “modi ulteriori di
pensare”[85]. Non deve
intendersi che oggi il ruolo dell’arte è stato superato, al contrario,
la contemplazione delle immagini costituisce uno stadio fondamentale nel
processo del pensare: “manipoliamo le idee con metodi scientifici, ma li
scopriamo tramite la contemplazione”[86].
Nella stessa onda d’opinione, Pierre
Francastel sostiene che il ruolo dello “oggetto
figurativo” ha la tendenza a crescere nella società moderna. Il
ruolo dell’immagine è “inestimabile nella manifestazione della
mentalità collettiva”[87].
p. 345
L’arte stessa, la
produttrice dell’immagine, è vista come “uno strumento di propaganda sia
nelle mani dei deboli, che dei potenti […] attraverso gli occhi si domina la
gente, perché cosi s’addormenta più facilmente la sfiducia”[88].
IV. 1.3.C. L’immagine come fonte per la
processazione sociale dell’informazione o Dove non manca il simbolo
La
terza posizione estrema appartiene agli autori che rivendicano il ruolo
primordiale dell’immagine nella processazione informazionale al livello sociale
ed individuale.
Mircea
Eliade, in “Immagini e simboli”, definisce le immagini come “modelli esemplari”, per l’imitazione per
cui è necessaria l’immaginazione.
Perché
si sente il bisogno d’imitare dei modelli esemplari? Perché, diceva l’autore,
“la realtà ultima si manifesta in modo contradditorio e, di conseguenza,
non potrebbe essere espressa con concetti”[89].
Eliade si avvicina a Yung, con i suoi archetipi:
l’attività umana è la risultante del processo d’imitazione
(tramite l’immaginazione) delle Immagini
come modelli esemplari.
In
collegamento con questa percezione è il problema del simbolo, perché la
maggior parte delle Immagini, nel senso particolare offerto da Eliade, sono di natura simbolica.
Cosa
ci rivela il concetto di simbolo?
La
differenza essenziale tra uomo ed animale è costituita della
capacità interpretativa che caratterizza l’essere umano. Al di là
dei confini del mondo fisico, l’uomo trova se stesso tramite la ricostruzione
del reale. Egli non conosce la realtà, ma la interpreta in un continuo
processo di ricostruzione.
Se
dobbiamo introdurre il riferimento temporale, la prima modalità
d’interpretazione è stata di natura simbolica. In questo modo, l’Essere
è stato totalmente ricostruito in una nuova maniera.
“L’uomo non vive più in un universo puramente fisico, egli vive in un universo simbolico. Il linguaggio, il mito, l’arte e la religione sono parti di tale universo (…).L’uomo non affronta più la realtà nel modo diretto; egli non la può vedere, come si dice, faccia a faccia. La realtà fisica sembra ritirarsi, nella misura in cui avanza l’attività simbolica dell’uomo, il quale si è chiuso in queste forme linguistiche, immagini artistiche, simboli mitici o rituali religiosi, che non può vedere o conoscere, fuori dall’interporsi di questo medio artificiale.”[90]
L’apparizione
delle interpretazioni simboliche ha costituito, allora, un “cambiamento qualitativo” per il “cerchio funzionale” dell’uomo.
Cosa
intendo con il concetto di simbolo?
p. 346
Per
definire il simbolo devo passare tramite il concetto di segno: un segno è “un qualcosa che rappresenta un’altra cosa
rispetto alla sua sostanza fisica”[91].
In questo caso, il simbolo sarà definito come un segno con un numero
indeterminato di significati. E possibile che questa definizione non possa
soddisfare uno spirito positivo, per ragioni di non-determinazione, ma, secondo
me, è la più adeguata possibilità. Al contrario del
linguaggio scientifico, dove il concetto tende ad avere un solo significato, il
simbolo tenta di dire TUTTO sull’oggetto significato. Per ciò, dice Evseev, “il senso simbolico è
un’ipostasi informazionale ottima del segno”.
La
mia indagine richiede anche la risposta per la domanda “Perché gli uomini fanno appello
ai simboli?”
Perché,
dice Eliade, “la realtà ultima è contraddittoria e non può
essere compresa in concetti”[92].
Alla stessa capacità
interpretativa si deve anche la gran possibilità che i simboli hanno per
nascondersi nelle società moderne, dominate da una nuova capacità
interpretativa: l’ANALITICO.
“Il linguaggio simbolico nasce una volta con la cultura è l’accompagnerà per quanto tempo la gente risentirà il bisogno di parlare di loro stessi e del mondo, qualcosa che non centra nei significati odierni delle parole o nelle categorie e leggi scientifiche”[93]
Tramite
il simbolo, gli uomini cercano di alzarsi da ciò che possono solo
percepire a ciò che si può soltanto capire, dall’apparenza,
all’essenza.
In
una maniera sintetica cercherò di presentare alcune condizioni ed
attributi del simbolo, con radici nell’accezione di Ivan Evseev:
-
il simbolo è un segno con una massima apertura informazionale;
-
il simbolo è un segno che riguarda i lati fondamentali dell’esistenza;
-
il simbolo è un segno profondo marcato assiologico; esso è
l’espressione di una attitudine, di una valorizzazione etica ed estetica;
-
il simbolo è un segno paradigmatico;
-
il simbolo è un segno con un forte carico affettivo;
-
il simbolo è un segno forte centrato antropologico;
-
il simbolo è un segno ambivalente, che ha nella sua struttura
significati polari; cosi esso trascende le contraddizioni.
IV. 1.3.C. a. Il simbolo come anima mitologica
Nell’economia
della mia ricerca teorica si rivela necessario un chiarimento del concetto di
mito. Esso può essere concepito in relazione al concetto di simbolo;
è una narrazione di un simbolo o d’un insieme di simboli.
p. 347
“Il mito è una concatenazione di simboli; il simbolo è la forma condensata del mito.”[94]
La
relazione tra simbolo e mito, attraverso la religione, però, è
stata analizzata pure di Aurel
Codoban che, sotto l’influenza di Eliade, sostiene che “l’essenza
dell’esperienza religiosa e simbolica, la sua vera espressione è il mito
e il rituale. Il mito esplicita i simboli e li collega tramite un dramma”[95].
Dopo lo stesso autore, il simbolo si rivela e si sta motivando tramite il mito.
Esso è l’autointerpretazione religiosa del simbolo; è il
“complemento straordinario dell’esperienza religiosa […], il reincontro con il
sacro, decidendo un insieme di modelli facili da capire e trasmettere.”[96]
Il
mito si manifesta come depositario di “gesti
sacri fondamentali” ed esemplari d’azione; tramite esso il rituale trova
una giustificazione e la comunione si realizza intorno alle stesse credenze e
comportamenti. P. Ricoeur sostiene che il mito sia una “storia tradizionale” capace d’istituire tutte le forme di pensiero
e d’azione, tramite cui l’uomo capisce se stesso e gli altri[97].
La
presenza del mito nella mia ricerca è giustificata dalla posizione dello
stesso Mircea Eliade, interpretata in una maniera assolutamente personale dallo
studioso romeno, Aurel Codoban. Per Eliade la cultura del mito è una
cultura chiaramente specificata come religiosa. “L’esemplarità del mito,
il suo carattere universale, ci rivela la presenza di una logica comunitaria,
dentro di sè. Il mito interpreta, sviluppa e sistema i simboli, le
tracce delle ierofanie, delle presenze del sacro nell’esperienza individuale,
ma è di più che il simbolo, da parte del mentale collettivo […].
Il mito è assimilato dall’uomo come essere totale, appartenente ad una comunità.”[98]
p. 348
IV. 2. IL LEADER
CHARISMATICO E LA MANIPOLAZIONE DELL’IMMAGINARIO SOCIALE . COME
HA VINTO BERLUSCONI
“Man mano che la fede religiosa
dell’esistenza del Paradiso entra in discesa, il materiale inconscio del mito
originale viene conservato in un genere letterario, utopia, ed in una formula
politica, il movimento.”[99]
Frank E. Manuel e Fritzie P.
Manuel
L’ultimo
tentativo realizzabile di quest’inizio di ricerca sulla manipolazione politica
tramite i simboli religiosi, cerca di mettere in accordo la conquista del
potere, la simbolistica religiosa ed i media, usando come collante
l’immaginario sociale.
Un
esempio facile da comprendere è quello dello leader carismatico e, come
il caso italiano ha offerto tanti esempi nel tempo, mi ci soffermero, come
sull’isola dell’utopia di Morus.
Dal
punto di vista di Max Weber, il potere carismatico “poggia sulla dedizione
straordinaria al carattere sacro e alla forza eroica o al valore esemplare di
una persona, e degli ordinamenti rivelati o creati da essa.”[100]
Per
il caso italiano non si può giocare con l’idea del leader carismatico
superando la sfera del partito di massa e quella dei mass media, questo in
quanto lavorare per l’immagine significa elaborare strategie comunicative
politiche che forniscono ai mass media gli strumenti per diffondere nella
società le rappresentazioni desiderate dei partiti. Il terreno sul quale
la presenza dei mass media può produrre, più che altrove,
importanti conseguenze per i partiti politici di massa, è quello
relativo al problema della selezione e della qualità del leader.
Assistiamo così ad un processo di maggiore “personalizzazione della politica”[101].
Le nuove forme di comunicazione politica hanno determinato una
modificazione dei meccanismi di selezione del leader, favorendo quelle
modalità di accesso che hanno come criterio il carisma. Nell’accesso a
posizioni di vertice vengono privilegiati quei politici in possesso di
caratteristiche più funzionali alla logica dei mass media. Ciò
che tende ad avere importanza è l’aspetto fisico del candidato, la
p. 349
sua
facilità discorsiva, il suo sapersi rappresentare come attore che
s’identifica in ogni momento con diversi personaggi o attitudini simboliche
facendo parte del mondo immaginario della collettività, il suo sapersi
trasformare in Grande Predicatore. Il leader carismatico deve essere animato
dalla forza ed urgenza del suo mandato messianico. Rilevante sono cominciati a
diventare l’immagine, il carisma, e non le effettive posizioni politiche. In
1983, Panebianco sosteneva che sarebbe stato necessario precisare che il
problema descritto non riguarda i livelli di democrazia all’interno
dell’organizzazione stessa oppure nel sistema sociale, ma a ben vedere la
possibilità di sopravvivenza del partito politico visto come
organizzazione di massa. Il leader carismatico implica un’influenza nell’assetto
organizzativo che comincia a differenziarsi da quello del partito di massa.
Troviamo un’istituzione debole, un potere di tipo monocratico, che passa dallo
statuto di partito di massa come istituzione forte, verso il partito
carismatico plebiscitario. Si crea una sorta di democrazia plebiscitaria
caratterizzata da una tradizionale debolezza organizzativa e radicamento
sociale dei partiti politici.[102]
Si
arriva all’americanizzazione della campagna, nel senso intesso da Pasquino: “Se i tre elementi politici fondamentali che
debbono o possono essere comunicati sono, nella versione statunitense classica:
il partito, il candidato, la tematica, il più facile e il più
interessante da comunicare, soprattutto per i mass media, è
indubbiamente, il candidato”[103].
L’attuazione
dell’uso dei simboli appartenenti all’immaginario sociale, nella manipolazione
politica, è molto evidente nell’ascesa all’incarico di Presidente del
Consiglio di Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia. Le ricerche condotte
sulla presenza dei candidati e dei partiti nell’ambito dell’offerta televisiva
per la stessa campagna elettorale (1994), affermano che Silvio Berlusconi
è stato vincitore in gran parte grazie alla creazione d’un mito
televisivo, identificabile con un partito[104].
p. 350
“Berlusconi risponde al teorema di ogni nostro appetito e di ogni nostra paura. Quale sia la scelta che abbiamo compiuto nell’urna, rimane un resto da colmare, un incognita da spiegare, un di più da esprimere. Berlusconi è la nostra via di Damasco. Siamo caduti da cavallo, siamo nella polvere. Siamo accecati. Quale è la sovranità che prende luce da questo Segno della nostra condizione presente? Per questo annuncio del futuro? Quale sequenza di desideri ci ha portato a simile agnizione?”[105]
Sintetizzava
la reazione dell’immaginario collettivo, nel tempo delle elezioni per la
Presidenza del Consiglio, Alberto Abruzzese, con una facilità
straordinaria di sorprendere una realtà in chiave ironica. Cercando le
radici della formazione ideologica del mio apparente personaggio, non posso
soprassedere il momento in cui, qualche mese prima della scesa nel campo della
politica, alla casa editrice “Silvio Berlusconi Editore”, a cura di Silvio
Berlusconi, usciva un’edizione breve del “Il
Principe” di Machiavelli, con delle note apocrife di Napoleone. Lo stesso
Principe di cui parlava Antonio Gramsci, in 1949, in “Note sul Machiavelli”, dicendo che “è un mito: lui non si presenta come una fredda utopia, ne
come un ragionamento dottrinario, ma come una creazione dell’immaginazione
concreta che agisce sopra un popolo disperso e polverizzato per suscitare ed
organizzare la sua volontà.”[106]
Questo
punto di vista mi ha offerto anche lo spunto per presentare Berlusconi e la sua
ascesa politica in confronto, spero non tropo esagerato, con le idee religiose
del millenarismo[107].
Berlusconi
si fa vedere in un contesto in cui il movimento operaio aveva deluso, non era
più capace di creare nuovi gruppi dirigenti, aveva gli addetti
invecchiati precocemente e non riusciva modernizzare i propri apparati e le
proprie strategie. Si assisteva alla morte d’un mito[108].
La cultura di sinistra che aveva promesso e che aveva giocato il ruolo di
mediatore tra intellettuali e vita
quotidiana, tra media e tradizione, tra politica e bisogni, che doveva portare
con sè tutte le terre promesse e tutte le credenze salvifiche, è
riuscita a deludere. Il partito comunista di massa, il PCI non ha saputo in
quel momento acquisire ne la sapienza sulla civiltà di massa, ne una
religiosità laica, ne una cultura metropolitana che le tradizioni del
centro non comprendevano.[109]
In realtà non so dire se sia stato Berlusconi a vincere oppure Occhetto,
il suo concorrente, a perdere.
p. 351
In
questa situazione, lo spazio simbolico dell’italiano, appartenente ad una cultura
politica dipendente-partecipativa [110],
con delle radici parrocchiali, è diventato meno generoso con “la
sinistra divina”[111],
che non garantiva la stabilità, e ha spostato la sua fede verso un
orientamento che sembrava più deciso. Gli stessi simboli millennaristi
diventano l’appoggio per Berlusconi. Per capire cosa è successo nella
mentalità collettiva bisognerà pensare alla fenomenologia dei
modi dell’Anonimo di vedere la personalità di Silvio Berlusconi. Egli
propone la Salvezza, propone le soluzioni vere per i problemi d’una
realtà che sembrava insfruttabile. La sua ascesa nella sfera del potere
politico è resistente. La dimostrazione di questo fatto è il
semplice sguardo alle realizzazioni che lo qualificano come imprenditore.
L’elettorato ha bisogno di punti di stabilità, come ha bisogno di fede.
L’invenzione della società, per soddisfare questi bisogni, è
stato Lui, il risultato della crisi del sistema, come dell’incapacità
della gente nel concepire l’unita tra padrone e governante, tra mercato di
consumo e mercato del consenso.
Nel
suo presentarsi si è speculata pure sulla logica del racconto dalla
quale non possono mancare i segni premonitori: “Si dice che Berlusconi stia preparando un partito.” Dopo la
notizia, la folla reagisce: si crea l’autorità del desiderio di sapere
che genera l’“isteria collettiva moderna”
aumentata tramite i mass media. Come il portatore della parola ateniano di cui
Herodot diceva che rifiutava ogni tipo di potere (Non voglio ordinare e neanche
sopportare.), Berlusconi sostiene che non volle rinunciare al suo mestiere, non
volle niente di più, ha un senso limpido del suo equilibrio umano dato
dalle sue radici. Sostiene! Perché subito si accorge della sua missione di
difensore d’Italia, del pericolo che corre, e si proclama il Salvatore.
L’apparizione
di Berlusconi e la sua ricezione da parte degli italiani può essere
intesa pure dalla prospettiva di Bleich che dice, adottando un punto di vista
psicanalitico, che il profeta deve essere inteso tramite il comportamento d’un
fratello più grande che uccide il padre castratore per salvare i
fratelli più piccoli. Cosi si realizza il desiderio di toccare
immediatamente l’impossibile.[112]
Il padre castratore lo troviamo nella nostra situazione nel movimento traditore
della sinistra e Berlusconi diventa il fratello più grande, forte,
sveglio, carismatico, la proiezione d’un ego popolare insicuro. La crisi della
violenza adolescenziale chiarisce l’assetto simbolico d’una crisi
d’identità sociale e d’un disequilibrio fondiario. Le barriere razionali
di una classe sociale stabile sono distrutte una volta con il sentimento della
misura. La gente desidera diventare come lui, sogna una ricchezza che
rassomiglia a quella promessa da Baruh nelle sue profezie sul giorno
dell’arrivo di
p. 352
Messia: saranno dieci
mila viti su ogni ceppo, ogni vita avrà dieci mila virgulti, ogni
virgulto, dieci mila grappoli ecc[113].
Berlusconi non ha fatto delle promesse, ma il popolo ha nella sua memoria
inattiva la simbolistica millenaristica. L’immaginario collettivo ha reagito
anche ai cerimoniali del potere pubblico. Il popolo era abituato con lui
vestito come padrone, non come un povero. Non si poteva rinunciare a questi
aspetti, ma si poteva lavorare sulla voce e sulle parole, per arrivare alla
portata di tutti. Così, la solidarietà, il valore più
importante del partito di massa e delle ideologie cristiane, nello stesso
tempo, è rispettata. E un aspetto che non aveva capito il suo
concorrente, rappresentante del PCI, Occhetto, allorché volendo speculare
l’ostilità dell’interlocutore, ha dimenticato che l’immagine del nemico
si confondeva con quella degli elettori e, offendendo il primo, riusciva a fare
la stessa cosa con i secondi. La scena domestica televisiva degli italiani era
animata dalla rivolta di qualcuno che stava scoraggiando la buona disposizione
e la tranquillità. Quindi, Berlusconi parla la lingua degli innocenti,
è umano, ha emozioni, ha la voce tremante dell’uomo semplice che non
è abituato allo spettacolo pubblico. Ma, probabilmente la realtà
è diversa: egli ha saputo approfittare della sua
rappresentatività grazie alla cultura della televisione, della sua “autenticità
di cittadino televisivo”[114].
Ancora ci vuole, per capire come funziona questo legame tra media ed
immaginario sociale, immergersi nelle mitologie piccole e grandi dello schermo,
nelle figure moderne e antiche dell’immaginario collettivo.
Riproduco,
per esemplificare, un pezzo d’un commento fatto da un’allieva di terza media a
Bari, sulla personalità di Berlusconi.
“È
tanto tempo che non si fanno più monumenti a grandi personaggi a
cavallo. Quelli che ci sono già sono tutti monumenti a grandi personaggi
del passato. Ma adesso che c’è il Cavalier Berlusconi, Capo del Governo
e abile vincitore di tante cose, forse si farà un altro monumento
equino. È probabile, perché Berlusconi è solo all’inizio della
sua politica e infatti il suo partito ‘Forza Italia’ ha pochi mesi di vita. Pur
essendo un partito ancora in fasce, si può dire, ha già vinto
molte cose importante e perciò si può pensare che chissà
quante potrà vincere in futuro. E per questo che dico che può
essere che nel futuro, a Berlusconi, siccome è anche Cavaliere, ci
possono fare un monumento equino. Potrebbe essere lui di bronzo, o di marmo,
che guida una coraggiosa carica di cavalleria gridando <Forza Italia>“[115].
Ritroviamo nell’entusiasmo dell’adolescente il motivo del guerriere, che,
associato con la percezione sul Berlusconi come “L’Unto del Signore”, ci porta
per un’altra volta al movimento Millenarista: “Ma
p. 353
troviamo qui [nei
movimenti millennaristi n.a.] anche una secolarizzazione dell’attesa
giudeo-cristiana, e quindi il soggetto del profeta armato e della violenza
generalizzata, considerata necessaria e purificante.”[116]
Alcuni
studiosi possono pretendere che non possiamo fidarci dell’opinione degli
adolescenti. Io direi il contrario, dato il fatto che il loro l’immaginario
riflette anche l’immaginario “respirato in casa”, ciò che dice il
fratello più grande, il padre, le persone con autorità nella
famiglia (vedi l’appendice). Loro si permettono di presentare la rivolta
dell’icona dimenticata, come pure quella dell’identità dei cittadini
lucidi che fanno tutto per la prima volta (pure votare!) e che si sentono
più responsabili della loro scelta. Questa coscienza si rivela nel
commento molto analitico di un’altra ragazza di terza media:
“Silvio Berlusconi, imprenditore, proprietario del Gruppo Fininvest, è un uomo che nel giro di pochissimo tempo è riuscito a creare un partito che si è rivelato il vincente. Ha promosso una campagna elettorale diversa rispetto a quella a cui gli italiani erano abituati, una campagna all’americana: convegni, spot pubblicitari, adesivi, distintivi, magliette, cravatte con il simbolo del suo partito…Ha basato la sua campagna sull’immagine, sull’apparenza. Ha promesso enfaticamente di migliorare la situazione dello stato, proteggendo gli interessi di tutti: una dichiarazione un po’ difficile da capire, dato che è un imprenditore, i cui interessi da quanto ho capito dalla storia, non sono coniugabili con quelli dei ceti popolari. […] Naturalmente tutti gli auguriamo che possa veramente portare <la quiete dopo la tempesta>nella nostra Italia.”[117]
L’esplicazione
per il modo berlusconiano di presentarsi è nelle parole d’Abruzzese “[Berlusconi]
nasce dalla testa della TV e dalla coscia del video”[118].
E ciò che mancava in quel momento alla “cultura dei partiti storici” come anche alla “cultura delle istituzioni”[119].
C’era
veramente bisogno di Berlusconi per gli italiani? La reazione dell’immaginario
collettivo ha dimostrato di sì: perché c’era bisogno di tirar fuori i
reali bisogni dell’individuo moderno, consapevole della sua debolezza, ma con
la tentazione della forza. È rimasto Presidente del Consiglio per poco
tempo, ma la sua proposta culturale vive nelle indecisioni dell’elettore: si
è rinunciato alla salvezza tramite il leader di <Forza Italia>, ma
non si poteva rinunciare ad un nuovo modello culturale, quello dei nuovi media.
Berlusconi ha vinto perché ha saputo dove può “massaggiare” per mandare
via le effettive tensioni culturali. L’immaginario collettivo ha assimilato
soltanto ciò che ha riconosciuto di più potente o più
inedito, le figure massime della trasgressione; l’immaginario televisivo si
è tradotto in potere, politica, solidarietà, vincendo nella
realtà dei
p. 354
rapporti e delle
relazioni sociali. Se in quel momento la politica di sinistra scendeva in
piazza, “manifestava”, quella di Forza Italia si espandeva sull’un territorio
metareale, mediatico.
L’impatto
sull’immaginario collettivo è prodotto dal transito d’una medesima
identità dei riti del territorio fisico a quelli del territorio mentale.
L’ampiezza è come una sorta di cerimoniale dei cerimoniali[120].
Il problema è adesso cosa succede con la società nel contesto in
cui tale modello culturale esce vincitore?
Percependo:
i partiti come “parti” della società entrati nelle relazione con lo
Stato, cioè capaci di aumentare il livello della società;
Berlusconi come rappresentante di una “parte”, e adattabile alla massa, capace
d’abbassarsi per guadagnare; arriviamo alla conclusione che il suo partito non
è riuscito ad arrivare alla fine del suo compito, perché, invece di
alzare gli altri, si è abbassato. Ma il suo leader ha guadagnato, che
piaccia o no. Ha guadagnato il suo posto di leader carismatico, assunto come
simbolo, metafora, incarnazione di una trasformazione radicale della
società. La manipolazione si è prodotta!
Siamo
arrivati ai nostri principali personaggi, nascosti in ogni riga del testo. Ho
parlato degli elettori, del loro mondo simbolico, del loro movimento interno,
nel momento del voto e (perché no?!) di ciò che hanno guadagnato pure
loro. I sistemi di potere possano avere in mano il potere della persuasione, ma
gli elettori approfittano di questi mezzi autoritari per crearsi la propria
identità.
V. CONCLUSIONI
Ciò
che hanno in comune le definizioni dell’immaginario sociale è il
riferimento al carattere soggettivo, non-razionale del suo contenuto.
L’immaginario sociale deve essere visto come un “serbatoio” di simboli,
immagini e rappresentazioni, interpretazioni-tipo d’alcuni fenomeni, processi
sociali condivisi dalla maggior parte dei membri d’una comunità in un
certo momento. Il suo contenuto
è simbolico. Il simbolo deve essere visto qui come segno con una
molteplicità di significati (Mircea Eliade, Il sacro ed il profano) ed Evseev sostiene la stessa idea sotto una forma radicale: “una
società senza simboli è una società morta”.
Per
ciò mi permetterò di concludere con un’interpretazione - quadro[121]
di natura dominante simbolica (essendo dominante nelle nostre società le
Immagini-Simbolo, come avrebbe detto Eliade). I simboli hanno la
proprietà d’essere
p. 355
estremamente
stabili, avendo la capacità di nascondersi anche nelle società
dominate da interpretazioni analitiche.
Questa realtà non implica, però, una statica del simbolo; al
contrario, si esercitano pressioni naturali verso le modifiche nell’immaginario
sociale. Dal punto di vista funzionale,
non sono possibili le discontinuità che distruggono l’immaginario
sociale. Esse (le discontinuità) tendono soltanto a riorganizzare
l’immaginario. Un tale tipo di discontinuità si può produrre
nelle situazioni in cui si sveglia una parte del fondo simbolico nazionale
grazie all’apparizione sul palcoscenico politico di un leader carismatico. Un
tale esempio, analizzato nel caso di Berlusconi, per il popolo italiano, ha
rivelato che ciò che si ottiene è un mutamento culturale profondo
(cioè il risultato della manipolazione intesa come cambiamento in
profondità), sulle basi offerte dalle categorie del sacro. Dopo l’evento
elettorale, (si deve leggere: ogni evento che è capace di far emergere
il fondo inattivo dell’immaginario collettivo nazionale), il sacro rientra nel
suo nascondiglio profano, aspettando di manifestarsi in uno degli altri mondi
simbolici possibili. Ma, l’immaginario collettivo, trasformato nel modo
più o meno cosciente, arriva ad assumersi una tradizione che è il
risultato d’un evento sociale generatore di discontinuità. Nel caso
messo in dibattito, questo evento è l’assimilazione della cultura dei
new media, adottata come tradizione inventata[122]
per l’identità politica e sociale di un popolo.
Appendice
Tutti sono incrati
Berlusconi è un granduomo. Lui è anche molto ricco. Nella vita ha vinto tutto e adesso ha vinto anche il governo e le elezioni. Non capisco però perché si è messo con gente come quel Bossi della Lega Nord. Mio fratello dice che Berlusconi sarà nello stesso tempo il Crax e l’Andreotto della situazione del 2.000. Cosi Bossi resterà in brache di tela e imparerà a volere il male dell’Italia, che ben li sta. Prendere o lasciare. Anche quel Fini resterà di nuovo a terra come un coppertone sgonfio.
Cosi dice mio fratello più grande e io ci credo. Anche se non capisco come farà il Signor Berlusconi a fare tutte quelle cose li. Vabbè che lui di cose che ha già fatte tante, anche soldi a palate da svenire. Beato lui.
p. 356
Non capisco perché i nemici di Berlusconi ne parlano male o malissimo. Prima dicevano che era tutto marcio e che si doveva cambiare tutta la Repubblica, tutti in galera e avanti tutte le faccie nuove. Adesso che c’è tante faccie nuove e una Repubblica pure nuova di Zecca, con Berlusconi che è nuovissimo anche perché ha sorpresso tutti, i suoi nemici si lamentano e dicono peste e corna. Ma dico: Forza Italia mica cera nella Repubblica di prima! E vero o no?
Dice che Berlusconi prima succhiava ilo late da Craxi e dai socialisti ladri, ma lui è stato più furbo, li ha prima usati e poi buttati fuori dall’auto. Chi perde, perde e non ci è niente da fare. Logico che la gente lo ha votato, perché pensa di fare la stessa cosa: poter continuare a intortare, la cuccagna, però in modo pulito del nuovo Stato italiano, senza pagare il dazio per tangenti, bustarelle e tutte le porcherie grandi e piccole che, dice mio padre, tutti nella vità debbono fare pe campare. Dice mio padre: tutti sono incrati, tutti prima ti usano e poi ti gettano in cesso per poterti pure prendere il posto. Cosi poi non si aricordano come erano fatti prima, quando chiedevano i favori e li pagavano. Dice mio padre, insomma: è logico che hanno votato quel Berlusconi, perché lui è lo specchio degli altri, che si vedono come lui, furbone che la fatta franca e guarda al futuro con fiducia. Insomma, dicono Forza Italia perché ci conviene. Ma noi siamo italiani, mica tedeschi o americani!
Perciò io dico: Viva l’Italia e Viva Berlusconi che ci ha dato la scossa.
ENZO, terza media, Palermo, in: Nicotri Pino, Berluscon de’Berlusconi, coll. Gli Specchi, Marsilio Editori, 1994: 85-86.
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[1] C. W. WAHL, “The Relations Between Primary and
Secondary Identifications: Psychiatry and the Group Sciences”, in Eugen BURDICK
e Artur J. BRODBECK, American Voting
Behavior, Glencoe, Ill., 1959: 263.
[2] P. BERGER, T. LUCKMANN, La realtà come costruzione sociale (1966), Bologna: Il Mulino, 1969.
[3] Ibidem: 60.
[4] C. SCHMITT, La tirannia dei valori, Roma: Antonio
Pellicani Editore, 1990.
[5] Nella categoria,
d’apertura attiva verso le pubbliche informazioni, sono i ministri, i deputati,
i capi di partiti politici, sindacati ed associazioni professionali, cfr. R.
DAHRENDORF, “Aktive und passive Oeffentlichkeit”, in W. R. LANGENBUCHER, Zur Theorie der politischen Kommunication, 1974: p. 97-110, apud J. J. Van
GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, Communicatiewetenschap,
Muidrberg: Coutinho BV, 1991, trad. rom. “ªtiinþa
comunicãrii”, [Bucarest]: Humanitas, 1998: 247-249.
[6] S. ACQUAVIVA, E. PACE, Sociologia delle Religioni, Roma: NIS, 1992: 21.
[7] Voglio intendersi
con la secolarizzazione “la relazione che la società e la civiltà
europea moderna intrattengono con gli elementi cristiani del passato e gli
elementi cristiani persistenti nel presente”,
cf. O. CLADWICH, Società e
pensiero laico, Torino: SEI, 1982: 290.
[8] M. WEBER, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano: Sansoni, 1974.
[9] P. BERGER, B. BERGER, H. KELLNER, The Homeless Mind, Harmondsworth:
Penguin Books, 1973.
[10] F. NIETSCHE, “Su
verità e menzogna in senso extramorale”, in idem, Opere complete (a cura di G. COLLI e M. MONTINARI), Milano, 1980,
vol. II, tomo III: 361.
[11] M. EDELMAN, Gli usi simbolici della politica, Napoli: Guida Editori, 1987.
[12] G. FEDEL, in M.
EDELMAN, op. cit.
[13] H. LASSWELL, A. KAPLAN, Potere e società. uno schema concettuale per la ricerca politica, Milano, 1969.
[14] J. L. SERVAN SCHREIBER, Le pouvoir
d’informer, Parigi: Laffont, 1979.
[15] G. BAUDRILLARD, “Oscenità della comunicazione”, Alfabeta, n.40, sett. 1982.
[16] J. HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari: Laterza, 1971.
[17] S. CRISTANTE, in M.
MOCELLINI, M. SORICE. (coord), Dizionario
di comunicazione, Roma: Editori Riuniti, 1999.
[18] U. ECO, Apocalittici e integrati, Milano:
Bompiani, 1964.
[19] M. MORCELLINI, M. SORICE (coord.), op. cit.: 164.
[20] G. VATTIRNO, P. A. ROVATTI, Il pensiero debole, Milano: Feltrinelli, 1983.
[21] A. ARDIGÒ, Per una sociologia oltre il postmoderno, Bari: Laterza, 1988.
[22] D. BELL, The
coming of postindustrial society: a venture in social forecasting,
Harmondsworth: Penguin, 1974.
[23] A.
TOFFLER, The third Wave, Londra: Pan,
1980: 439.
[24] Y. MASUDA, The
information society as post-industrial society, Bethesta (MD): World
Futures Society, 1981: 3.
[25] J. HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari: Laterza, 1971.
[26] M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino: Einaudi, 1976.
[27] D. LYON, La società dell’informazione,
Bologna: Il Mulino, 1991: 38.
[28] M. Mac LUHAN, Gli strumenti di comunicare, Milano: Il Sagiatore, 1967: 67.
[29] G. ROMANATO, M. G. LOMBARDO, I. P. CULIANU, Religione e potere, Genova: Casa editrice Marietti, 1981: 130.
[30] Nota ufficiale, Olanda, 1975.
[31] H. D. LASSWELL, “The structure and function of
comunication society”, in L. BRYSON (ed.), The
communication of ideas, 1948.
[32] Tra queste varianti
ricordiamo quelle offerte di R. K. MERTON, Social
Theory and Social Structure (1949), tr. it.: Teoria e struttura sociale, 3 voll. Bologna, 1966 e di C.
R. WRIGHT, “Functional analysis and mass comunication”, Public opinion quarterly, 24 (1960): 606-620. I due teorici hanno
delineato le funzioni sociali dei mezzi di comunicazione di massa distinguendo
tra: Informazione (I media
dovrebbero fornire informazioni riguardanti fatti e situazioni che si verificano
nella società, e specialmente informazioni rilevanti per il sistema
democratico, la partecipazione dei cittadini, l’innovazione e il cambiamento,
l’adattamento a situazioni esterne), correlazione
(Dovrebbero offrire i commenti, le critiche e le interpretazioni dei fatti.), continuità (I media “esprimono sia le culture dominanti
che quelle minoritarie e ne preservano l’identità nel tempo,
contribuendo a formare e a mantenere una continuità dei valori sociali e
culturali delle nazioni e dei gruppi sociali che le compongono”, intrattenimento (I vari media
forniscono divertimento e distrazione), mobilitazione
(I mezzi di comunicazione offrono gli strumenti per la mobilitazione verso
svariati obiettivi politici, economici, religiosi e sociali.). Secondo l’Enciclopedia delle Scienze Sociale,
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1995, voll. II: 164), le funzioni dei
mezzi di comunicazione di massa “saranno specificate in modo diverso se
considerate dal punto di vista: a) dell’interesse nazionale; b) delle voci che
nelle società cercano una opportunità per esprimersi o per
indurre cambiamenti; c) dei detentori del potere economico o politico; d) delle
classi povere e subalterne; e) dei
proprietari dei mezzi di comunicazione di massa o di coloro che li controllano.
[33] cf.
J. J. Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, Communicatie wetenschap, Muiderberg: Coutinho BV, 1991, trad. rom.
“ªtiinþa comunicãrii”, [Bucarest]:
Humanitas, 1998: 247-249.
[34] L. W. HODGES, “Defining press responsibility: a
functional approach”, in D. ELLIOTT (ed.), Responsible
Jurnalism, 1986: 21-30.
[35] R. DAHRENDORF, “Aktive und passive
Oeffentlichkeit”, in W. R. LANGENBUCHER, Zur
Theorie der politischen Kommunication,
1974: 97-110, apud Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, op. cit.: 249.
[36] Sulle due categorie
di pubblico dei media ed il ruolo socisle dei mezzi di comunicazione sociale
dei media, leggersi anche J. BLUMER, E. KATZ (a cura di), The uses of mass communication, Beverly Hills-Londra, 1974, oppure
K. E. ROSENGREEN e altri (a cura di), Media
gratification research, Beverly Hills-Londra, 1985.
[37] R. GREISZLER, Massenmedien ,Basiskommunication und demokratie, 1973: p.
27-41; R. WILDENMANN e W.
KALTEFLEITER, Functionen der Massenmedien,
1973: 15, apud J. J. Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W. NOOMEN, op. cit.: 249.
[38] J. J. Van GUILENBURG, O. SCHOLTEN, G. W.
NOOMEN, op. cit,: 250.
[39] F. FERRAROTTI, La sociologia del potere, Roma:
Universale Laterza, 1977: IX.
[40] PLATONE, Sofista, 247 e, apud Enciclopedia delle Scienze Sociale,
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1995, vol. VI: 722.
[41] J. LOCKE, Saggio sull’intelletto umano, cap. XXI,
§ 2, apud Enciclopedia delle…: 722.
[42] R.
HARRÉ, E. H. MADDEN, Casual powers. A
theory of natural necessity, Oxford, 1975: 84-91.
[43] D.
M. WHITE, “The problem of power”, British
Journal of Political Science”, 2 (1972): 470-490.
[44] B.
RUSSELL, Power. A new social analysis,
Londra, 1938 (tr. it. Il potere: una nuova analisi, Milano,
1976).
[45] T. HOBBES, Leviatano, cap. X, apud Enciclopedia delle …: 722.
[46] Enciclopedia delle Scienze Sociale,
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1995 vol. VI: 737.
[47] Enciclopedia delle…: 737.
[48] Ibidem: 738.
[49] Ibidem.
[50] Ibidem.
[51] B. SPINOZA, Tractatus politicus, cap. II, § 2, apud Enciclopedia delle…: 737.
[52] Ibidem
cap. II, § 9.
[53] Enciclopedia delle …: 730.
[54] M. WEBER, “I tipi
del potere”, in F. FERRAROTTI, La
sociologia del potere, Roma: Editori Laterza, 1977: 3.
[55] Enciclopedia delle…: 724.
[56] Ibidem: 723.
[57] Ibidem:
724.
[58] Ibidem:
728.
[59] M.
FOUCAULT, Power / knowledge, New
York, 1980.
[60] Esempi su tale
aspetto offre una pubblicazione dell’Istituto di lingue straniere,
Facoltà di Scienze politiche, Università di Roma “La Sapienza”, Quaderni di studi linguistici. Atti del
convegno La comunicazione politica. Aspetti socio-linguistici e pragmatici.
Roma 9-10 maggio 1997 n. 4/5.
[61] Enciclopedia delle…: 725.
[62] Ibidem.
[63] W.
H. RIKER, The art of political
manipulation, Londra - New Haven, Connecticut, 1986: IX.
[64] Enciclopedia delle…: 725.
[65] Epistolario, Libro VIII, lettera XIV.
[66] W.
H. RIKER, The art.…: 150.
[67] Cfr. U. ECO, Trattato di semiotica generale, tr. rom. Tratat de semioticã generalã,
Bucarest: Editura ªtiinþificã ºi Enciclopedicã, 1982: 350.
[68] J.
ELSTER, Sour grapes. Studies in
subversion of razionality, Parigi, 1983 (trad. it.: Uva acerba. Versioni non
ortodosse dalla razionalità,
Milano, 1989: 115-117).
[69] Enciclopedia delle…: 727.
[70] Gli esperimenti
proposti di Amos TVERSKY hanno alla basi la modificazione della
desiderabilità quando la descrizione delle alternative è cosi
fatta per indurre l’idea che, nel piano razionale, la scelta non comporta
alcuna differenza. L’esperimento è stato applicato sui medici e pazienti
messi nella situazione di scegliere tra il trattamento con raggi e la chirurgia.
L’induzione d’uguaglianza tra scelte si fa presentando i risultati delle
statistiche sui tassi di mortalità o di sopravvivenza, cosi che scelta
venga effettuata tra descrizioni delle alternative, piuttosto che tra le
alternative stesse.
[71] A.
O. HIRSCHMAN, The retoric of reaction,
Cambridge, Mass., 1991 (tr. it. Retoriche
dell’intransigenza: perversità, futilità, messa a repentaglio, Bologna, 1991:
169).
[72] Ibidem: 6 .
[73] G. FEDEL, in M.
EDELMAN, op. cit.: 31.
[74] S. ANTOHI, Utopica. Studii asupra imaginarului social,
Bucarest: Ed. ªtiinþificã, 1991: 39.
[75] Secondo Sorin
ANTOHI “esistono utopie regressive”, come ad esempio la nostalgia dopo i tempi
passati .
[76] J. Le GOFF, Imaginarul Medieval, Bucarest: Ed.
Meridiane, 1991.
[77] Ibidem: 6.
[78] Ibidem: 8.
[79] Marshall Mc LUHAN, Galaxia
Gutenberg, Bucarest: Ed. Politicã, 1975: 55.
[80] Ibidem:
57.
[81] H.
READ, Imagine òi idee, Bucarest: Ed. Univers,
1970.
[82] Ibidem: 123 .
[83] Termine di
riferimento per un altro autore rappresentativo per i suoi messaggi ideologici,
Karl POPPER (La società aperta ed
i suoi nemici….)
[84] M. ELIADE Sacrul ºi profanul, Bucarest: Ed. Humanitas,
1992: 191.
[85] H.
READ, op. cit,.: 12.
[86] Ibidem: 2.
[87] P. FRANCASTEL, Realitatea figurativã, Bucarest: Ed.
Meridiane, 1972: 57.
[88] Ibidem.
[89] M. ELIADE, Imagini ºi simboluri, Bucarest: Ed. Humanitas, 1994: 25.
[90] E. CASSIRER, Eseu despre om,
Bucarest: Ed. Humanitas, 1994: 43.
[91] I. EVSEEV, Cuvânt, simbol, mit, Timiºoara: Ed.
Facla, 1983.
[92] ELIADE, op. cit.,1994: 19.
[93] I.
EVSEEV, op. cit., 1983: 17.
[94] Ibidem:
17.
[95] A.
CODOBAN, Sacru ºi ontofanie, Iaºi:
Ed. Polirom,
1998: 98.
[96] Ibidem: 99.
[97] P. RICOEUR, Tempo e racconto, Milano: Ed. Jaca
Book, 1987.
[98] A.
CODOBAN, op. cit.: 102.
[99] E.
F. MANUEL e P. F. MANUEL, Utopian Ttought
in the Western World, Cambridge, Massachusetts: The Belknap Press of
Harvard University Press, 1979, citato di Sorin ANTOHI, op. cit.: 81.
[100] M. WEBER, apud
A. IZZO, Storia del pensiero
sociologico, Bologna: Il Mulino, 1994: 184.
[101] F. S. PADULA, “I
partiti nell’arena dei mass media”,
Queste istituzioni, anno XV, n. 72-73: 123 .
[102] A. PANEBIANCO,
“Tendenze carismatiche nelle società contemporanee”, Il Mulino, n. 4: 507-537.
[103] G. PASQUINO, “Personae non gratae? Personalizzazione
e spettacolarizzazione della politica”, Polis,
a. IV. n. 2, apud S. BENTIVEGNA, Al voto
con i media. Le campagne elettorali nell’età della TV, Roma: La
Nuova Italia Scientifica, 1997: 16.
[104] In ciò che
riguarda questa storica campagna elettorale raccomando due incitanti saggi di
A. ABRUZZESE, Elogio del tempo nuovo.
Perché Berlusconi ha vinto, Genova: Costa & Nolan SPA, 1994 e di M.
CALISE, Dopo la partitocrazia, L’Italia
tra modelli e realtà, Torino: Einaudi, 1994, oppure i saggi di: A.
GRASSO, Al paese di Berlusconi,
Milano: Garzanti, 1994; G. RUSSO, Perché
la Sinistra ha eletto Berlusconi, Roma: Sperling & Kupfer, 1994.
L’identificazione tra il mito televisivo Silvio Berlusconi ed il partito Forza
Italia è stata dimostrata delle ricerche realizzate del “Centro di
ricerca sul ruolo dei mass media nella campagna elettorale”, Mediamonitor,
attivo presso il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione
dell’Università “La Sapienza” di Roma e diretto di prof. MORCELLINI. I
risultati della ricerca sulla campagna elettorale 1994 sono riuniti nel volume
di M. MORCELLINI, Elezioni di TV. Televisione e pubblico nella campagna elettorale del
1994, Genova: Costa&Nolan, 1995.
[105] A. ABRUZZESE, op. cit.: 7.
[106] A. GRAMSCI, Note sul Machiavelli, Torino, 1946.
[107] Il movimento religioso medioevale che proponeva l’archetipo della marcia verso La Terra delle Promesse, la copia mistica degli eventi della storia santa come l’esilio, l’esodo, il messaggio celeste, la profezia dell’arrivo del Messia, la legenda del Re Davide ecc.
[108] ABRUZZESE, parlando
del PCI, esprima la sua delusione degli sforzi inutili per la riabilitazione:
“…E morto senza rinascere. E rinato morto…”, op. cit.: 9.
[109] Cf. ABRUZZESE, op. cit.: 11.
[110] G. ALMOND, S.
VERBA, Cultura civicã. Atitudini politice
ºi democraþie in cinci naþiuni, Bucarest: Ed. Du Style, 1996.
[111]G. BAUDRILLARD, La sinistra divina.
[112] D. BLEICH, Utopia: The Psychology of a Cultural Fantasy, Ann Arbor, Michigan, 1984, p. 7, apud.S. ANTOHI, op. cit.: 88.
[113] *****************
[114] A. ABRUZZESE, op. cit.: 19.
[115] Le parole di
Assuntina, terza media, Bari, sono da trovare in un libro di Pino NICORTI,
giornalista veneziano, che ha avuto l’idea di raccogliere, con l’aiuto degli
insegnanti delle scuole medie inferiori e superiori di numerose città
italiane, i temi sull’argomento Berlusconi, affiancato a Bossi e Fini. I
risultati sono da seguire in un libro molto divertente, capace a sdrammatizzare
una realtà dell’attualità politica con un semplice sguardo “da
angolature o buchi della serratura imprevisti”, Berluscon de’ Berlusconi, coll. Gli Specchi Marsilio Editori, 1994:
22.
[116] O. CLEMENT, La revolte de l’esprit,, Parigi: Stock, 1979: 213-214, apud Sorin ANTOHI, op. cit,: 141.
[117] P. NICOTRI, op. cit.: 84.
[118] A. ABRUZZESE, op. cit.: 25.
[119] Ibidem.
[120] Tale tipo di
passaggio può essere ritrovata anche tra la sfera sacra dei cerimoniali
sportivi di massa, e la sferra mondana della politica, dove Berlusconi
inserisce l’assetto rituale.
[121] Dicendo
interpretazione-quadro intendo dire interpretazioni che possono diventare
sistemi di riferimento comuni per un tipo di analisi, cf. L. CULDA, Procesualitatea socialè, Bucarest: Ed. Licorna,
1994: 98.
[122] Nello studio delle
identità nazionale e politiche, Eric HOBSBAWM parla delle così
dette “tradizioni inventate”, viste come “Insieme di pratiche, in genere
regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di natura
rituale e simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme
di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la
continuità col passato.” (E. J. HOBSBAWM, “Introduzione: come si
inventa la tradizione”, in E. J. HOBSBAWM, T. RANGER (a c. di ), L’invenzione della tradizione, Torino:
Einaudi, 1987: 3).