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Annuario 2000
p. 447
Ricordo di Ioan Petru Culianu (1950-1991)
Gianpaolo Romanato,
Università di Padova
1.
Conobbi Ioan Petru
Culianu nei primi mesi del 1973. Entrambi eravamo borsisti al Dipartimento di
Scienze Religiose dell’Università Cattolica di Milano. Per circa tre
anni frequentammo gli stessi ambienti, le stesse biblioteche, le stesse
persone. Ne nacque un’amicizia forte, profonda, sincera, uno di quei rapporti
che nella vita si intrecciano solo negli anni dell’università. Conservo
nella memoria un’immagine quasi fotografica del nostro primo incontro: era un
ragazzo magrissimo, trasandato nella persona, con un gran ciuffo di capelli
sempre spettinati e uno sguardo penetrante, indagatore, che non riusciva a
nascondere la diffidenza e una profonda inquietudine. Camminava a passi rapidi,
nervosi, quasi sfiorando i muri. Portava vestiti che chiaramente non erano
stati tagliati per lui. Ci voleva poco a capire che erano gli indumenti di
fortuna di un profugo.
Alloggiavamo nella foresteria dell’università, in Via Necchi,
insieme con una trentina di altri docenti e ricercatori. Si pranzava e si
cenava ogni giorno in comune, spesso si trascorrevano insieme le serate. Il
rapporto d’amicizia, insomma, era favorito da un’intensa comunanza di vita e di
interessi. E’ qui che Culianu, dopo la fuga dalla Romania, conobbe il suo primo
momento di serenità, trovò una sistemazione stabile, avviò
rapporti umani finalmente sinceri e disinteressati, ebbe la possibilità
di scrivere e studiare in un ambiente culturalmente stimolante, con una ricca
biblioteca a disposizione. La borsa di studio che gli era stata concessa, a
quanto mi disse, era più il frutto della generosità della
Cattolica che delle deboli referenze che aveva potuto esibire. Credo non avesse
neppure attestazioni legali della laurea conseguita in Romania, ciò che
è all’origine, ritengo, della sua decisione di addottorarsi anche a
Milano, dove conseguì la laurea in lettere. Per questa
disponibilità che vi aveva incontrato, fu sempre sinceramente grato
all’istituzione milanese, in particolare al rettore del tempo, Giuseppe
Lazzati, e a Raniero Cantalamessa, allora direttore del dipartimento di scienze
religiose.
Era
arrivato in Italia nella primavera del ‘72, con una borsa di studio messa a
disposizione dal governo italiano, e subito aveva chiesto asilo politico. In
quel momento non poteva immaginare quanto ardua e faticosa sarebbe stata la sua
strada. Una volta, con me, dovette ammettere che, se l’avesse saputo, forse non
avrebbe fatto quella scelta. Dovette passare attraverso i campi di raccolta di
Trieste e di Latina, dove allora venivano inviati i rifugiati politici
provenienti dai paesi dell’Est europeo, e successivamente visse qualche tempo a
Roma. Di quel periodo
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conservava un
ricordo penoso. Me ne parlò, qualche volta, ma sempre con fatica.
Probabilmente era stata un’esperienza troppo dura per quel ragazzo di ventidue
anni che era. “Tu non sai - mi diceva - che cosa sono i morsi fisici della
fame”. Quanto l’abbiano segnato quei primi mesi di permanenza in Italia
è difficile dire. Ben più, credo, di quanto non volesse
ammettere. Molte delle speranze con cui era venuto in Occidente s’infransero
allora, nell’impatto con una realtà assai più spietata di quanto
aveva previsto
2.
Circa le ragioni per cui lasciò la Romania e scelse l’Occidente, mi
disse spesso che il suo dissenso andava ben oltre l’ambito politico e che riguardava
l’impossibilità di realizzare in Romania il disegno intellettuale che,
più o meno chiaramente, aveva concepito fin dagli anni dell’adolescenza.
L’Occidente - come ho appena ricordato - gli si rivelò ben diverso da ciò
che aveva sognato, e la disillusione che ne seguì costituì un
trauma dal quale fece fatica a riaversi. “Uscii per miracolo o quasi -
ammetteva - dalla crisi che il contatto con l’Occidente scatenò in me”.
Ma la sua scontentezza era soprattutto di natura esistenziale. Da ciò,
se interpreto correttamente, sia una perenne volontà di evasione sia un
fortissimo desiderio di autoaffermazione. L’una e l’altro mi parvero sempre
aspetti dominanti del suo temperamento.
Quando
giunse a Milano la sua crisi era, probabilmente, nella fase più acuta.
Tuttavia, potendo ormai disporre di un tetto sicuro e avendo la certezza del
vitto quotidiano, dopo mesi di vita randagia e assolutamente precaria, egli era
già riuscito a vincere la sua prima battaglia. E inoltre, la
possibilità di accedere a biblioteche ben fornite; la vicinanza di
colleghi e amici con i quali imparò (lentamente) ad esprimersi senza
timori; la presenza di un maestro come Ugo Bianchi, professore alla Cattolica
di storia delle religioni, che seppe dar forma e disciplina alla sua vocazione
per le tradizioni religiose, valsero un po’ alla volta a rasserenare lo sguardo
vagamente allucinato con cui era entrato in Cattolica. Ma, in ogni caso, credo
che durante il quadriennio milanese (1973-76) fosse talmente assorbito dalla
quotidiana lotta per sopravvivere e per ricostruirsi un’identità,
giuridica e spirituale, da non potersi fare un’idea chiara di se stesso e della
realtà in cui cominciava ad entrare. Lo angosciavano soprattutto la
precarietà della sua condizione di rifugiato; il sentirsi esposto a ogni
possibile arbitrio; la consapevolezza, o forse il timore, di essere “niente”
dal punto di vista della cittadinanza; l’impossibilità di poter disporre
di un passaporto sicuro.
E’
in Olanda, dove si trasferì alla fine di novembre del ‘76, che la sua
posizione cominciò a delinearsi più chiaramente e la sua
vocazione di studioso e di scrittore, peraltro già vivissima anche a
Milano, poté prendere forma e consistenza. La relativa tranquillità
economica e accademica che aveva raggiunto gli consentiva finalmente di
guardare in se stesso con minore angoscia e al suo futuro con maggior fiducia.
Ciò nondimeno, anche l’ambientamento in Olanda non dovette essere
facile. Gli pesavano non solo la solitudine ma anche il clima politico del
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paese, chiaramente
orientato a sinistra. Purtroppo per lui, Culianu era arrivato in Occidente in
un momento in cui, dopo le battaglie studentesche del ‘68, la cultura di
sinistra aveva un netto predominio. Io credo che le sue difficoltà siano
derivate anche dal dover scoprire (e fu senz’altro un’amara scoperta) che
ciò da cui era fuggito era tutt’altro che assente nel nuovo ambiente in
cui era arrivato.
Dovette
apprendere a sue spese che la cortina di ferro, che con tanta fatica era
riuscito ad attraversare, continuava a dividerlo da molti dei suoi
interlocutori; che anche in Occidente, sia in Italia sia in Olanda, doveva
misurare le parole e valutare chi aveva di fronte prima di parlare. Ricordo lo
sforzo che una volta dovette esercitare su se stesso per non reagire con
veemenza ad un collega che aveva accennato alla sua fuga dalla Romania quasi
come ad un tradimento della causa del comunismo. Probabilmente l’amicizia e la
confidenza nei miei confronti nacquero quando s’accorse che io non lo
giudicavo, che lo apprezzavo per quel che era, che lo capivo, culturalmente e
politicamente. Non senza nostalgia ricordo le nostre discussioni appassionate
su G. Orwell, sul suo romanzo 1984, di cui era lettore appassionato, sul
Grande Fratello che ci spia e ci controlla, i confronti che faceva circa le
tecniche di condizionamento dei cittadini, da parte del potere, ad Est e ad
Ovest.
3.
In Italia era vissuto con il modestissimo provento della borsa di studio,
faticosamente integrato da qualche occasionale piccolo guadagno. Io stesso,
ricordo, gli procurai una supplenza in una scuola di Milano, l’educandato
statale di via della Passione. Ma erano introiti che non gli garantivano,
letteralmente, nulla più che la sopravvivenza. Inoltre viveva
stabilmente nel pensionato della “Cattolica”, un ambiente sicuro e anche
accogliente, ma molto più simile ad un albergo che a una casa. Benché
sapesse tenere dentro di sé le proprie pene, senza farle pesare sugli altri,
era evidente che la privazione di una famiglia e di un’abitazione, la mancanza di
calore e di intimità della sua sistemazione milanese dovevano pesargli
molto. Per questo, durante i fine settimana, o nelle vacanze estive, accettava
prontamente l’ospitalità di colleghi e amici, anche a costo di
interrompere studi e letture. Venne molte volte con me a Rovigo, dove allora
abitavo, con altri colleghi andò più d’una volta in Sicilia, e
anche altrove.
Dovunque
era un ospite gradito, capace di farsi benvolere da tutti per la discrezione e
la finezza del tratto. La povertà non aveva minimamente alterato i segni
di un’educazione raffinata e severa. Quando si trasferì in Olanda, la
sua prima sistemazione, lo ricordo bene, fu in una soffitta, o poco più.
Ma bastò per dargli la sensazione della tranquillità e della sicurezza.
“Verranno amici”, mi scrisse, finalmente fiero e soddisfatto: “Così per
la prima volta dopo molti anni, avrò una casa dove ospitarli”. Anche la
sua solitudine affettiva, che pure gli pesava, in Olanda non durò molto.
Benché si sia concluso con un divorzio, credo che il matrimonio abbia giovato
non poco al riequilibrio della sua personalità, segnata troppo
precocemente dall’esperienza della solitudine.
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4.
Lo sforzo che devo fare per tornare a quegli anni è facilitato dalla
nitida memoria che conservo di lui. Culianu è una di quelle persone,
purtroppo rare, la cui frequentazione lascia, in chi ha avuto il privilegio di
giovarsene, un segno indelebile.
L’amicizia che ci legò, rappresentò per me un’esperienza
irripetibile, sotto il profilo interiore e culturale. Che ricordo conservo,
dunque, di Giovannino (a Milano lo chiamavamo così)?
Era
dotato di una forza di volontà e di una determinazione incredibili.
Possedeva la capacità di subordinare tutto al proposito che si era
prefissato, sacrificando passioni, comprimendo tentazioni, orientandovi tutto
il suo essere, dagli orari della giornata agli interessi di vita. Il risvolto meno accattivante che questa sua
forza interiore erano certe angolosità del carattere, durezze improvvise
che potevano trasformarsi in motivo di scontro, testardaggini che non sempre
gli agevolavano il rapporto con gli altri. Era determinato in tutto, nelle
piccole cose come nelle grandi.
Sapeva
soffrire, sopportare in silenzio, interiorizzare ogni esperienza, positiva o
negativa che fosse. C’erano in lui improvvisi e frequenti mutismi, lunghe pause
di silenzio, una capacità di concentrazione della quale sapeva giovarsi,
astraendosi in se stesso, anche nella più chiassosa delle compagnie.
Da
ciò derivava la sua straordinaria capacità di lettura e di assimilazione.
Nel leggere era velocissimo e una memoria assolutamente fuori del comune gli
permetteva di assimilare e mantenere vivo tutto ciò che poteva
servirgli. Leggeva di tutto, sottraendo molte ore al sonno, con un’attitudine
enciclopedica che però non era dispersiva ma profondamente e volutamente
selettiva, non senza una capacità di giudizio pronta e sicura, in ambito
sia scientifico sia letterario.
Tutti
gli invidiavamo la sua capacità, davvero eccezionale, di apprendimento
delle lingue. Parlava e scriveva l’italiano meglio di molti italiani, anche
colti. E così era in diverse altre lingue. La prova di quanto affermo
sta nelle numerosissime lettere che mi ha spedito e che conservo, scritte tutte
direttamente in italiano, con una padronanza dello strumento espressivo quasi
perfetta, mentre le imperfezioni stilistiche si contano sulle dita di una sola
mano. Soprattutto mi stupiva la rapidità con la quale, in più
lingue diverse, riusciva a mettere per iscritto il pensiero. Tra la formulazione
mentale delle idee e la loro espressione scritta non c’erano quasi, per lui,
pause di riflessione. Questa rapidità nell’organizzare il pensiero e
tradurlo in scrittura, che era frutto anche di una fortissima capacità
di concentrazione, gli permetteva di lavorare contemporaneamente a più
testi e gli consentì di produrre moltissimo nel breve arco di vita che
gli fu concesso.
Grazie
al dominio di molte lingue (ma sono stato testimone, la prima volta che andai a
trovarlo in Olanda - egli vi era arrivato da poco - della tenacia,
dell’assiduità, della volontà inflessibile con cui si applicava
nel loro studio) poté spaziare direttamente, e non di seconda o terza mano, su
una sterminata bibliografia, bruciando in tal modo la maggior parte dei suoi
colleghi nella scalata
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ai livelli
più alti del sapere accademico. Ma nonostante scrivesse moltissimo e
tanto in fretta, il suo stile, generalmente, era chiaro, concettoso, alieno dai
fumosi giri di parole nei quali a volte si perde la cultura universitaria,
talora forse un po’ sciatto, a volte tagliente, o aspro, nella ricerca
dell’assertorietà.
5.
Mi sono chiesto spesso se l’accanimento che pose nella produzione letteraria e
scientifica, che lo costringeva a ritmi di lavoro massacranti, fosse frutto di
una smisurata ambizione o non piuttosto, o non anche, di un presentimento di
morte. Non so dare una risposta, ma ricordo bene che più d’una volta
egli lasciò trasparire un tale presagio. Erano accenni, sensazioni,
forse anche allusioni, che oggi non saprei indicare con più precisione
ma che colpirono sia me sia mia moglie, e delle quali entrambi ci rammentammo
immediatamente quando ci giunse la notizia tragica del suo assassinio.
Certamente
però - e questo lo ricordano tutti i suoi amici milanesi - temeva di
essere ammazzato. Quando riuscì a superare il velo di diffidenza che
inizialmente l’aveva reso sospettoso con tutti - e ci volle del tempo - non si
preoccupò più di nascondere la paura, di confidarci l’angoscia
che talora lo attanagliava. Nei primi mesi del suo soggiorno milanese dava,
credo non solo a me, l’impressione di una persona in preda al terrore. Poi, un
po’ alla volta, era diventato più tranquillo, sereno. Ma ci parlava
spesso della spietata determinazione dell’apparato poliziesco di Bucarest, del
fatto che i dissidenti venivano seguiti, e talvolta eliminati, anche
all’estero. “Voi non sapete...”, ci diceva, quando ironizzavamo sulle sue
paure. E i timori tornarono dopo che si verificò il caso, a Londra, di
un dissidente bulgaro incredibilmente assassinato per strada con
l’estremità avvelenata di un ombrello da un agente del governo di Sofia.
Che io sappia, era molto circospetto e guardingo nei confronti dei suoi
connazionali all’estero e rifiutava di esporsi politicamente.
6.
Nel periodo in cui lo conobbi, egli era ancora molto giovane e unicamente
proteso nella ricerca di uno spazio e di un inserimento accademici. Era
tutt’altro che insensibile ai temi politici, ma su un piano generale, direi
quasi esistenziale, più che sul terreno concreto. Se interpreto
correttamente, era troppo occupato, da un lato dalla necessità di
liberarsi dagli schemi totalitari nei quali era stato cresciuto, dall’altra dal
bisogno di capire la nuova realtà nella quale viveva, per riuscire a
maturare una visione critica autonoma sia dell’Est sia dell’Ovest. Le lettere
che conservo testimoniano, infatti, il travaglio di un pensiero che si sta
formando, politicamente intendo, più che un giudizio sicuro e maturo.
Non senza le oscillazioni critiche, e talvolta ipercritiche, proprie
dell’intellettuale. E non senza geniali intuizioni. Tuttavia non mi sorprese il
fatto che, alla caduta di Ceausescu, l’interesse politico per il futuro della
Romania avesse preso in lui il sopravvento. Era il segno di una maturazione
ormai raggiunta, ma anche l’indizio che in lui non
p. 452
era mai venuta
meno la coscienza di dover porre il suo talento, e anche la posizione
raggiunta, al servizio di una causa più grande del mero successo
individuale.
Che
cosa capì del mondo occidentale? Chiarire questo punto significa,
probabilmente, cogliere il segreto della sua personalità. Lo attirava la
tecnologia. Aveva una passione fanciullesca per i flippers; entrando in
un bar difficilmente resisteva alla loro seduzione. Era rimasto affascinato dal
film Nashville, perché ritraeva gli aspetti più avveniristici e
caotici dell’American way of life. Mi pare fosse conteso fra due
desideri opposti: quello di integrarsi e quello di distinguersi, di non
lasciarsi fagocitare. In Italia, probabilmente anche in Olanda, prevaleva la
seconda esigenza. Dopo il trasferimento a Chicago, non so se l’esigenza di
distinguersi sia rimasta così chiara.
Chi l’ha conosciuto durante il soggiorno americano possiede elementi che
a me mancano per rispondere alla domanda che ho posto.
L’America
era il suo sogno, la sua meta, e non solo, credo, intellettualmente. C’era di
sicuro in lui un desiderio profondo di bruciare le tappe, di raggiungere presto
la vetta d’un Occidente che doveva essere stato il frutto proibito della sua
giovinezza in Romania. Ma questo istinto vitalistico era frenato e temperato da
uno scetticismo profondo, che costituiva il sottofondo indecifrabile della sua
personalità. Aveva sufficiente equilibrio e autocontrollo per dominare i
propri stati d’animo, ma ho l’impressione che il suo mondo interiore ne fosse
profondamente condizionato. Non è un caso, credo, che i suoi interessi
scientifici siano stati sempre orientati a indagare, nelle religioni, le vie di
fuga, le evasioni dalla realtà, quei “viaggi dell’anima”, come recita la
traduzione italiana del suo ultimo libro, che ci allontanano dalla
quotidianità. E tuttavia non mancava di ironia, anche su se stesso
Certamente
c’era in lui un prepotente desiderio di rivincita, la voglia incoercibile di
riequilibrare in positivo una sorte che l’aveva privato di troppe cose.
Così come ebbi sempre l’impressione che il ricordo straziante che
conservava di suo padre - l’anniversario della sua morte era un giorno sacro,
che riservava solo a se stesso - fosse la molla segreta di molti suoi
comportamenti. La tenacia con cui perseguì la scalata al successo,
sacrificandogli ogni cosa, è probabilmente il risvolto di un’intima
insoddisfazione, di dolori nascosti che dovevano avere segnato indelebilmente
la sua giovinezza. Credo che la mano dell’assassino, che lo ha ucciso a Chicago
nel 1991, abbia stroncato non solo una mente eccezionale ma anche una coscienza
profondamente inquieta e intimamente sofferente.
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2001, Bucharest, Romania
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