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Istituto Romeno’s Publications
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Annuario 2000
p. 155
Romeni e italiani
durante la rivoluzione del 1848-1849
Raluca Tomi,
Istituto “Nicolae Iorga”,
Bucarest
Il terremoto del 1789 riverbera
con scosse d’intensità variabile fino al 1850. E’ l’epoca delle
“rivoluzioni romantiche” in cui i princìpi di libertà,
uguaglianza, fratellanza penetrano nella zona centro-europea, dove acquisiscono
un’identità trascendente la sfera del politico, l’identità
nazionale.
I popoli tendono a costituirsi in
stati nazionali, contro i princìpi sanciti a ritmo di menuet al Congresso di Vienna del 1815:
legittimità ed equilibrio europeo. E’ questo il caso degli italiani,
magiari, polacchi, cechi, boemi, slavi meridionali, romeni - che creeranno le
Santa Alleanza dei Popoli, risposta generosa, utopica alle Santa Alleanza dei
monarchi.
A.
Romeni e italiani nel tumulto della rivoluzione
Il periodo giugno 1846-agosto
1849[1]
è stato, per la generazione risorgimentale, un periodo d’intense
ricerche.
Dalle risposte, ancora da
trovare, a domande inquietanti come: sono possibili le riforme costituzionali
in uno spazio in cui la dominazione straniera divide la sua influenza con
quella dei regimi conservatori? E’ possibile l’indipendenza della penisola? In
quali condizioni? Attraverso la lotta interna o grazie ad un intervento
esterno? E’ possibile la creazione di un’Italia unita o di una confederazione?
Quest’ultima dovrebbe avere a capo un papa, un monarca o un presidente? -
dipendeva l’esistenza dello stato nazionale italiano.
L’Italia sta vivendo il tempo
delle grandi esperienze. Come in un’immensa fucina, i leaders mischiano ricette diverse, nel tentativo di trovare
l’elisir politico in grado di costruire allo stato nazionale. Per liberarsi
dalla dominazione austriaca, gli italiani provano la strada della guerra
d’indipendenza sotto la guida della
p. 156
Savoia, con il motto lanciato da Carlo Alberto
“L’Italia farà da sé”[2]
mentre, dopo l’armistizio di Salasco, si percorre strada l’idea di una
mediazione anglo-francese nel conflitto con l’Austria, nell’ambito di un
congresso europeo, dove la monarchia asburgica, cui erano stati promessi i
principati danubiani e la Bosnia, avrebbe dovuto rinunciare al Regno
lombardo-veneto[3]. La risposta
alla domanda: stato unitario o confederazione, varia: Venezia e la Lombardia si
uniscono, in un primo momento, al Piemonte[4],
la Toscana si pronuncia per l’unione con la Roma repubblicana[5].
La soluzione confederativa conquista dalla sua parte personalità con
orientamenti politici diversi: Vincenzo Gioberti[6],
il papa Pio IX[7], Carlo
Cattaneo, Angelo Brafferio[8],
Lorenzo Valerio. Esiste anche una soluzione siciliana che vuole lo stacco quasi
totale del Regno delle Due Sicilie. Per quanto riguarda la forma di governo, si
è oscillati tra la monarchia costituzionale e le repubbliche governate
da triumviri.
La delusione provocata dalla
dichiarazione del 4 marzo 1848 di Lamartine, la politica prudente della Gran
Bretagna, l’ostilità del governo austriaco e di quel russo hanno imposto
ai leaders italiani la collaborazione con l’Europa centro-orientale, le cui
nazioni vivevano un’effervescente rinascita spirituale e politica.
La configurazione politica
dell’Europa “di domani” preoccupa i pensatori italiani, in un periodo in cui
l’élite intellettuale del continente immaginava progetti
p. 157
per fermare il panslavismo, ripensando il posto ed il
ruolo della monarchia asburgica. Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo s’illudono
sognando la lotta comune contro gli imperi e la costituzione di una federazione
di nazioni liberali; Cesare Balbo, Camillo Benso di Cavour, entrati nella sfera
dei giochi diplomatici, sostengono l’idea del risarcimento dell’Austria con
territori dell’Europa dell’Est in cambio della rinuncia alla regione
lombardo-veneta. Pian piano, la regione compresa tra il Mar Baltico, la
Vistula, il Danubio, i Balcani, territorio esotico associato nella
mentalità occidentale ad immagini favolose tratte da un mondo delle
leggende, si sveglia come una Bell’Addormentata, al soffio della Rivoluzione
francese, diventando, agli occhi dei pensatori italiani, un possibile partner
politico.
Giuseppe Mazzini, con la sua
sensibilità visionaria, ha intravisto per primo la potenza
rivoluzionaria dell’Europa centro-orientale nell’articolo “Ungheria” pubblicato
nel 1833 su “Giovine Italia”. Mazzini vede in questo paese un ostacolo contro
l’impero zarista, nucleo di una libera federazione di nazioni che ruotavano
intorno al Danubio: Moldavia, Valacchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia[9].
Continua a scrivere su questo argomento in Jeune
Suisse, dove pubblica “Nationalité,
humanité et patrie”, invitando il lettore a rivolgersi verso Oriente, dove
i popoli lottavano contro il sultano per indebolire l’impero e rafforzare lo
spirito repubblicano. Nella “Rivista repubblicana”, in un famoso saggio dal
titolo “L’iniziativa rivoluzionaria in Europa”, Mazzini prevedeva l’inizio della
rivoluzione in Oriente, mentre nell’articolo “The European Question” uscito nel 1847 su People’s Journal, parla dei romeni della Bukovina, della
Transilvania e del Banato che si sono fatti sentire come gli italiani del
Lombardo-veneto e gli slavi dell’impero asburgico, attraverso alcune opere
letterarie e politiche[10].
Nello stesso anno esce su Lowe’s
Edinborough Magazine l’articolo “On
the Slavonian national movement”, dove riprende l’idea del 1833, rilevando
l’importanza dell’iniziativa ungherese nell’unione nazional-danubiana contro le
correnti panslaviste e austroslaviste.
Tra le personalità
italiane che hanno manifestato interesse per i progetti che legavano i problemi
della penisola a quelli dell’Europa centro-orientale, ricordiamo Giovenale
Vegezzi-Ruscalla, noto filoromeno che auspicava, negli anni della rivoluzione,
la costituzione di una confederazione slava accanto a quella latina e a quella
tedesca; membro della “Società per l’emancipazione dei popoli slavi”,
fondata nel marzo 1848 a Parigi[11];
Cesare Balbo che, nel 1844 poneva il problema di una confederazione degli stati
dell’Europa orientale[12];
Niccolò Tommaseo – nato
p. 158
a Sebenica, sulla costa dalmata - che ha incoraggiato,
attraverso la sua attività politica, i suoi scritti post rivoluzionari,
l’alleanza degli italiani con i magiari, gli slavi e i romeni; Lorenzo Valerio
- deputato democratico nel Parlamento piemoontese - viaggiatore nel 1835 in
Transilvania, Banato, Bukovina, Bessarabia[13];
Pacifico Valussi. Il destino delle nazionalità dell’impero austriaco era
noto a Camillo Benso di Cavour - che aveva frequentato da giovane i corsi
d’Adam Mickiewicz a Parigi[14]
e che prevedeva, nel suo celebre discorso del 20 ottobre 1848 la dissoluzione
della monarchia asburgica grazie alla “guerra delle razze”[15].
Lo stesso Carlo Alberto è consigliato, nel 1846, dagli esuli lombardi di
appoggiarsi ai boemi e ai moravi nell’azione contro l’Austria[16].
La percezione dei pensatori
italiani diventa realtà nel marzo 1849 quando il nord della penisola con
a capo Milano, Venezia e Torino si aggiungono alle altre nazionalità
nella lotta contro l’impero austriaco per la definizione del loro statuto
nell’ambito o al di fuori della monarchia asburgica.
Inviati e rappresentanti diplomatici
del governo sardo si mettono in contatto a Parigi, Francoforte, Pesta,
Costantinopoli, con i dirigenti dell’emigrazione polacca, del governo
ungherese, con cechi, moravi, croati, romeni.
A Parigi agiva per sensibilizzare
il governo e l’opinione pubblica, il console Brignole Sole[17]
mentre Giuseppe Mazzini, attraverso l’Associazione nazionale Italiana - creata
nel marzo 1848 intensificava i rapporti con Adam Mickiewicz e con Adam
Czartoryski. Quest’ultimo, primo ministro nonché ministro degli esteri di uno
stato ancora illusorio, era fiducioso nel ruolo degli stati italiani nella
dissoluzione dell’impero austriaco. I suoi inviati speciali attraversano
l’Italia, intervenendo nell’approvazione militare degli eserciti sardo,
milanese, veneziano. Come rappresentante personale presso Carlo Alberto, manda
il proprio nipote Ladislao Zamoyski[18].
Adam Mickiewicz organizza una legione polacca che difende la repubblica
veneziana[19].
Il rappresentante del Piemonte a
Francoforte era Antonio Gallenga[20],
mentre a Costantinopoli si trovava Romualdo Tecco. Se il primo deve fare i
conti con l’opacità del Parlamento tedesco sulla questione delle
nazionalità, Tecco, nominato il 30 giugno 1848 chargé d’affaires en titre, si impegna nell’attività
p. 159
dell’emigrazione polacca di Costantinopoli, sostenendo
la creazione di una quadruplice alleanza “italo-turco-slavo-ungherese”[21].
L’importanza dello spazio
ungherese è notata dal primo ministro dello stato pontificio Terenzio
Mamiani che, in una lettera del 20 aprile indirizzata al generale Carlo Zucchi,
vedeva l’aumento dell’influenza italiana nell’Adriatico attraverso la
costituzione di una Lega commerciale e doganale tra l’Italia, la Dalmazia,
l’Ungheria, la Transilvania e la Croazia[22].
Da Mamiani è partita l’iniziativa di inviare come rappresentante degli
stati piemontese, toscano e romano presso il governo ungherese, il barone
Ladislao Spleny[23].
L’interesse della Roma papale per la sorte dell’Austria e delle
nazionalità che la componevano risulta dai rapporti della nunziatura di Vienna
nella primavera del 1848. Vi si parla del movimento rivoluzionario nella
capitale dell’Impero, della fuga di Metternich[24],
della caduta del governo[25],
dell’arrivo della delegazione ungherese[26].
Il governo di Torino, impegnato
nella guerra contro l’Austria si rende conto, dopo la dichiarazione fatta dal
pontefice il 29 aprile, che l’elemento dinamico delle nazionalità
nell’ambito dell’Impero è costituito dagli ungheresi. Lorenzo Pareto,
ministro degli Esteri sardo, accoglie favorevolmente il memoriale del 25 giugno
1848 presentato da Spleny, che prefigurava l’alleanza militare italo-ungherese[27].
I moti rivoluzionari italiani
sono ampiamente presentati dalla stampa romena, costituendo un esempio
nell’organizzazione della rivoluzione romena. “Quando vediamo gli italiani a
Torino, Genova, Firenze, Pisa, Livorno, Ferrara, Bologna, Roma che organizzano
dappertutto guardie nazionali e proclamano la libertà e l’unità
d’Italia… quando vediamo il papa stesso, dichiarare rivoluzionario e proclamare
per la prima volta santo in terra quello che nei cieli è sempre stato
santo… come non crederci, non muoverci, non dare segni di vita?[28]“
L’idea è presente anche nel rapporto del console francese ad Iasi,
Gueroult indirizzato a Guizot il 22 febbraio 1848, in cui è descritto lo
stato di tensione esistente in Galizia e in Moldavia, pronte a ribellarsi al
“primo colpo di cannone in Italia”[29].
p. 160
Nell’estate del 1848, sullo
sfondo del conflitto austro-piemontese, dell’intervento russo in Moldavia - che
prefigurava un possibile conflitto russo-ottomano - l’emigrazione polacca
diversificava la sua tattica, agendo in un doppio senso; la costituzione di
un’alleanza franco-anglo-ottomana contro la Russia[30],
o di un’intesa tra i popoli minacciati dal panslavismo: polacchi, ungheresi, romeni.
A questi si aggiungevano gli italiani poiché, secondo l’illustre ospite
dell’Hotel Lambert di Parigi, un colpo dato all’Austria si faceva dolorosamente
sentire anche a San Pietroburgo[31].
I legami tra i dirigenti romeni
con l’emigrazione polacca, anteriori alla rivoluzione, si intensificano in
maggio-giugno 1848 attraverso i contatti stabiliti da Nicola Bălcescu[32],
i fratelli Golescu[33]
e, a Costantinopoli, da Ion Ghica[34].
Il piano, elaborato fin dal 1847 dall’Agenzia polacca operante nella capitale dell’Impero
ottomano, che prevedeva la creazione di una rete d’agente polacchi - 7 nei
Balcani, tre in Italia, cinque in Austria, quattro in Germania, uno in Svezia -
era noto anche a quelli che stavano preparando la rivoluzione in Valacchia[35].
Contemporaneamente alle
trattative sardo-ungheresi del giugno 1848, che avevano per obiettivo la
costituzione di un’alleanza militare, Dimitrie Brătianu proponeva la stessa
cosa al governo di Pesta, chiedendo armi e il permesso di raccogliere volontari
per una resistenza davanti al nostro intervento. Benché le trattative fossero
condotte davanti al dottor Louis Mandl, rappresentante di Francia - paese
favorevole alla costituzione di una confederazione composta di romeni,
ungheresi e polacchi - il primo ministro ungherese, Casimir Batthyany respinge
le proposte romene, motivando con l’impegno preso nei confronti dell’Austria e
la paura di non indisporre la Russia[36].
La stessa reticenza è notata anche da August Treboniu Laurian nella
lettera del 17 giugno indirizzata da Sibiu a Nicola Bălcescu[37].
Arrivato, nel giugno 1848 a
Costantinopoli, Ion Ghica frequenta l’emigrazione polacca. Mihai Czaikowski gli
facilita i contatti con il generale
p. 161
Aupick, ambasciatore di Francia, con l’ambasciatore
sardo, con le autorità ottomane. Il rappresentante del governo ungherese
a Bucarest stava diventando un iniziato del “movimento romano-slavista,
discutendo dei suoi obiettivi e probabilità di successo con il barone
Tecco[38].
Il dirigente romeno porta
istruzioni segrete per proporre all’Impero ottomano un’alleanza contro la
Russia[39].
Il futuro conflitto doveva prendere lo spunto dalle rivoluzioni di Valacchia e
Polonia, che avrebbero comportato un intervento franco-ottomano in Russia.
Quest’ultima si sarebbe trovata
da sola contro la Francia, la Turchia e la Polonia. L’Inghilterra e anche la
Germania sarebbero state obbligate a sostenere questo movimento[40].
Michail Czaikowski, fiducioso
nella disponibilità dei dirigenti romeni ad opporsi al pericolo russo,
manda una serie d’agente che percorrono lo spazio romeno nell’estate del 1848.
Pierre Budkiewicz (Paul Bleein o Bodnici) attraversa la Moldavia, la Bukovina,
la Valacchia, avendo come obiettivi: la mobilitazione dei polacchi della
Moldavia, la propaganda per l’unione dei principati romeni[41];
Vincent Budzynsky Biberstein - possibile organizzatore di un’agenzia polacca a
Bucarest nell’agosto 1848 e, dall’autunno, mediatore tra romeni[42],
serbi, slovacchi, ungheresi; Terter e Korsak ad Iasi[43];
l’ufficiale Zablocki, addetto presso il generale G. Magheru[44].
Da parte del comitato centrale polacco di Lemberg è mandato, nel luglio
1848, Henri Garski come rappresentante presso il governo provvisorio e, se le
circostanze si fossero rivelate favorevoli, come organizzatore di una legione
polacca[45].
Dopo la sconfitta di Custoza e
dopo l’armistizio sardo-austriaco, Adam Czartoryski credeva che l’Italia
sarebbe stata il punto di partenza per tutte le iniziative anti-asburgiche.
Desiderava placare i conflitti tra slovacchi, ungheresi, romeni come base per
negoziare un’alleanza tra l’Ungheria e il re Carlo Alberto. In questo senso,
scriveva a Zamoyski - che si trovava presso il quartiere generale dell’esercito
sardo - il 20 agosto 1848 - di consigliare al governo di Torino di mettersi in
contatto con i romeni sottomessi agli “asburgi che gli fornivano quattro
unità di confine”. Nella lettera erano sottolineati gli stretti legami
che univano le provincie romene dell’Austria con i principati danubiani nonché
l’origine latina degli abitanti[46].
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Nel settembre 1848, mentre
l’Austria ripiegava le sue forze per resistere contro la rivoluzione ungherese
- che si trovava in un momento delicato, a causa delle posizioni croato-romene
- il principe Czartoryski presenta a Parigii, davanti al ministro degli Esteri
francese, all’agente diplomatico piemontese - la sua posizione circa la
costituzione di un patto comune antiaustriaco e la possibilità di
realizzare una confederazione danubiana. Quest’ultima, composta di slavi
meridionali, ungheresi, romeni, sarebbe stata separata dall’Austria[47].
Questi progetti erano noti anche
al rappresentante delle autorità di Bucarest nella capitale della
Francia, Al. G. Golescu.
Egli informava della
conversazione avuta con Bastide, ministro degli Esteri, che si era pronunciato per
la difesa delle giovani nazioni da parte del diritto pubblico europeo e per
l’organizzazione di una confederazione dell’Oriente, dopo la soluzione delle
controversie tra ungheresi, cechi, croati e romeni[48].
L’idea appare anche nella lettera indirizzata da Al. G. Golescu a Ştefan C.
Golescu in data 18 settembre 1848: “La questione è semplice:
libertà per tutti, uguaglianza per tutti, ecco lo slogan; unità
federativa e non unità ungherese, ecco il mezzo; confederazione di tutte
le nazionalità dell’oriente, ecco lo scopo”[49].
Motore delle rivoluzioni europee,
la confederazione polacca inizia e sostiene i contatti degli ungheresi con gli
slavi meridionali - sono coinvolti: Michail Czaikowski, Ludwik Lenor
Zwierkowski e Ludwik Bystrzonowski. I contatti romeno-ungheresi della prima
metà dell’anno 1848 sono mediati da L. Bystrzonowski e Michail Ilinski[50].
B. Una
soluzione possibile: le compensazioni territoriali
Nell’autunno del 1848, una
possibile variante per la stabilità della monarchia austriaca, per la
soluzione diplomatica dei problemi nazionali nei principati romeni e nello
spazio italiano, comincia ad affermarsi. La compensazione dell’Austria ad Est
con i principati danubiani in cambio del regno lombardo-veneto - idea gradita
ai pensatori politici italiani: Cesare Balbo, Camillo Benso di Cavour -
è discussa negli ambienti diplomatici europei[51].
Nel settembre 1848 i rivoluzionari romeni colgono l’opportunità di una
soluzione al problema romeno collegata a quello
p. 163
italiano, nella conferenza che sarebbe dovuta essere
organizzata a Munster o a Francoforte[52],
patrocinata dai governi della Francia e della Gran Bretagna. Testimonianza di
queste trattative n’è la corrispondenza tra Ioan Trifu Maiorescu -
presente a Francoforte -, Al. G. Golescu - a Parigi - e Ion Ghica - a
Costantinopoli.
In una lettera ad Al. G. Golescu
del 9-10 settembre, Maiorescu denuncia la causa dell’aiuto dato dalla Russia
all’Austria nella repressione delle rivoluzioni negli stati italiani “per avere
la mano libera verso la Turchia e, per il futuro, affinché l’Austria, perdendo
l’Italia non cerchi di compensare sul Basso Danubio[53].
I due rappresentanti della rivoluzione romena, quello di Parigi e quello di
Francoforte si esortano a vicenda per “negoziare la causa della Romania, a
proposito dalla questione italiana”[54].
Maiorescu ne parla con Schmerling, ministro dell’Estero austriaco e con Gagern,
presidente del Parlamento di Francoforte, sostenendo l’idea di una Romania
unita - regno composto di “Bukovina, Moldavia, Romania e Transilvania” - “che
sia designato un principe austriaco ed il regno stia sotto la protezione della
Germania”[55].
Le sue proposte sono riprese nel
memoriale del 17 settembre indirizzato al ministero tedesco e presentato non
solo in nome del “mio governo, ma di tutto il popolo romeno”[56].
Il 5 novembre 1848, Ion Ghica scriveva ad Al. G. Golescu: “l’idea di avere
l’Austria come sovrana, però con un governo ed un parlamento nazionale
mi piacerebbe assai, perché così saremmo uniti con la Bessarabia, la
Transilvania e la Bukovina, saremmo più vicini alla meta sognata”[57].
Al. G. Golescu gli risponde il 18 dicembre 1848: “io ho stabilito con Maiorescu
e con il
p. 164
Ministero di Francoforte di organizzare una conferenza
diplomatica per la causa dei principati uniti, tra la Francia e l’Inghilterra.
La complicazione della causa italiana può portare allo scoperto la causa
dei principati, in un congresso che ponga alla base questo problema”[58].
Lo scambio della provincia
danubiana contro la regione lombardo-veneta non è stato realizzabile nel
1848. Esso diventa però una costante della diplomazia italiana, che vede
nella sua attuazione una possibile soluzione per allontanare gli Asburgi dalla
penisola. Illusione derivata dalla preziosità e dalla raffinatezza della
diplomazia del 700, essa rappresenta un contatto benefico tra i rivoluzionari
romeni e quelli italiani, occasione per una conoscenza reciproca.
Da notare il parallelismo delle
proposte presentate da I. T. Maiorescu alle autorità tedesche ed il
tentativo dei rivoluzionari della Transilvania, della Bukovina, del Banato di
persuadere Vienna della necessità di uno stato romeno nell’ambito
dell’impero asburgico, organizzato su basi federali[59]…a
sostegno di quest’affermazione citiamo dal memoriale indirizzato al parlamento
liberale di Vienna dal “popolo romeno della Transilvania tramite i suoi
rappresentanti eletti” a Blaj, il 26 settembre 1848: “Noi vogliamo l’unione
libera di popoli liberi sotto la guida dell’Austria… Tutti in una
confederazione, uniti, potrebbero ottenere e difendere più facilmente
questa libertà”[60].
La necessità della
riorganizzazione dell’impero austriaco era sottolineata anche nei rapporti
della nunziatura di Vienna. La soluzione era però la confederazione. Al
suo centro stava l’imperatore, un governo destinato a dirigere le finanze, la
guerra e gli affari esteri. A Vienna doveva costituirsi una commissione
europea, composta dai rappresentanti di tutte le nazionalità, dove si
sarebbe discusso dei problemi generali dell’impero e di quelli particolari
d’ogni singola nazione[61].
Le speranze dei romeni della
Transilvania nella riorganizzazione dell’impero asburgico sono svanite sullo
sfondo della tensione apparsa nelle relazioni austro-ungheresi. Dopo
l’armistizio di Salasco, Vienna comincia a revocare le concessioni che aveva fatto
all’Ungheria[62]. Il nuovo
atteggiamento assunto dalla Corte imperiale nei confronti delle autorità
ungheresi viene rilevato dai rappresentanti delle Santa Sede nei rapporti
inviati a Roma. E’ presentato il fiasco registrato dalla
p. 165
delegazione ungherese, composta di 150 persone[63],
che non è stata ricevuta dal parlamento austriaco[64];
l’agitazione antiungherese dei serbi, croati, valacchi, incoraggiata da Vienna[65];
l’atteggiamento favorevole all’impero tenuto da Jelldcic, sostenitore della
Sanzione Pragmatica del 1712[66].
L’autore dei rapporti conclude la sua profezia: “sembra che la sorte degli
ungheresi è ormai decisa”[67].
Gli avvenimenti si precipitano
verso la fine di settembre - inizio d’ottobre 1848; il 27 settembre è
assassinato a Pesta il conte Lemberg, comandante delle truppe militari
austriache dell’Ungheria; il 5-6 ottobre, una nuova rivolta dei viennesi, che
culmina con l’assassinio del ministro Latour, determina l’imperatore a
ritirarsi ad Olmutz e ad ordinare ai generali Windischgraetz, Jellaciç e Auersberg
la repressione sanguinaria del movimento nella capitale dell’impero. Difesa eroicamente dagli ufficiali polacchi
Iosif Bem, Dembrowski, Potocki, dal radicale Robert Blum, deputato nel
parlamento di Francoforte - che avrebbe pagato con la vita durante la
repressione il suo atto di coraggio - la Vienna rivoluzionaria avrebbe
aspettato in vano l’aiuto militare ungherese, purtroppo arrivato troppo tardi.
Nella penisola italiana, i
tumulti continuano nell’autunno del 1848. In novembre, il premier dello stato
pontificio Pellegrino Rossi è ucciso, Pio IX si ritira a Gaeta, dove
chiede ai monarchi europei l’aiuto contro gli “usurpatori”[68].
Dopo la sconfitta del Piemonte, la Repubblica veneziana prende la guida della
resistenza armata antiaustriaca. In suo aiuto arrivano la legione polacca e
quell’ungherese guidata dal generale Winkler[69].
A Torino, i dibattiti al parlamento subalpino sono particolarmente accesi. Il
dilemma - continuare il conflitto con l’Austria o accettare la mediazione
anglo-francese - dà luogo a brillanti duelli oratori tra C. B. Cavour e
Angelo Brofferio. L’atteggiamento bellicoso dell’ultimo è sostenuto dal
15 dicembre dal nuovo primo ministro, Vincenzo Gioberti. La sua forte
personalità, l’autorevolezza e l’incontestabile prestigio lo imponevano
davanti al re Carlo Alberto. Il primo ministro si pronunciava per il
federalismo e sosteneva l’alleanza con le nazionalità d’Europa
centro-orientale, una possibile alternativa per ottenere l’indipendenza
italiana[70].
p. 166
C. Accanto
agli ungheresi per la ripresa della rivoluzione europea
“La situazione dell’Europa
all’inizio dell’anno 1849 si poteva riassumere così: lotta del principio
della nazionalità contro la dominazione straniera…”, l’unione tra
ungheresi, romeni e italiani poteva certamente realizzarsi - diceva Ion Ghica,
uno dei dirigenti romeni coinvolti nella realizzazione di quest’alleanza[71].
L’anno 1849 inizia sotto auspici
benefici. Il governo sardo s’impegna ufficialmente nella realizzazione di
un’ampia alleanza antiasburgica , che doveva comprendere gli ungheresi, gli
slavi meridionali, i romeni. Il primo ministro V. Gioberti sarebbe stato
sostenuto, nelle sue azioni, dai rappresentanti diplomatici di Parigi, Brignole
Sole e di Costantinopoli, Romualdo Tecco. A loro si sarebbero aggiunti
Giovenalle Vegezzi Ruscalla, Pacifico Valussi che scriveva, nella pubblicazione
veneziana “Il Precursore” dell’11 gennaio 1849 dell’esistenza, nell’ambito
della monarchia asburgica di cinque milioni di ungheresi, quattro milioni di polacchi,
quattro milioni di cechi, cinque milioni di romeni, sei milioni di slavi
meridionali che, unendosi in una lega politico-commerciale potrebbe resistere
davanti all’aggressione russa o tedesca[72].
Emissari ufficiali del governo
torinese avvicinano Pesta, Belgrado, attraversano lo spazio romeno, appoggiati
nelle loro azioni dai membri dell’emigrazione polacca e romena. Giuseppe
Carosini, commerciante sardo al servizio della rivoluzione ungherese è
mandato da Kossuth a Torino, poi va nei Balcani insieme al tenente colonnello
Alessandro Monti[73].Quest’ultimo
è incaricato di ottenere la riconciliazione tra slavi, ungheresi e
romeni[74].
Marcello Cerutti, nominato console sardo a Belgrado su raccomandazione di
Tecco, arriva nel marzo 1849 nella capitale della Serbia e cerca di convincere
Alessandro Karageorge e il primo ministro, Garasanin, della validità
dell’alleanza con Pesta[75].
Contemporaneamente a Torino i
democratici interessano l’opinione pubblica nel parlamento, nella stampa alla
ripresa della guerra insieme agli ungheresi, slovacchi, romeni. L’idea è
presentata nel commento della risposta al messaggio reale fatto da Lorenzo
Valerio il 1 marzo 1849 e negli articoli apparsi sotto la firma dello stesso su
“Concordia” del 18 febbraio, 22 e 24 marzo 1849[76].
Su iniziativa dello stesso
Valerio il 7 marzo 1849 è creata a Torino la “Società per
l’alleanza italo-slava” che aveva per obiettivo un ravvicinamento tra slavi,
ungheresi, italiani, polacchi e “moldo-vlacchi che hanno diritti comuni con gli
italiani e gli stessi interessi come gli ungheresi e gli slavi nella lotta per
la causa
p. 167
comune”[77].
Tra i primi sostenitori c’è anche il barone Spleny, rappresentante
ufficiale del governo ungherese in Piemonte. Giuseppe Mazzini viene a sapere
dell’esistenza di questa società da Valerio, che era stato inviato in
missione presso la repubblica romana”[78].
A Parigi, sotto la pressione del
principe Czartoryski sono iniziate le trattative con Teleki, dirigenti
dell’emigrazione serba, romena per un accordo tra le nazionalità, in
base al quale fu mandato il generale Dembinski dell’Ungheria[79].
L’avvicinamento tra ungheresi e
italiani è notato anche dal console francese a Bucarest Ségur, il quale
scriveva al ministro degli Esteri il 24 gennaio 1848: “gli ungheresi hanno
preso Sibiu: tre unità italiane dell’esercito austriaco sono passate
dalla parte degli ungheresi”[80].
Il 17 gennaio 1849 era scappato dall’esercito imperiale Stefan Turr, uno dei
dirigenti ungheresi che sarebbe rimasto legato alla causa italiana[81].
In questo senso scrive Spleny a Gioberti nel dicembre 1848, quando gli
proponeva l’arruolamento nell’esercito piemontese dei disertori delle truppe
austriache nel lombardo-veneto. L’agente del generale ungherese, Carosini era
quello che faceva da tramite tra i soldati ungheresi ed il governo di Torino[82].
Nei primi mesi del 1849 i romeni
sperano nell’alleanza iniziata dal Piemonte, pensando che la sconfitta
dell’Austria negli stati italiani avrebbe rilanciato il movimento
rivoluzionario nei principati. Ion Ghica che era “in buoni rapporti con molti
italiani influenti” di Costantinopoli, si impegna nei piani riusciti a Torino.
Nel gennaio 1849, pensando che i romeni devono far valere i loro diritti sul
campo di battaglia, scrive ad Al. G. Golescu (Parigi) e a M. Golescu (Belgrado)
sulla necessità di organizzare un corpo dell’esercito guidato dal
generale Gheorghe Magheru, per “combattere ovunque in Italia”[83],
“dove tira aria di guerra. Ho parlato in questo senso con un uomo che ci
potrebbe agevolare il passaggio da qui fino a Genova”[84].
Incoraggiato dal barone Tecco,
Ion Ghica progettava un’intesa con dirigenti dell’Ungheria, Transilvania,
Banato, Bukovina, Italia, Polonia, Germania nonché una pubblicazione che
sostenesse la lotta delle nazionalità[85].
Egli era a conoscenza dell’esistenza della Società italo-slava, come
risulta dalla lettera ricevuta da Al. G.
p. 168
Golescu, datata Parigi 17 marzo 1849: “una
società è stata fondata a Torino sotto il nome di Società
per l’alleanza italo-slava. Essa proclama l’alleanza degli italiani con i croati,
gli ungheresi e i romeni (moldo-vlacchi, bessarabi, transilvani, bukovini) “[86].
Nel periodo marzo-aprile 1849, la
coalizione conservatore austro-russa si prepara all’attacco. La costituzione
imperiale del 4 marzo ignora i diritti all’autonomia politica delle
nazionalità, adottando l’idea di uno stato centralizzato la cui lingua
ufficiale era quella tedesca. La Repubblica francese si prepara ad intervenire
militarmente contro la sorella repubblica romana mentre il Piemonte conosce a
Novara il gusto amaro della sconfitta. I capi dell’esercito romeno rimpiangono
la situazione italiana. “Quattordici mila soldati della repubblica francese
sono andati in Italia a rovesciare la repubblica romana e a ristabilire il
trono del Papa”[87], scriveva
Michail Kogălniceanu il 10/22 aprile 1849 da Parigi a suo fratello, mentre
Ştefan Golescu scriveva a Dimitrie Brătianu “vedo con disgusto, con amarezza
che l’assolutismo e la tirannide domineranno ancora per qualche anno in Europa.
L’Italia è caduta. Soli gli ungheresi resistono ancora”[88].
L’offensiva monarchica obbliga i
capi della rivoluzione ungherese a trovare soluzioni per salvare la rivoluzione
ungherese minacciata dall’intervento militare russo-austriaco. L’azione
è svolta su due piani complementari: quello politico - per la
riconciliazione degli ungheresi con gli slavi ed i romeni; quello militare -
organizzare legioni polacche, romene, italiane guidate da ufficiali polacchi,
nell’ambito dell’esercito ungherese.
Nel periodo marzo - maggio 1849 a
Parigi avviene l’incontro presso le residenze di Adam Mickiewicz e Adam
Czartoryski frequentate da: Niccolò Tommaseo - rappresentante della
Repubblica veneziana, Ludovico Frappoli - milanese, Ladislao Teleki -
rappresentante del governo ungherese in Francia, Szavardy - segretario della
legazione ungherese a Parigi, A. T. Brlic- inviato del barone Jelaciç presso
Lodovico-Napoleone[89],
i romeni Al. G. Golescu, C. A. Rosetti, i fratelli Brătianu.
Il 18 maggio 1849 si svolge una
conferenza presso l’Hotel Lambert cui partecipano: Adam Czartoryski, Szavardy,
L. Teleki, Pulszki - rappresentante del governo ungherese in Inghilterra,
Rieger - deputato ceco nella dieta dell’Impero austriaco. Si è parlato
delle possibili concessioni relative ad una pace interna in Ungheria e
un’alleanza antiasburgica e antirussa. Il protocollo concluso prevedeva che gli
slovacchi della Boemia, Moravia, Silesia, Galizia formassero uno stato federale
intorno all’Ungheria, che i serbi della Voivodina, i romeni della
p. 169
Transilvania e del Banato avessero autonomia politica
e fossero legati alla corona ungherese con rapporti federali; che gli italiani
e i tedeschi avessero la libertà di costituirsi in stati nazionali[90].
In base a questo protocollo
sarebbero iniziate le trattative tra ungheresi, serbi e croati. In Silesia
è mandato Carosini come rappresentante del governo ungherese con il
compito di placare le controversie, di stabilire rapporti diplomatici e di
impedire l’arruolamento dei serbi nell’esercito imperiale austriaco[91].
I contatti croato-ungheresi sono stati iniziati da Gyula Andrassy e Dragailo
Kusljan - rappresentante dell’ala sinistra del movimento croato. Benché si
fosse concluso un accordo nel giugno 1849 a Belgrado, questo non è stato
applicato[92]. I croati,
insieme ai cechi, volevano il mantenimento dell’impero asburgico su base
federali per la conservazione del parlamento slavo rispetto a quello
austro-tedesco e ungherese.[93]
Una parte dei dirigenti ungheresi
si pronunciavano per la confederazione dei popoli esistenti nell’impero austriaco
in base all’uguaglianza dei diritti nazionali. L. Teleki scriveva a L. Kossuth
il 14 maggio 1849 da Parigi: “Non solo l’Austria è morta, ma anche
l’Ungheria di Santo Stefano. Liberté,
égalité, fraternité - da sole non soddisfano più i popoli. Essi
vogliono vivere la loro vita nazionale.
Tanto più daranno alle nazionalità, tanto meno daranno
all’Austria e all’assolutismo”[94].
Sulla stessa linea si collocano anche i dirigenti ungheresi: C. Batthyany - il
quale considerava la confederazione danubiana il solo mezzo per possedere le
foci del Danubio sul Mar Nero - Szemere Bertalan, Szavardy. Quest’ultimo aveva
concentrato il suo punto di vista fin dal 9 marzo 1849 in una lettera
indirizzata al conte Zamoyski: “ la monarchia formerà una confederazione
e i suoi membri vedranno garantiti i loro diritti”[95].
I rivoluzionari valacchi che si
trovavano a Vienna, Parigi, Costantinopoli si impegneranno in progetti
confederativi, spinti dall’intesa russo-romena, sancita a Balta Liman,
sentendosi traditi dall’indifferenza della Francia e dell’Inghilterra[96].
Fin dal 4 marzo, G. Magheru proponeva a L. Kossuth un’alleanza romeno-ungherese
contro il pericolo panslavista. “I popoli ungherese e romeno sono gli unici
dell’oriente che, strettamente uniti in un’alleanza federativa offensiva e
difensiva possono costituire una barriera insormontabile per gli slavi del
Nord”[97].
A Parigi, Al. G. Golescu, I. Brătianu, I. Voinescu erano in stretti rapporti con L.
p. 170
Teleki[98],
i primi due essendo anche redattori presso la pubblicazione di A. Mickiewicz - La Tribune des Peuples[99].
A Costantinopoli, Ion Ghica accanto ai rappresentanti dell’emigrazione polacca
e a Tecco, agisce per la costituzione dell’alleanza progettata a Parigi. Tramite
C. I. Florescu, informa Avram Iancu “che oggi, noi romeni della Valacchia,
Moldavia, Bessarabia, ungheresi e tutta la Polonia con l’Ungheria siamo uniti
tutti insieme, ci siamo uniti perché era questo il desiderio dell’intera
Europa…”[100]. Sulla
possibilità di attuare la confederazione, Ion Ghica parla con il barone
Spleny - mandato da Kossuth a Costantinopoli insieme al maggiore Brown[101]
- e con Sefels de Soltenhoff - rappresentannte del principe Czartoryski[102].
Il protocollo di Parigi
sarà la base delle discussioni tra N. Bălcescu e C. Bolliac e le
autorità ungheresi nei mesi maggio - luglio 1849 a Pesta, Debrecin. Ion
Ghica consigliava Nicola Bălcescu di ricevere il protocollo “come una specie di
obbligo del governo ungherese nei confronti della nazione romena”, e
continuava: “sono del parere che dobbiamo lavorare per la confederazione tra
Ungheria, Grande Valacchia, Piccola Valacchia, Banato e Transilvania… e che
possiamo convincere il sultano ad acconsentire a condizione che riceva la
Crimea”[103]. Gli inviati
romeni discutono con i generali Perczel[104]
e L. Bem[105], con i
ministri Szemere e Batthyany[106],
con L. Kossuth[107],
essendo sostenuti dai rappresentanti del principe Czartoryski, il generale
Henrik Dembinski ed il conte Ladislao Bystrzonowski; gli ultimi due condizionavano
l’aiuto militare ungherese dal riconoscimento delle nazionalità slava e
romena[108].
Sulle trattative tra romeni,
ungheresi e polacchi è informato Carosini, che si trovava in Serbia nel
giugno 1849. “A parte i polacchi, ci sono anche agenti dell’emigrazione valacca
o romena, come si chiama. C’è un tale Bălcescu, che sembra essere un
uomo di mondo. E’ mandato dal capo dell’emigrazione di
p. 171
Costantinopoli, Ion Ghica. Vogliono anche loro
riunirsi insieme con noi in una confederazione”[109].
I negoziati di Debrecin sono
doppiati sul piano militare dalla resistenza del generale Iosif Bem in
Transilvania davanti alle truppe russe, dai tentativi falliti di attrarre Avram
Iancu in una collaborazione romeno-ungherese[110].Contemporaneamente
è progettata una diversione ungherese-veneziana nell’Adriatico preparata
dagli inviati di L. Kossuth: Horthy (Roma), Bratich (Venezia), Brown (Torino) [111].
In base alla convenzione tra il
governo rivoluzionario ungherese e Daniele Manin del 31 maggio/1 giugno 1849,
L. Kossuth doveva passare con l’esercito per Fiume e Trieste e liberare Venezia[112].
In aiuto delle truppe ungheresi si prova e, parzialmente, si riesce a
costituire le legioni polacche, italiane e romene.
Ion Ghica otteneva l’accordo
dell’ambasciatore Sir Stratford Canning e del governo ottomano per la
formazione di una legione romena. Si è deciso che i volontari partissero
per l’Ungheria in piccoli gruppi a dieci giorni di distanza l’uno dall’altro.
Il primo gruppo era formato da Nicola Bèlcescu, Ion Bălăceanu, l’ufficiale Alessandro Monti, il marchese Migliorati, il
conte polacco Ilinski diventato Skinder - pascià, capo della spedizione.
Hanno lasciato Costantinopoli all’inizio di aprile 1849, sono passati per
Belgrado dove hanno incontrato Manu, Dullie, Costiescu e poi attraverso il
Banato sono arrivati in Ungheria; I. Bălăceanu resterà accanto a Bem,
come segretario, occupandosi dalla corrispondenza in francese tra il generale
polacco e Kossuth; Manu, Duilie, Costiescu si fermano a Sibiu, dove aspettavano
la formazione della legione romena[113].
I rapporti di Romualdo Tecco da
Costantinopoli indirizzati a Gioberti e al suo successore, Gabriel de Launay
nel periodo marzo - maggio 1849 sono una fonte inedita, che aiuta a comprendere
la missione del conte Al. Monti e del suo accompagnatore Migliorati, addetto
presso la legazione sarda nella capitale della Turchia.
Incaricato da Gioberti, alla fine
dell’anno 1848, della propaganda tra gli slavi meridionali per la realizzazione
di un’alleanza italo-slavo-ungherese, Monti fa due tentativi di passare il
Danubio alla fine di febbraio 1849. Nell’ultimo viene fatto prigioniero dei
russi a Craiova, ma viene liberato perché la sua identificazione non è
stata possibile[114].
Nell’aprile 1849, sarebbe partito insieme al gruppo romeno-polacco da Costantinopoli
verso l’Ungheria.
p. 172
Secondo i rapporti di Tecco,
Monti e il suo addetto partono per l’Ungheria con il consenso dell’impero
ottomano. All’inizio, anche Ali pascià acconsente. “Il signor Monti,
accompagnato da Migliorati sarebbe partite sabato, con una nave fino a
Salonicco, con un ordine per il pascià di quella città per
agevolargli la strada fino a Vidino sul Danubio, essendo anche il portatore di
una lettera del visìr per il governatore di quella città[115].
Credendo alla possibilità di una nuova campagna anti-austriaca iniziata
dal Piemonte, alle vittorie dell’esercito ungherese in Transilvania contro le
truppe russe, le autorità ottomane ed il rappresentante della Sardegna
progettavano una quadruplice alleanza tra italiani, turchi, slavi e ungheresi.
L’appoggio ottomano sarebbe stato però ritirato dopo la firma della
convenzione di Balta Liman.
Da Vidino, Monti sarebbe passato
per Negotin dove avrebbe incontrato i membri del governo serbo e Marcello
Cerutti, il console sardo a Belgrado, Romualdo Tecco, non nascondeva la sua
preoccupazione davanti all’atteggiamento dei serbi, che avevano chiamato nel
Banato le truppe russe della Valacchia, “situazione gravissima per i due
emissari italiani”[116].
Se il rappresentante della
Sardegna lamenta la mancanza di informazioni sulla sorte della spedizione, la
corrispondenza tra Nicola Bălcescu e Ion Ghica fa luce su questo aspetto.
Arrivati a Negotin il 12/24 aprile 1849, sono costretti ad aspettare per
qualche giorno notizie da Belgrado. Monti progettava di passare in Valacchia
attraverso Calafat[117].
E’ però costretto a modificare il tragitto stabilito insieme a Tecco a
Costantinopoli, a causa della presenza massiccia dell’esercito russo nel Banato
e, insieme agli altri membri della spedizione sarebbe andato a Belgrado e poi a
Panciova. Da qui, nella prima metà del mese di maggio 1849 sarebbe
partito a Debrecen e Pesta, sulle tracce del governo ungherese[118].
A. Monti continua la sua missione
in Ungheria, anche se dopo la battaglia di Novara, il nuovo premier, Gabriel de
Launay ha una nuova visione sulla politica del regno sardo rispetto alla
rivoluzione ungherese e comunica a Tecco l’ordine di richiamo dei due emissari
italiani[119].
L’atteggiamento di A. Monti verso la sua nuova condizione risulta dalla
corrispondenza - 40 lettere - con Marcello Cerutti. E’ deciso a costituire la
legione italiana e chiede al console di Belgrado di iniziare la prassi affinché
sia nominato agente segreto presso il governo ungherese, senza alcuna pretesa
materiale. E’ impressionato ed entusiasta dalla lotta degli ungheresi
p. 173
per la libertà ed afferma che intende
arruolarsi nell’esercito rivoluzionario se il governo di Torino avesse tradito
la causa delle nazionalità[120].
Nonostante le difficoltà
finanziarie, la legione italiana esiste dal 1 giugno 1849, facendosi notare
nelle lotte intorno a Timiòoara[121]. Dopo la capitolazione di Siria si sarebbe ritrato
a Vidino. Il 4 marzo 1850, i legionari italiani sbarcano a Cagliari, dove
sarebbero stati ricevuti dal generale Alberto de La Marmora[122].
Meno fortunati degli italiani,
gli emissari dell’emigrazione romena in Ungheria non sono riusciti a costituire
una legione anche se avevano l’accordo del governo ungherese. Il tentativo di
Nicola Bălcescu era doppiato da quello di Ion Ghica. Quest’ultimo stipula un
contratto con Adam Czartoryski, secondo il quale tre ufficiali polacchi
Iakobonski, Solokonski e Wysoski, avrebbero assunto volontari romeni[123].
La rinascita nazionale e politica
della Romania e dell’Italia conosce entra in una nuova epoca con le rivoluzioni
del 1848-1849 - quella della costituzione degli stati nazionali.
L’iniziativa del primo contatto
politico spetta al Regno del Piemonte, l’unico stato italiano che abbia avuto
una politica ufficiale central-europea durante la rivoluzione. Nei progetti del
governo di Torino il posto principale era occupato dagli ungheresi e dai
polacchi grazie al loro atteggiamento antiasburgico e alla loro buona
preparazione militare. Gli slavi ed i romeni occupavano il secondo posto,
cercando di evitare eventuali complicazioni russo-turche nei Balcani e alle
foci del Danubio. Eppure lo spazio romeno è percepito dall’élite
politica piemontese in un duplice aspetto: possibile compensazione territoriale
per l’Austria in cambio della regione lombardo-veneta o partner in un’ampia
coalizione antiasburgica. Anche se si punta sull’appoggio militare ungherese,
nella stampa e nel parlamento di Torino si discute liberamente, specialmente
sotto il governo Gioberti, del problema delle nazionalità dell’impero
asburgico, che Camillo Benso di Cavour riassume nel sintagma “guerra delle
razze”.
I capi della rivoluzione in
Valacchia, dopo settembre 1848 agiscono nell’emigrazione dove si impegnano
nell’elaborazione dei progetti di confederazione dell’Europa centro-orientale,
sperano in un’analisi congiunta del
p. 174
problema romeno e di quello italiano in una conferenza
europea in ottobre-novembre 1848 e, dalla primavera del 1849, insieme agli
italiani e ai polacchi, tentano di salvare la rivoluzione ungherese. Anche se i
dirigenti romeni non sono stati direttamente in contatto con i governi italiani
durante la rivoluzione, hanno i loro rappresentanti a Costantinopoli e Parigi,
il rapporto diretto essendo supplito anche dall’emigrazione polacca, vera lega
delle rivoluzioni europee.
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