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Romeni e italiani

durante la rivoluzione del 1848-1849

 

 

 

Raluca Tomi,

Istituto “Nicolae Iorga”, Bucarest

 

 

 

Il terremoto del 1789 riverbera con scosse d’intensità variabile fino al 1850. E’ l’epoca delle “rivoluzioni romantiche” in cui i princìpi di libertà, uguaglianza, fratellanza penetrano nella zona centro-europea, dove acquisiscono un’identità trascendente la sfera del politico, l’identità nazionale.

I popoli tendono a costituirsi in stati nazionali, contro i princìpi sanciti a ritmo di menuet al Congresso di Vienna del 1815: legittimità ed equilibrio europeo. E’ questo il caso degli italiani, magiari, polacchi, cechi, boemi, slavi meridionali, romeni - che creeranno le Santa Alleanza dei Popoli, risposta generosa, utopica alle Santa Alleanza dei monarchi.

 

 

A. Romeni e italiani nel tumulto della rivoluzione

 

Il periodo giugno 1846-agosto 1849[1] è stato, per la generazione risorgimentale, un periodo d’intense ricerche.

Dalle risposte, ancora da trovare, a domande inquietanti come: sono possibili le riforme costituzionali in uno spazio in cui la dominazione straniera divide la sua influenza con quella dei regimi conservatori? E’ possibile l’indipendenza della penisola? In quali condizioni? Attraverso la lotta interna o grazie ad un intervento esterno? E’ possibile la creazione di un’Italia unita o di una confederazione? Quest’ultima dovrebbe avere a capo un papa, un monarca o un presidente? - dipendeva l’esistenza dello stato nazionale italiano.

L’Italia sta vivendo il tempo delle grandi esperienze. Come in un’immensa fucina, i leaders mischiano ricette diverse, nel tentativo di trovare l’elisir politico in grado di costruire allo stato nazionale. Per liberarsi dalla dominazione austriaca, gli italiani provano la strada della guerra d’indipendenza sotto la guida della

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Savoia, con il motto lanciato da Carlo Alberto “L’Italia farà da sé”[2] mentre, dopo l’armistizio di Salasco, si percorre strada l’idea di una mediazione anglo-francese nel conflitto con l’Austria, nell’ambito di un congresso europeo, dove la monarchia asburgica, cui erano stati promessi i principati danubiani e la Bosnia, avrebbe dovuto rinunciare al Regno lombardo-veneto[3]. La risposta alla domanda: stato unitario o confederazione, varia: Venezia e la Lombardia si uniscono, in un primo momento, al Piemonte[4], la Toscana si pronuncia per l’unione con la Roma repubblicana[5]. La soluzione confederativa conquista dalla sua parte personalità con orientamenti politici diversi: Vincenzo Gioberti[6], il papa Pio IX[7], Carlo Cattaneo, Angelo Brafferio[8], Lorenzo Valerio. Esiste anche una soluzione siciliana che vuole lo stacco quasi totale del Regno delle Due Sicilie. Per quanto riguarda la forma di governo, si è oscillati tra la monarchia costituzionale e le repubbliche governate da triumviri.

La delusione provocata dalla dichiarazione del 4 marzo 1848 di Lamartine, la politica prudente della Gran Bretagna, l’ostilità del governo austriaco e di quel russo hanno imposto ai leaders italiani la collaborazione con l’Europa centro-orientale, le cui nazioni vivevano un’effervescente rinascita spirituale e politica.

La configurazione politica dell’Europa “di domani” preoccupa i pensatori italiani, in un periodo in cui l’élite intellettuale del continente immaginava progetti

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per fermare il panslavismo, ripensando il posto ed il ruolo della monarchia asburgica. Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo s’illudono sognando la lotta comune contro gli imperi e la costituzione di una federazione di nazioni liberali; Cesare Balbo, Camillo Benso di Cavour, entrati nella sfera dei giochi diplomatici, sostengono l’idea del risarcimento dell’Austria con territori dell’Europa dell’Est in cambio della rinuncia alla regione lombardo-veneta. Pian piano, la regione compresa tra il Mar Baltico, la Vistula, il Danubio, i Balcani, territorio esotico associato nella mentalità occidentale ad immagini favolose tratte da un mondo delle leggende, si sveglia come una Bell’Addormentata, al soffio della Rivoluzione francese, diventando, agli occhi dei pensatori italiani, un possibile partner politico.

Giuseppe Mazzini, con la sua sensibilità visionaria, ha intravisto per primo la potenza rivoluzionaria dell’Europa centro-orientale nell’articolo “Ungheria” pubblicato nel 1833 su “Giovine Italia”. Mazzini vede in questo paese un ostacolo contro l’impero zarista, nucleo di una libera federazione di nazioni che ruotavano intorno al Danubio: Moldavia, Valacchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia[9]. Continua a scrivere su questo argomento in Jeune Suisse, dove pubblica “Nationalité, humanité et patrie”, invitando il lettore a rivolgersi verso Oriente, dove i popoli lottavano contro il sultano per indebolire l’impero e rafforzare lo spirito repubblicano. Nella “Rivista repubblicana”, in un famoso saggio dal titolo “L’iniziativa rivoluzionaria in Europa”, Mazzini prevedeva l’inizio della rivoluzione in Oriente, mentre nell’articolo “The European Question” uscito nel 1847 su People’s Journal, parla dei romeni della Bukovina, della Transilvania e del Banato che si sono fatti sentire come gli italiani del Lombardo-veneto e gli slavi dell’impero asburgico, attraverso alcune opere letterarie e politiche[10]. Nello stesso anno esce su Lowe’s Edinborough Magazine l’articolo “On the Slavonian national movement”, dove riprende l’idea del 1833, rilevando l’importanza dell’iniziativa ungherese nell’unione nazional-danubiana contro le correnti panslaviste e austroslaviste.

Tra le personalità italiane che hanno manifestato interesse per i progetti che legavano i problemi della penisola a quelli dell’Europa centro-orientale, ricordiamo Giovenale Vegezzi-Ruscalla, noto filoromeno che auspicava, negli anni della rivoluzione, la costituzione di una confederazione slava accanto a quella latina e a quella tedesca; membro della “Società per l’emancipazione dei popoli slavi”, fondata nel marzo 1848 a Parigi[11]; Cesare Balbo che, nel 1844 poneva il problema di una confederazione degli stati dell’Europa orientale[12]; Niccolò Tommaseo – nato

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a Sebenica, sulla costa dalmata - che ha incoraggiato, attraverso la sua attività politica, i suoi scritti post rivoluzionari, l’alleanza degli italiani con i magiari, gli slavi e i romeni; Lorenzo Valerio - deputato democratico nel Parlamento piemoontese - viaggiatore nel 1835 in Transilvania, Banato, Bukovina, Bessarabia[13]; Pacifico Valussi. Il destino delle nazionalità dell’impero austriaco era noto a Camillo Benso di Cavour - che aveva frequentato da giovane i corsi d’Adam Mickiewicz a Parigi[14] e che prevedeva, nel suo celebre discorso del 20 ottobre 1848 la dissoluzione della monarchia asburgica grazie alla “guerra delle razze”[15]. Lo stesso Carlo Alberto è consigliato, nel 1846, dagli esuli lombardi di appoggiarsi ai boemi e ai moravi nell’azione contro l’Austria[16].

La percezione dei pensatori italiani diventa realtà nel marzo 1849 quando il nord della penisola con a capo Milano, Venezia e Torino si aggiungono alle altre nazionalità nella lotta contro l’impero austriaco per la definizione del loro statuto nell’ambito o al di fuori della monarchia asburgica.

Inviati e rappresentanti diplomatici del governo sardo si mettono in contatto a Parigi, Francoforte, Pesta, Costantinopoli, con i dirigenti dell’emigrazione polacca, del governo ungherese, con cechi, moravi, croati, romeni.

A Parigi agiva per sensibilizzare il governo e l’opinione pubblica, il console Brignole Sole[17] mentre Giuseppe Mazzini, attraverso l’Associazione nazionale Italiana - creata nel marzo 1848 intensificava i rapporti con Adam Mickiewicz e con Adam Czartoryski. Quest’ultimo, primo ministro nonché ministro degli esteri di uno stato ancora illusorio, era fiducioso nel ruolo degli stati italiani nella dissoluzione dell’impero austriaco. I suoi inviati speciali attraversano l’Italia, intervenendo nell’approvazione militare degli eserciti sardo, milanese, veneziano. Come rappresentante personale presso Carlo Alberto, manda il proprio nipote Ladislao Zamoyski[18]. Adam Mickiewicz organizza una legione polacca che difende la repubblica veneziana[19].

Il rappresentante del Piemonte a Francoforte era Antonio Gallenga[20], mentre a Costantinopoli si trovava Romualdo Tecco. Se il primo deve fare i conti con l’opacità del Parlamento tedesco sulla questione delle nazionalità, Tecco, nominato il 30 giugno 1848 chargé d’affaires en titre, si impegna nell’attività

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dell’emigrazione polacca di Costantinopoli, sostenendo la creazione di una quadruplice alleanza “italo-turco-slavo-ungherese”[21].

L’importanza dello spazio ungherese è notata dal primo ministro dello stato pontificio Terenzio Mamiani che, in una lettera del 20 aprile indirizzata al generale Carlo Zucchi, vedeva l’aumento dell’influenza italiana nell’Adriatico attraverso la costituzione di una Lega commerciale e doganale tra l’Italia, la Dalmazia, l’Ungheria, la Transilvania e la Croazia[22]. Da Mamiani è partita l’iniziativa di inviare come rappresentante degli stati piemontese, toscano e romano presso il governo ungherese, il barone Ladislao Spleny[23]. L’interesse della Roma papale per la sorte dell’Austria e delle nazionalità che la componevano risulta dai rapporti della nunziatura di Vienna nella primavera del 1848. Vi si parla del movimento rivoluzionario nella capitale dell’Impero, della fuga di Metternich[24], della caduta del governo[25], dell’arrivo della delegazione ungherese[26].

Il governo di Torino, impegnato nella guerra contro l’Austria si rende conto, dopo la dichiarazione fatta dal pontefice il 29 aprile, che l’elemento dinamico delle nazionalità nell’ambito dell’Impero è costituito dagli ungheresi. Lorenzo Pareto, ministro degli Esteri sardo, accoglie favorevolmente il memoriale del 25 giugno 1848 presentato da Spleny, che prefigurava l’alleanza militare italo-ungherese[27].

I moti rivoluzionari italiani sono ampiamente presentati dalla stampa romena, costituendo un esempio nell’organizzazione della rivoluzione romena. “Quando vediamo gli italiani a Torino, Genova, Firenze, Pisa, Livorno, Ferrara, Bologna, Roma che organizzano dappertutto guardie nazionali e proclamano la libertà e l’unità d’Italia… quando vediamo il papa stesso, dichiarare rivoluzionario e proclamare per la prima volta santo in terra quello che nei cieli è sempre stato santo… come non crederci, non muoverci, non dare segni di vita?[28]“ L’idea è presente anche nel rapporto del console francese ad Iasi, Gueroult indirizzato a Guizot il 22 febbraio 1848, in cui è descritto lo stato di tensione esistente in Galizia e in Moldavia, pronte a ribellarsi al “primo colpo di cannone in Italia”[29].

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Nell’estate del 1848, sullo sfondo del conflitto austro-piemontese, dell’intervento russo in Moldavia - che prefigurava un possibile conflitto russo-ottomano - l’emigrazione polacca diversificava la sua tattica, agendo in un doppio senso; la costituzione di un’alleanza franco-anglo-ottomana contro la Russia[30], o di un’intesa tra i popoli minacciati dal panslavismo: polacchi, ungheresi, romeni. A questi si aggiungevano gli italiani poiché, secondo l’illustre ospite dell’Hotel Lambert di Parigi, un colpo dato all’Austria si faceva dolorosamente sentire anche a San Pietroburgo[31].

I legami tra i dirigenti romeni con l’emigrazione polacca, anteriori alla rivoluzione, si intensificano in maggio-giugno 1848 attraverso i contatti stabiliti da Nicola Bălcescu[32], i fratelli Golescu[33] e, a Costantinopoli, da Ion Ghica[34]. Il piano, elaborato fin dal 1847 dall’Agenzia polacca operante nella capitale dell’Impero ottomano, che prevedeva la creazione di una rete d’agente polacchi - 7 nei Balcani, tre in Italia, cinque in Austria, quattro in Germania, uno in Svezia - era noto anche a quelli che stavano preparando la rivoluzione in Valacchia[35].

Contemporaneamente alle trattative sardo-ungheresi del giugno 1848, che avevano per obiettivo la costituzione di un’alleanza militare, Dimitrie Brătianu proponeva la stessa cosa al governo di Pesta, chiedendo armi e il permesso di raccogliere volontari per una resistenza davanti al nostro intervento. Benché le trattative fossero condotte davanti al dottor Louis Mandl, rappresentante di Francia - paese favorevole alla costituzione di una confederazione composta di romeni, ungheresi e polacchi - il primo ministro ungherese, Casimir Batthyany respinge le proposte romene, motivando con l’impegno preso nei confronti dell’Austria e la paura di non indisporre la Russia[36]. La stessa reticenza è notata anche da August Treboniu Laurian nella lettera del 17 giugno indirizzata da Sibiu a Nicola Bălcescu[37].

Arrivato, nel giugno 1848 a Costantinopoli, Ion Ghica frequenta l’emigrazione polacca. Mihai Czaikowski gli facilita i contatti con il generale

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Aupick, ambasciatore di Francia, con l’ambasciatore sardo, con le autorità ottomane. Il rappresentante del governo ungherese a Bucarest stava diventando un iniziato del “movimento romano-slavista, discutendo dei suoi obiettivi e probabilità di successo con il barone Tecco[38].

Il dirigente romeno porta istruzioni segrete per proporre all’Impero ottomano un’alleanza contro la Russia[39]. Il futuro conflitto doveva prendere lo spunto dalle rivoluzioni di Valacchia e Polonia, che avrebbero comportato un intervento franco-ottomano in Russia.

Quest’ultima si sarebbe trovata da sola contro la Francia, la Turchia e la Polonia. L’Inghilterra e anche la Germania sarebbero state obbligate a sostenere questo movimento[40].

Michail Czaikowski, fiducioso nella disponibilità dei dirigenti romeni ad opporsi al pericolo russo, manda una serie d’agente che percorrono lo spazio romeno nell’estate del 1848. Pierre Budkiewicz (Paul Bleein o Bodnici) attraversa la Moldavia, la Bukovina, la Valacchia, avendo come obiettivi: la mobilitazione dei polacchi della Moldavia, la propaganda per l’unione dei principati romeni[41]; Vincent Budzynsky Biberstein - possibile organizzatore di un’agenzia polacca a Bucarest nell’agosto 1848 e, dall’autunno, mediatore tra romeni[42], serbi, slovacchi, ungheresi; Terter e Korsak ad Iasi[43]; l’ufficiale Zablocki, addetto presso il generale G. Magheru[44]. Da parte del comitato centrale polacco di Lemberg è mandato, nel luglio 1848, Henri Garski come rappresentante presso il governo provvisorio e, se le circostanze si fossero rivelate favorevoli, come organizzatore di una legione polacca[45].

Dopo la sconfitta di Custoza e dopo l’armistizio sardo-austriaco, Adam Czartoryski credeva che l’Italia sarebbe stata il punto di partenza per tutte le iniziative anti-asburgiche. Desiderava placare i conflitti tra slovacchi, ungheresi, romeni come base per negoziare un’alleanza tra l’Ungheria e il re Carlo Alberto. In questo senso, scriveva a Zamoyski - che si trovava presso il quartiere generale dell’esercito sardo - il 20 agosto 1848 - di consigliare al governo di Torino di mettersi in contatto con i romeni sottomessi agli “asburgi che gli fornivano quattro unità di confine”. Nella lettera erano sottolineati gli stretti legami che univano le provincie romene dell’Austria con i principati danubiani nonché l’origine latina degli abitanti[46].

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Nel settembre 1848, mentre l’Austria ripiegava le sue forze per resistere contro la rivoluzione ungherese - che si trovava in un momento delicato, a causa delle posizioni croato-romene - il principe Czartoryski presenta a Parigii, davanti al ministro degli Esteri francese, all’agente diplomatico piemontese - la sua posizione circa la costituzione di un patto comune antiaustriaco e la possibilità di realizzare una confederazione danubiana. Quest’ultima, composta di slavi meridionali, ungheresi, romeni, sarebbe stata separata dall’Austria[47].

Questi progetti erano noti anche al rappresentante delle autorità di Bucarest nella capitale della Francia, Al. G. Golescu.

Egli informava della conversazione avuta con Bastide, ministro degli Esteri, che si era pronunciato per la difesa delle giovani nazioni da parte del diritto pubblico europeo e per l’organizzazione di una confederazione dell’Oriente, dopo la soluzione delle controversie tra ungheresi, cechi, croati e romeni[48]. L’idea appare anche nella lettera indirizzata da Al. G. Golescu a Ştefan C. Golescu in data 18 settembre 1848: “La questione è semplice: libertà per tutti, uguaglianza per tutti, ecco lo slogan; unità federativa e non unità ungherese, ecco il mezzo; confederazione di tutte le nazionalità dell’oriente, ecco lo scopo”[49].

Motore delle rivoluzioni europee, la confederazione polacca inizia e sostiene i contatti degli ungheresi con gli slavi meridionali - sono coinvolti: Michail Czaikowski, Ludwik Lenor Zwierkowski e Ludwik Bystrzonowski. I contatti romeno-ungheresi della prima metà dell’anno 1848 sono mediati da L. Bystrzonowski e Michail Ilinski[50].

 

 

B. Una soluzione possibile: le compensazioni territoriali

 

Nell’autunno del 1848, una possibile variante per la stabilità della monarchia austriaca, per la soluzione diplomatica dei problemi nazionali nei principati romeni e nello spazio italiano, comincia ad affermarsi. La compensazione dell’Austria ad Est con i principati danubiani in cambio del regno lombardo-veneto - idea gradita ai pensatori politici italiani: Cesare Balbo, Camillo Benso di Cavour - è discussa negli ambienti diplomatici europei[51]. Nel settembre 1848 i rivoluzionari romeni colgono l’opportunità di una soluzione al problema romeno collegata a quello

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italiano, nella conferenza che sarebbe dovuta essere organizzata a Munster o a Francoforte[52], patrocinata dai governi della Francia e della Gran Bretagna. Testimonianza di queste trattative n’è la corrispondenza tra Ioan Trifu Maiorescu - presente a Francoforte -, Al. G. Golescu - a Parigi - e Ion Ghica - a Costantinopoli.

In una lettera ad Al. G. Golescu del 9-10 settembre, Maiorescu denuncia la causa dell’aiuto dato dalla Russia all’Austria nella repressione delle rivoluzioni negli stati italiani “per avere la mano libera verso la Turchia e, per il futuro, affinché l’Austria, perdendo l’Italia non cerchi di compensare sul Basso Danubio[53]. I due rappresentanti della rivoluzione romena, quello di Parigi e quello di Francoforte si esortano a vicenda per “negoziare la causa della Romania, a proposito dalla questione italiana”[54]. Maiorescu ne parla con Schmerling, ministro dell’Estero austriaco e con Gagern, presidente del Parlamento di Francoforte, sostenendo l’idea di una Romania unita - regno composto di “Bukovina, Moldavia, Romania e Transilvania” - “che sia designato un principe austriaco ed il regno stia sotto la protezione della Germania”[55].

Le sue proposte sono riprese nel memoriale del 17 settembre indirizzato al ministero tedesco e presentato non solo in nome del “mio governo, ma di tutto il popolo romeno”[56]. Il 5 novembre 1848, Ion Ghica scriveva ad Al. G. Golescu: “l’idea di avere l’Austria come sovrana, però con un governo ed un parlamento nazionale mi piacerebbe assai, perché così saremmo uniti con la Bessarabia, la Transilvania e la Bukovina, saremmo più vicini alla meta sognata”[57]. Al. G. Golescu gli risponde il 18 dicembre 1848: “io ho stabilito con Maiorescu e con il

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Ministero di Francoforte di organizzare una conferenza diplomatica per la causa dei principati uniti, tra la Francia e l’Inghilterra. La complicazione della causa italiana può portare allo scoperto la causa dei principati, in un congresso che ponga alla base questo problema”[58].

Lo scambio della provincia danubiana contro la regione lombardo-veneta non è stato realizzabile nel 1848. Esso diventa però una costante della diplomazia italiana, che vede nella sua attuazione una possibile soluzione per allontanare gli Asburgi dalla penisola. Illusione derivata dalla preziosità e dalla raffinatezza della diplomazia del 700, essa rappresenta un contatto benefico tra i rivoluzionari romeni e quelli italiani, occasione per una conoscenza reciproca.

Da notare il parallelismo delle proposte presentate da I. T. Maiorescu alle autorità tedesche ed il tentativo dei rivoluzionari della Transilvania, della Bukovina, del Banato di persuadere Vienna della necessità di uno stato romeno nell’ambito dell’impero asburgico, organizzato su basi federali[59]…a sostegno di quest’affermazione citiamo dal memoriale indirizzato al parlamento liberale di Vienna dal “popolo romeno della Transilvania tramite i suoi rappresentanti eletti” a Blaj, il 26 settembre 1848: “Noi vogliamo l’unione libera di popoli liberi sotto la guida dell’Austria… Tutti in una confederazione, uniti, potrebbero ottenere e difendere più facilmente questa libertà”[60].

La necessità della riorganizzazione dell’impero austriaco era sottolineata anche nei rapporti della nunziatura di Vienna. La soluzione era però la confederazione. Al suo centro stava l’imperatore, un governo destinato a dirigere le finanze, la guerra e gli affari esteri. A Vienna doveva costituirsi una commissione europea, composta dai rappresentanti di tutte le nazionalità, dove si sarebbe discusso dei problemi generali dell’impero e di quelli particolari d’ogni singola nazione[61].

Le speranze dei romeni della Transilvania nella riorganizzazione dell’impero asburgico sono svanite sullo sfondo della tensione apparsa nelle relazioni austro-ungheresi. Dopo l’armistizio di Salasco, Vienna comincia a revocare le concessioni che aveva fatto all’Ungheria[62]. Il nuovo atteggiamento assunto dalla Corte imperiale nei confronti delle autorità ungheresi viene rilevato dai rappresentanti delle Santa Sede nei rapporti inviati a Roma. E’ presentato il fiasco registrato dalla

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delegazione ungherese, composta di 150 persone[63], che non è stata ricevuta dal parlamento austriaco[64]; l’agitazione antiungherese dei serbi, croati, valacchi, incoraggiata da Vienna[65]; l’atteggiamento favorevole all’impero tenuto da Jelldcic, sostenitore della Sanzione Pragmatica del 1712[66]. L’autore dei rapporti conclude la sua profezia: “sembra che la sorte degli ungheresi è ormai decisa”[67].

Gli avvenimenti si precipitano verso la fine di settembre - inizio d’ottobre 1848; il 27 settembre è assassinato a Pesta il conte Lemberg, comandante delle truppe militari austriache dell’Ungheria; il 5-6 ottobre, una nuova rivolta dei viennesi, che culmina con l’assassinio del ministro Latour, determina l’imperatore a ritirarsi ad Olmutz e ad ordinare ai generali Windischgraetz, Jellaciç e Auersberg la repressione sanguinaria del movimento nella capitale dell’impero.  Difesa eroicamente dagli ufficiali polacchi Iosif Bem, Dembrowski, Potocki, dal radicale Robert Blum, deputato nel parlamento di Francoforte - che avrebbe pagato con la vita durante la repressione il suo atto di coraggio - la Vienna rivoluzionaria avrebbe aspettato in vano l’aiuto militare ungherese, purtroppo arrivato troppo tardi.

Nella penisola italiana, i tumulti continuano nell’autunno del 1848. In novembre, il premier dello stato pontificio Pellegrino Rossi è ucciso, Pio IX si ritira a Gaeta, dove chiede ai monarchi europei l’aiuto contro gli “usurpatori”[68]. Dopo la sconfitta del Piemonte, la Repubblica veneziana prende la guida della resistenza armata antiaustriaca. In suo aiuto arrivano la legione polacca e quell’ungherese guidata dal generale Winkler[69]. A Torino, i dibattiti al parlamento subalpino sono particolarmente accesi. Il dilemma - continuare il conflitto con l’Austria o accettare la mediazione anglo-francese - dà luogo a brillanti duelli oratori tra C. B. Cavour e Angelo Brofferio. L’atteggiamento bellicoso dell’ultimo è sostenuto dal 15 dicembre dal nuovo primo ministro, Vincenzo Gioberti. La sua forte personalità, l’autorevolezza e l’incontestabile prestigio lo imponevano davanti al re Carlo Alberto. Il primo ministro si pronunciava per il federalismo e sosteneva l’alleanza con le nazionalità d’Europa centro-orientale, una possibile alternativa per ottenere l’indipendenza italiana[70].

 

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C. Accanto agli ungheresi per la ripresa della rivoluzione europea

 

“La situazione dell’Europa all’inizio dell’anno 1849 si poteva riassumere così: lotta del principio della nazionalità contro la dominazione straniera…”, l’unione tra ungheresi, romeni e italiani poteva certamente realizzarsi - diceva Ion Ghica, uno dei dirigenti romeni coinvolti nella realizzazione di quest’alleanza[71].

L’anno 1849 inizia sotto auspici benefici. Il governo sardo s’impegna ufficialmente nella realizzazione di un’ampia alleanza antiasburgica , che doveva comprendere gli ungheresi, gli slavi meridionali, i romeni. Il primo ministro V. Gioberti sarebbe stato sostenuto, nelle sue azioni, dai rappresentanti diplomatici di Parigi, Brignole Sole e di Costantinopoli, Romualdo Tecco. A loro si sarebbero aggiunti Giovenalle Vegezzi Ruscalla, Pacifico Valussi che scriveva, nella pubblicazione veneziana “Il Precursore” dell’11 gennaio 1849 dell’esistenza, nell’ambito della monarchia asburgica di cinque milioni di ungheresi, quattro milioni di polacchi, quattro milioni di cechi, cinque milioni di romeni, sei milioni di slavi meridionali che, unendosi in una lega politico-commerciale potrebbe resistere davanti all’aggressione russa o tedesca[72].

Emissari ufficiali del governo torinese avvicinano Pesta, Belgrado, attraversano lo spazio romeno, appoggiati nelle loro azioni dai membri dell’emigrazione polacca e romena. Giuseppe Carosini, commerciante sardo al servizio della rivoluzione ungherese è mandato da Kossuth a Torino, poi va nei Balcani insieme al tenente colonnello Alessandro Monti[73].Quest’ultimo è incaricato di ottenere la riconciliazione tra slavi, ungheresi e romeni[74]. Marcello Cerutti, nominato console sardo a Belgrado su raccomandazione di Tecco, arriva nel marzo 1849 nella capitale della Serbia e cerca di convincere Alessandro Karageorge e il primo ministro, Garasanin, della validità dell’alleanza con Pesta[75].

Contemporaneamente a Torino i democratici interessano l’opinione pubblica nel parlamento, nella stampa alla ripresa della guerra insieme agli ungheresi, slovacchi, romeni. L’idea è presentata nel commento della risposta al messaggio reale fatto da Lorenzo Valerio il 1 marzo 1849 e negli articoli apparsi sotto la firma dello stesso su “Concordia” del 18 febbraio, 22 e 24 marzo 1849[76].

Su iniziativa dello stesso Valerio il 7 marzo 1849 è creata a Torino la “Società per l’alleanza italo-slava” che aveva per obiettivo un ravvicinamento tra slavi, ungheresi, italiani, polacchi e “moldo-vlacchi che hanno diritti comuni con gli italiani e gli stessi interessi come gli ungheresi e gli slavi nella lotta per la causa

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comune”[77]. Tra i primi sostenitori c’è anche il barone Spleny, rappresentante ufficiale del governo ungherese in Piemonte. Giuseppe Mazzini viene a sapere dell’esistenza di questa società da Valerio, che era stato inviato in missione presso la repubblica romana”[78].

A Parigi, sotto la pressione del principe Czartoryski sono iniziate le trattative con Teleki, dirigenti dell’emigrazione serba, romena per un accordo tra le nazionalità, in base al quale fu mandato il generale Dembinski dell’Ungheria[79].

L’avvicinamento tra ungheresi e italiani è notato anche dal console francese a Bucarest Ségur, il quale scriveva al ministro degli Esteri il 24 gennaio 1848: “gli ungheresi hanno preso Sibiu: tre unità italiane dell’esercito austriaco sono passate dalla parte degli ungheresi”[80]. Il 17 gennaio 1849 era scappato dall’esercito imperiale Stefan Turr, uno dei dirigenti ungheresi che sarebbe rimasto legato alla causa italiana[81]. In questo senso scrive Spleny a Gioberti nel dicembre 1848, quando gli proponeva l’arruolamento nell’esercito piemontese dei disertori delle truppe austriache nel lombardo-veneto. L’agente del generale ungherese, Carosini era quello che faceva da tramite tra i soldati ungheresi ed il governo di Torino[82].

Nei primi mesi del 1849 i romeni sperano nell’alleanza iniziata dal Piemonte, pensando che la sconfitta dell’Austria negli stati italiani avrebbe rilanciato il movimento rivoluzionario nei principati. Ion Ghica che era “in buoni rapporti con molti italiani influenti” di Costantinopoli, si impegna nei piani riusciti a Torino. Nel gennaio 1849, pensando che i romeni devono far valere i loro diritti sul campo di battaglia, scrive ad Al. G. Golescu (Parigi) e a M. Golescu (Belgrado) sulla necessità di organizzare un corpo dell’esercito guidato dal generale Gheorghe Magheru, per “combattere ovunque in Italia”[83], “dove tira aria di guerra. Ho parlato in questo senso con un uomo che ci potrebbe agevolare il passaggio da qui fino a Genova”[84].

Incoraggiato dal barone Tecco, Ion Ghica progettava un’intesa con dirigenti dell’Ungheria, Transilvania, Banato, Bukovina, Italia, Polonia, Germania nonché una pubblicazione che sostenesse la lotta delle nazionalità[85]. Egli era a conoscenza dell’esistenza della Società italo-slava, come risulta dalla lettera ricevuta da Al. G.

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Golescu, datata Parigi 17 marzo 1849: “una società è stata fondata a Torino sotto il nome di Società per l’alleanza italo-slava. Essa proclama l’alleanza degli italiani con i croati, gli ungheresi e i romeni (moldo-vlacchi, bessarabi, transilvani, bukovini) “[86].

Nel periodo marzo-aprile 1849, la coalizione conservatore austro-russa si prepara all’attacco. La costituzione imperiale del 4 marzo ignora i diritti all’autonomia politica delle nazionalità, adottando l’idea di uno stato centralizzato la cui lingua ufficiale era quella tedesca. La Repubblica francese si prepara ad intervenire militarmente contro la sorella repubblica romana mentre il Piemonte conosce a Novara il gusto amaro della sconfitta. I capi dell’esercito romeno rimpiangono la situazione italiana. “Quattordici mila soldati della repubblica francese sono andati in Italia a rovesciare la repubblica romana e a ristabilire il trono del Papa”[87], scriveva Michail Kogălniceanu il 10/22 aprile 1849 da Parigi a suo fratello, mentre Ştefan Golescu scriveva a Dimitrie Brătianu “vedo con disgusto, con amarezza che l’assolutismo e la tirannide domineranno ancora per qualche anno in Europa. L’Italia è caduta. Soli gli ungheresi resistono ancora”[88].

L’offensiva monarchica obbliga i capi della rivoluzione ungherese a trovare soluzioni per salvare la rivoluzione ungherese minacciata dall’intervento militare russo-austriaco. L’azione è svolta su due piani complementari: quello politico - per la riconciliazione degli ungheresi con gli slavi ed i romeni; quello militare - organizzare legioni polacche, romene, italiane guidate da ufficiali polacchi, nell’ambito dell’esercito ungherese.

Nel periodo marzo - maggio 1849 a Parigi avviene l’incontro presso le residenze di Adam Mickiewicz e Adam Czartoryski frequentate da: Niccolò Tommaseo - rappresentante della Repubblica veneziana, Ludovico Frappoli - milanese, Ladislao Teleki - rappresentante del governo ungherese in Francia, Szavardy - segretario della legazione ungherese a Parigi, A. T. Brlic- inviato del barone Jelaciç presso Lodovico-Napoleone[89], i romeni Al. G. Golescu, C. A. Rosetti, i fratelli Brătianu.

Il 18 maggio 1849 si svolge una conferenza presso l’Hotel Lambert cui partecipano: Adam Czartoryski, Szavardy, L. Teleki, Pulszki - rappresentante del governo ungherese in Inghilterra, Rieger - deputato ceco nella dieta dell’Impero austriaco. Si è parlato delle possibili concessioni relative ad una pace interna in Ungheria e un’alleanza antiasburgica e antirussa. Il protocollo concluso prevedeva che gli slovacchi della Boemia, Moravia, Silesia, Galizia formassero uno stato federale intorno all’Ungheria, che i serbi della Voivodina, i romeni della

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Transilvania e del Banato avessero autonomia politica e fossero legati alla corona ungherese con rapporti federali; che gli italiani e i tedeschi avessero la libertà di costituirsi in stati nazionali[90].

In base a questo protocollo sarebbero iniziate le trattative tra ungheresi, serbi e croati. In Silesia è mandato Carosini come rappresentante del governo ungherese con il compito di placare le controversie, di stabilire rapporti diplomatici e di impedire l’arruolamento dei serbi nell’esercito imperiale austriaco[91]. I contatti croato-ungheresi sono stati iniziati da Gyula Andrassy e Dragailo Kusljan - rappresentante dell’ala sinistra del movimento croato. Benché si fosse concluso un accordo nel giugno 1849 a Belgrado, questo non è stato applicato[92]. I croati, insieme ai cechi, volevano il mantenimento dell’impero asburgico su base federali per la conservazione del parlamento slavo rispetto a quello austro-tedesco e ungherese.[93]

Una parte dei dirigenti ungheresi si pronunciavano per la confederazione dei popoli esistenti nell’impero austriaco in base all’uguaglianza dei diritti nazionali. L. Teleki scriveva a L. Kossuth il 14 maggio 1849 da Parigi: “Non solo l’Austria è morta, ma anche l’Ungheria di Santo Stefano. Liberté, égalité, fraternité - da sole non soddisfano più i popoli. Essi vogliono vivere la loro vita nazionale.  Tanto più daranno alle nazionalità, tanto meno daranno all’Austria e all’assolutismo”[94]. Sulla stessa linea si collocano anche i dirigenti ungheresi: C. Batthyany - il quale considerava la confederazione danubiana il solo mezzo per possedere le foci del Danubio sul Mar Nero - Szemere Bertalan, Szavardy. Quest’ultimo aveva concentrato il suo punto di vista fin dal 9 marzo 1849 in una lettera indirizzata al conte Zamoyski: “ la monarchia formerà una confederazione e i suoi membri vedranno garantiti i loro diritti”[95].

I rivoluzionari valacchi che si trovavano a Vienna, Parigi, Costantinopoli si impegneranno in progetti confederativi, spinti dall’intesa russo-romena, sancita a Balta Liman, sentendosi traditi dall’indifferenza della Francia e dell’Inghilterra[96]. Fin dal 4 marzo, G. Magheru proponeva a L. Kossuth un’alleanza romeno-ungherese contro il pericolo panslavista. “I popoli ungherese e romeno sono gli unici dell’oriente che, strettamente uniti in un’alleanza federativa offensiva e difensiva possono costituire una barriera insormontabile per gli slavi del Nord”[97]. A Parigi, Al. G. Golescu, I. Brătianu, I. Voinescu erano in stretti rapporti con L.

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Teleki[98], i primi due essendo anche redattori presso la pubblicazione di A. Mickiewicz - La Tribune des Peuples[99]. A Costantinopoli, Ion Ghica accanto ai rappresentanti dell’emigrazione polacca e a Tecco, agisce per la costituzione dell’alleanza progettata a Parigi. Tramite C. I. Florescu, informa Avram Iancu “che oggi, noi romeni della Valacchia, Moldavia, Bessarabia, ungheresi e tutta la Polonia con l’Ungheria siamo uniti tutti insieme, ci siamo uniti perché era questo il desiderio dell’intera Europa…”[100]. Sulla possibilità di attuare la confederazione, Ion Ghica parla con il barone Spleny - mandato da Kossuth a Costantinopoli insieme al maggiore Brown[101] - e con Sefels de Soltenhoff - rappresentannte del principe Czartoryski[102].

Il protocollo di Parigi sarà la base delle discussioni tra N. Bălcescu e C. Bolliac e le autorità ungheresi nei mesi maggio - luglio 1849 a Pesta, Debrecin. Ion Ghica consigliava Nicola Bălcescu di ricevere il protocollo “come una specie di obbligo del governo ungherese nei confronti della nazione romena”, e continuava: “sono del parere che dobbiamo lavorare per la confederazione tra Ungheria, Grande Valacchia, Piccola Valacchia, Banato e Transilvania… e che possiamo convincere il sultano ad acconsentire a condizione che riceva la Crimea”[103]. Gli inviati romeni discutono con i generali Perczel[104] e L. Bem[105], con i ministri Szemere e Batthyany[106], con L. Kossuth[107], essendo sostenuti dai rappresentanti del principe Czartoryski, il generale Henrik Dembinski ed il conte Ladislao Bystrzonowski; gli ultimi due condizionavano l’aiuto militare ungherese dal riconoscimento delle nazionalità slava e romena[108].

Sulle trattative tra romeni, ungheresi e polacchi è informato Carosini, che si trovava in Serbia nel giugno 1849. “A parte i polacchi, ci sono anche agenti dell’emigrazione valacca o romena, come si chiama. C’è un tale Bălcescu, che sembra essere un uomo di mondo. E’ mandato dal capo dell’emigrazione di

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Costantinopoli, Ion Ghica. Vogliono anche loro riunirsi insieme con noi in una confederazione”[109].

I negoziati di Debrecin sono doppiati sul piano militare dalla resistenza del generale Iosif Bem in Transilvania davanti alle truppe russe, dai tentativi falliti di attrarre Avram Iancu in una collaborazione romeno-ungherese[110].Contemporaneamente è progettata una diversione ungherese-veneziana nell’Adriatico preparata dagli inviati di L. Kossuth: Horthy (Roma), Bratich (Venezia), Brown (Torino) [111].

In base alla convenzione tra il governo rivoluzionario ungherese e Daniele Manin del 31 maggio/1 giugno 1849, L. Kossuth doveva passare con l’esercito per Fiume e Trieste e liberare Venezia[112]. In aiuto delle truppe ungheresi si prova e, parzialmente, si riesce a costituire le legioni polacche, italiane e romene.

Ion Ghica otteneva l’accordo dell’ambasciatore Sir Stratford Canning e del governo ottomano per la formazione di una legione romena. Si è deciso che i volontari partissero per l’Ungheria in piccoli gruppi a dieci giorni di distanza l’uno dall’altro. Il primo gruppo era formato da Nicola Bèlcescu, Ion Bălăceanu, l’ufficiale Alessandro Monti, il marchese Migliorati, il conte polacco Ilinski diventato Skinder - pascià, capo della spedizione. Hanno lasciato Costantinopoli all’inizio di aprile 1849, sono passati per Belgrado dove hanno incontrato Manu, Dullie, Costiescu e poi attraverso il Banato sono arrivati in Ungheria; I. Bălăceanu resterà accanto a Bem, come segretario, occupandosi dalla corrispondenza in francese tra il generale polacco e Kossuth; Manu, Duilie, Costiescu si fermano a Sibiu, dove aspettavano la formazione della legione romena[113].

I rapporti di Romualdo Tecco da Costantinopoli indirizzati a Gioberti e al suo successore, Gabriel de Launay nel periodo marzo - maggio 1849 sono una fonte inedita, che aiuta a comprendere la missione del conte Al. Monti e del suo accompagnatore Migliorati, addetto presso la legazione sarda nella capitale della Turchia.

Incaricato da Gioberti, alla fine dell’anno 1848, della propaganda tra gli slavi meridionali per la realizzazione di un’alleanza italo-slavo-ungherese, Monti fa due tentativi di passare il Danubio alla fine di febbraio 1849. Nell’ultimo viene fatto prigioniero dei russi a Craiova, ma viene liberato perché la sua identificazione non è stata possibile[114]. Nell’aprile 1849, sarebbe partito insieme al gruppo romeno-polacco da Costantinopoli verso l’Ungheria.

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Secondo i rapporti di Tecco, Monti e il suo addetto partono per l’Ungheria con il consenso dell’impero ottomano. All’inizio, anche Ali pascià acconsente. “Il signor Monti, accompagnato da Migliorati sarebbe partite sabato, con una nave fino a Salonicco, con un ordine per il pascià di quella città per agevolargli la strada fino a Vidino sul Danubio, essendo anche il portatore di una lettera del visìr per il governatore di quella città[115]. Credendo alla possibilità di una nuova campagna anti-austriaca iniziata dal Piemonte, alle vittorie dell’esercito ungherese in Transilvania contro le truppe russe, le autorità ottomane ed il rappresentante della Sardegna progettavano una quadruplice alleanza tra italiani, turchi, slavi e ungheresi. L’appoggio ottomano sarebbe stato però ritirato dopo la firma della convenzione di Balta Liman.

Da Vidino, Monti sarebbe passato per Negotin dove avrebbe incontrato i membri del governo serbo e Marcello Cerutti, il console sardo a Belgrado, Romualdo Tecco, non nascondeva la sua preoccupazione davanti all’atteggiamento dei serbi, che avevano chiamato nel Banato le truppe russe della Valacchia, “situazione gravissima per i due emissari italiani”[116].

Se il rappresentante della Sardegna lamenta la mancanza di informazioni sulla sorte della spedizione, la corrispondenza tra Nicola Bălcescu e Ion Ghica fa luce su questo aspetto. Arrivati a Negotin il 12/24 aprile 1849, sono costretti ad aspettare per qualche giorno notizie da Belgrado. Monti progettava di passare in Valacchia attraverso Calafat[117]. E’ però costretto a modificare il tragitto stabilito insieme a Tecco a Costantinopoli, a causa della presenza massiccia dell’esercito russo nel Banato e, insieme agli altri membri della spedizione sarebbe andato a Belgrado e poi a Panciova. Da qui, nella prima metà del mese di maggio 1849 sarebbe partito a Debrecen e Pesta, sulle tracce del governo ungherese[118].

A. Monti continua la sua missione in Ungheria, anche se dopo la battaglia di Novara, il nuovo premier, Gabriel de Launay ha una nuova visione sulla politica del regno sardo rispetto alla rivoluzione ungherese e comunica a Tecco l’ordine di richiamo dei due emissari italiani[119]. L’atteggiamento di A. Monti verso la sua nuova condizione risulta dalla corrispondenza - 40 lettere - con Marcello Cerutti. E’ deciso a costituire la legione italiana e chiede al console di Belgrado di iniziare la prassi affinché sia nominato agente segreto presso il governo ungherese, senza alcuna pretesa materiale. E’ impressionato ed entusiasta dalla lotta degli ungheresi

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per la libertà ed afferma che intende arruolarsi nell’esercito rivoluzionario se il governo di Torino avesse tradito la causa delle nazionalità[120].

Nonostante le difficoltà finanziarie, la legione italiana esiste dal 1 giugno 1849, facendosi notare nelle lotte intorno a Timiòoara[121]. Dopo la capitolazione di Siria si sarebbe ritrato a Vidino. Il 4 marzo 1850, i legionari italiani sbarcano a Cagliari, dove sarebbero stati ricevuti dal generale Alberto de La Marmora[122].

Meno fortunati degli italiani, gli emissari dell’emigrazione romena in Ungheria non sono riusciti a costituire una legione anche se avevano l’accordo del governo ungherese. Il tentativo di Nicola Bălcescu era doppiato da quello di Ion Ghica. Quest’ultimo stipula un contratto con Adam Czartoryski, secondo il quale tre ufficiali polacchi Iakobonski, Solokonski e Wysoski, avrebbero assunto volontari romeni[123].

La rinascita nazionale e politica della Romania e dell’Italia conosce entra in una nuova epoca con le rivoluzioni del 1848-1849 - quella della costituzione degli stati nazionali.

L’iniziativa del primo contatto politico spetta al Regno del Piemonte, l’unico stato italiano che abbia avuto una politica ufficiale central-europea durante la rivoluzione. Nei progetti del governo di Torino il posto principale era occupato dagli ungheresi e dai polacchi grazie al loro atteggiamento antiasburgico e alla loro buona preparazione militare. Gli slavi ed i romeni occupavano il secondo posto, cercando di evitare eventuali complicazioni russo-turche nei Balcani e alle foci del Danubio. Eppure lo spazio romeno è percepito dall’élite politica piemontese in un duplice aspetto: possibile compensazione territoriale per l’Austria in cambio della regione lombardo-veneta o partner in un’ampia coalizione antiasburgica. Anche se si punta sull’appoggio militare ungherese, nella stampa e nel parlamento di Torino si discute liberamente, specialmente sotto il governo Gioberti, del problema delle nazionalità dell’impero asburgico, che Camillo Benso di Cavour riassume nel sintagma “guerra delle razze”.

I capi della rivoluzione in Valacchia, dopo settembre 1848 agiscono nell’emigrazione dove si impegnano nell’elaborazione dei progetti di confederazione dell’Europa centro-orientale, sperano in un’analisi congiunta del

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problema romeno e di quello italiano in una conferenza europea in ottobre-novembre 1848 e, dalla primavera del 1849, insieme agli italiani e ai polacchi, tentano di salvare la rivoluzione ungherese. Anche se i dirigenti romeni non sono stati direttamente in contatto con i governi italiani durante la rivoluzione, hanno i loro rappresentanti a Costantinopoli e Parigi, il rapporto diretto essendo supplito anche dall’emigrazione polacca, vera lega delle rivoluzioni europee.

 

 

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[1] Il 16 giugno 1846 il vescovo di Spoleto e Imola, Giovanni Maria Mastai Ferretti viene eletto papa  Pio IX, iniziatore delle riforme liberali nello Stato pontificio: amnistia dei detenuti politici, libertà della stampa ecc; nell’agosto 1849 Venezia si arrende.

[2] Cesare BALBO in Speranze d’Italia vede in Carlo Alberto la spada d’Italia nella lotta contro l’Austria, rafforza le posizioni degli sostenitori del “mito sabaudo”, secondo il quale il Risorgimento è legato alla storia del Piemonte. Vedi Luigi SALVATORELLI, Pensiero ed azione del Risorgimento, Torino, 1943: 40.

[3] Saverio CILIBRIZZI, Storia parlamentare, politica e diplomatica d’Italia 1848-1909, Milano, 1923: 73.

[4] A Milano, il governo provvisorio viene creato il 22 marzo 1848. I dibattiti circa i rapporti con il Piemonte suscitano opinioni diverse: sia la richiesta dell’intervento francese per la liberazione dell’Italia da parte sia di Carlo Alberto che degli austriaci, sia l’unione con il Piemonte e la costituzione di uno stato libero. Ha vinto il secondo gruppo, “votiamo subito l’unione delle provincie lombarde con gli stati sardi tanto più che, in questi stati e in altri che  vi si uniranno, verrà convocata un’assemblea costituante, che discuta e stabilisca le basi e la forma di una nuova monarchia costituzionale con la dinastia di Savoia”. Leopoldo MARCHETTI, 1848. Il governo provvisorio della Lombardia, 1948: 22-25. A Venezia, dopo la proclamazione della repubblica il 18 marzo 1848, esistevano due opinioni: sia l’unione con la Lombardia ed il Piemonte, sia la costituzione di un regno lombardo-veneto con l’arciduca Rainier, indipendente dall’Austria. Vedi Jacques GADECHOT, Les révolutions de 1848, Parigi, 1971: 120.

[5] Dopo la partenza del Gran Duca Leopoldo II a Gaeta nel gennaio 1849, l’assemblea dei deputati elegge un triumvirato  guidato da Guerazzi, Montanelli e Mazzoni; in febbraio si esprime il desiderio di “unione con la Repubblica romana”. Vedi Giuseppe BEGHELLI, La repubblica romana del 1848, Lodi, 1874, vol. I: 175.

[6] Nel 1843 esce a Bruxelles il lavoro Del primato morale e civile degli italiani, dedicato a Silvio Pellico, che sostiene l’idea della federazione diretta dal papa.

[7] Consigliato dal monsignor Corbuli-Bussi, Pio IX prova a realizzare una lega doganale italiana. Fallisce a causa del rifiuto del duca di Modena e di Carlo Alberto. Vedi Jacques GODECHOT, op. cit.: 210.

[8] Romeo ROSARIO, Cavour e il suo tempo, Vol. II, Bari, 1984: 315.

 

9 Angelo TAMBORRA, “Mazzini e l’Europa orientale”, Il Veltro, Roma, 1973, agosto-dicembre: 578-579.

10 Ştefan DELUREANU, “I romeni nel pensiero e nei programmi d’azione di Mazzini”, Revue Roumaine d’histoire, 24 (1985), n. 4, Bucarest: 323-324.

11 Giuseppe PIERAZZI, “Studi sui rapporti italo-iugoslavi 1848-1849”, Archivio storico italiano, 130 (1972), n. 2: 182.

12 Angelo TAMBORRA, Cavour e i Balcani, Torino, 1954: 351.

13 Lorenzo VALERIO, Carteggio 1835-1841, vol. 1, Torino, 1991: 130-145.

14 Giuseppe PIERAZZI, “Mazzini e gli slavi dell’Austria e della Turchia”, in Atti del XLIV Congresso del Risorgimento, Genova, 1972: 315-316.

15 Saverio CILIBRIZZI, op. cit., vol. I: 85-86.

16 Angelo TAMBORRA, Iosef Vaclav Fric e l’Italia, Roma, 1993: 36-37.

17 Idem, Cavour e i Balcani: 90.

18 Ibidem: 82.

19 Giuseppe PIERAZZI, op. cit.: 321.

20 Jacques DROZ, “Il parlamento di Francoforte ed il problema nazionale”, in Atti del XLVI Congresso del Risorgimento: 209.

21 G. PIERAZZI, Studi sui rapporti italo-iugoslavi 1848-1849: 163

22 Angelo TAMBORRA, Cavour e i Balcani: 73.

23 Guido QUAZZA, “La politica orientale balcanica del regno sardo nel 1848-1849 da documenti inediti”, Rassegna storica del risorgimento, Roma, 34 (1948): 152.

24 Archivi nazionali storici centrali (A.N.I.C.), Bucarest, microfilm Fondo vaticano, rullo 9, c. 90.

25 Ibidem, c. 104.

26 Ibidem, c. 101-102.

27 Si prevedeva che in caso di guerra con l’Austria, le truppe ungheresi dell’esercito imperiale fossero smobilitate; si garantiva alla nazione ungherese il possesso del territorio marittimo della Dalmazia; dopo la fine della guerra, il Piemonte doveva appoggiare l’Ungheria contro il panslavismo. Vedi Guido QUAZZA, op. cit.: 152-153.

28 A. CRETZIANU, Din arhiva lui Dimitrie Brătianu. Acte şi scrisori din perioada 1840-1870, vol. I, Bucarest, 1933: 19-20.

29 Anul revoluţionar 1848 în Principatele române, vol. I, Bucarest, 1902: 139-140.

30 Una caratteristica della politica dell’emigrazione polacca è stata l’alleanza franco-ottomana contro l’Austria e la Russia. A Costantinopoli esisteva fin dal 1845 un’Agenzia diretta da Michail Czaikowski con filiali a Belgrado, Bucarest, Tirnovo, Iasi. Grazie alla sua amicizia con Cintrat, direttore politico degli affari esteri nell’ambito del Ministero degli Esteri della Francia, gli suggerisce la nominazione del generale Aupick come ambasciatore a Costantinopoli. Vedi Marcel HANDELSMAN, Czartoyski, Nicolas I et la question du Proche Orient, Parigi, 1934: 97.

31 Ibidem, p. 38.

32 C.Bodea, Lupta românilor  pentru unitate naţională 1834-1849, Bucarest, 1967: 38.

33 Stanislao LUKASIK, “Relaţiunile lui Michail Czaikowski-Sadyk paşa cu românii”, Revista istorică română, vol. II, fascicoli II-III: 245.

34 Ion GHICA, “Amintiri din exilul după 1848”, in idem, Opere, vol. III, Bucarest, 1973.

35 Marcel HANDELSMAN, op. cit.: 93.

36 A. G. GOLESCU, Note sul 1848, Biblioteca Nazionale, fondo St. Georges, PXLII/3: 84-85; vedi anche Dan BERINDEI, “Nicolae Bălcescu şi proiectele confederative în Europa centrală şi de sud-est”, in Caiete Bălcescu, 1986, nn. 11-12: 19.

37 Anul revoluţionar 1848 în Principatele române, vol. I: 638-640.

38 Ion GHICA, op. cit.: 157.

39 A. I. GOLESCU, op.cit.: 84-85.

40 Anul revoluţionar…, vol. I: 645-646.

 

41 Marcel HANDELSMAN, op. cit..: 98-99.

42 Ibidem: 108.

43 Angelo TAMBORRA, Cavour e i Balcani: 83.

44 Vedi la lettera del 22 aprile 1848 di Ladislao Bystrzonowski per Nicola Balcescu, Anul revoluţionar…, vol. I: 347-348.

45 Ibidem: 420.

46 Marcel HANDELSMAN, op. cit.: 102; vedi anche A. MARCU, Conspiratori şi conspiraţii în epoca renaşterii politice a României, 1848-1878, Bucarest, 1930: 18.

47 A. CSETRI, “Bălcescu şi emigraţia poloneză. Noi contribuţii documentare”, Studia et acta Musei Nicolae Bălcescu, Bălceşti de Topolog, 1969: 93.

48 Traian IONESCU, “La missione di A. G. Golescu a Parigi nel 1848”, Revista de Istorie, 27 (1974), n. 12, Bucarest: 1738.

49 George FOTINO, Din vremea renaşterii naţionale. Boierii Goleşti, vol. I, Bucarest, 1939: 187-191.

50 A. CSETRI, op. cit.: 94-95. Da notare che nell’estate del 1848 non tutti gli ungheresi erano reticenti verso l’idea di una federazione. In questo senso, ricordiamo la lettera del 5 agosto indirizzata da Nicola Kretzulescu ad A. G. Golescu. Kretzulescu aveva parlato in giugno a Parigi con A. Czartorysky. In viaggio verso il suo Paese si è incontrato a Pesta con deputati ungheresi di ritorno da Francoforte, che gli hanno confessato le opinioni antirusse ed il desiderio de fare “una confederazione insieme a noi”. Vedi Anul revoluţionar…, vol. I: 612.

51 Fin dal 5 aprile 1848, Guérault, console di Francia a Iasi scriveva al ministro degli esteri francese Lamartine: “L’Austria cerca nelle province danubiane una compensazione per i suoi possessi italiani”. (vedi Anul revoluţionar…, vol. I: 256). Il 28 aprile, una nota di “Le Siècle” annunciava l’interesse della corte viennese per il movimento che desiderava “chiamare un principe austriaco sul trono di uno stato formato da Moldavia, Valacchia, Bosnia, Bulgaria e Serbia”. (Ibidem: 324).

52 Ion MAIORESCU ad A. G. GOLESCU il 28 settembre 1848, in Anul revoluţionar…, vol. IV: 590: “Qui si dice che la conferenza per l’Italia si terrà o a Munster o a Francoforte.  Metti anche tu nella testa di quel ministro, quello che io ho messo qui. Per prima cosa chiedi l’intervento della Francia, poi diffondi l’idea di mettere la nostra causa con quella italiana e, se la conferenza si dovesse tenere qui o a Munster, vieni subito”.

Ion Ghica, nella lettera indirizzata al Ministro degli Affari Esteri in agosto 1848, notava l’inquietudine della Porta ottomana circa lo scambio progettato”… quest’idea di sistemare i problemi austro-italiani, compensando l’Austria con i principati romeni acquista una certa consistenza nel mondo politico e spaventa la Porta”, Ibidem, vol. IV: 29.

53 Ibidem, vol. IV: 277.

54 Ibidem: 280

55 I. MAIORESCU ad A. G. GOLESCU, 14 settembre 1848, Anul revoluţionar…, vol. IV: 358.

56 Idem, 16 settembre 1848, in op. cit.: 398.

57 Anul revoluţionar…, vol. V: 28-29.

58 Ibidem, vol. V: 663.

59 La posizione dei dirigenti transilvani verso Vienna è chiaramente espresso da George Baritiu nell’articolo “Romùnii òi reacàia despoticè”, apparso in Gazeta de Transilvania, n. 85 del 18 ottobre 1848. “Ci è gradita la costituzione austriaca, che è monarco-dispotica perché ha una sola camera e ha il voto universale, la libertà della stampa… noi vogliamo la monarchia austriaca perché così siamo al riparo sia dalle pretese tiranniche dell’aristocrazia ungherese, sia dal panslavismo”. Vedi C. BODEA, op. cit., vol. II: 937-939.

60 C. BODEA, 1848 la români, vol. II, Bucarest, 1998: 910-911.

61 ANIC, microfilm, fondo Vaticano, rullo  9, c. 153.

62 Liviu MAIOR, 1848-1849, Românii şi ungurii, Bucarest, 1989: 254.

63 ANIC, microfilm, fondo Vaticano, rullo 9, c. 138.

64 Idem, c. 157.

65 Idem, c. 161.

66 Idem, c. 147.

67 Idem, c. 157.

68 Saverio CILIBRIZZI, op. cit., vol. I: 96.

69A. MARCU, op. cit.: 145.

70 Saverio CILIBRIZZI, op. cit.: 101.

71 Ion GHICA, op. cit.: 168.

72 Angelo TAMBORRA, op. cit.: 353-354.

73 Giuseppe PIERAZZI, Studi sui rapporti italo-iugoslavi 1848-1849: 225-226.

74 Gioberti consiglia A. Monti di trattare con delicatezza il conflitto romeno-ungherese, ricordando alle popolazioni valacche la loro origine latina, per non provocare reazioni da parte dei turchi e dei russi. Vedi Guido QUAZZO, La politica orientale e balcanica del Regno Sardo nel 1848-1849: 159.

75 G. PIERAZZI, op. cit.: 225.

76 A. TAMBORRA, op. cit.: 354.

77 Lo Statuto della Società per l’alleanza italo-slava in BAR, Archivio Ion Ghica, cartella II: 47-48.

78 G. PIERAZZI, “Mazzini e gli slavi dell’Austria e della Turchia”, in Atti del XLIV Congresso del Risorgimento, Genova, 1972: 315-316.

79 Anastasie IORDACHE, “Din memoriile generalului Henryk Dembinski. Despre relaţiile dintre români şi unguri la 1848”, Revista istorică, 3 (1993), nn. 11-12.

80 Ségur à Drouyn de Lhuys, Bucarest, 24 gennaio 1849 in HURMUZACHI, Documente privitoare la istoria românilor. Corespondenţa diplomatică de rapoarte consulare franceze, 1847-1841, vol. 18, Bucarest, 1916: 108.

81 A. MARCU, op. cit.: 14.

82 ANIC, fondo microfilm Italia, rullo 9, c. 61.

83 Ion GHICA ad A. G. GOLESCU, 6 gennaio 1849, in Opere, vol. VI: 33.

84 Ion GHICA a N. BăLCESCU, 10 gennaio 1849, in BAR, Corrispondenza Ion Ghica, S 34 (1)/ DCXII.

85 Ion GHICA, Amintiri din pribegia de la 1848: 71.

86 A. G. GOLESCU a Ion GHICA, Parigi, 17 marzo 1849, in BAR, Corrispondenza A. G. Golescu, S 24(4)/ DCXV.

87 M. KOGăLNICEANU, Scrisori din 1834-1849 (a cura di P. V. Haneş), Bucarest, 1913: 213.

88 Ştefan GOLESCU a Dimitrie BRăTIANU, Parigi, 8 aprile 1849, in A. CRETZIANU, Din arhiva lui D. Brătianu, vol. I, Bucarest, 1933: 207-208.

89 N. P. SMOCHINă, Les émigrés roumains à Paris, 1850-1856, Parigi, 1933: 11.

 

90 G. PIERAZZI, Studi sui rapporti italo-iugoslavi, 1848-1849: 240.

91 Casimir BATTHYANY, “Des instructions pour Mr Carosini pour sa mission en Serbie”, ANIC, fondo microfilm Italia, rullo 26, c. 242-246.

92 A. CSETRI, “Bălcescu şi emigraţia poloneză”, Studia et acta Musei Nicolae Bălcescu, 1969: 96.

93 A. TAMBORRA, Progetti e idee per una confederazione danubiano-balcanica, Torino, 1954: 356.

94 A. CSETRI, op. cit.: 99.

95 Biblioteca Nazionale, fondo St. Georges, PXLII/3, copia, con annotazioni di A. G. Golescu.

96 Nella risposta alla mozione del 10 marzo 1849 deposta dal lord Dudley Stuart alla Camera dei Comuni, il lord Palmestror non disapprova l’intervento russo nei Principati. Non lo riteneva pericoloso, nel senso di renderlo permanente e non credeva che avrebbe danneggiato l’integrità dell’impero ottomano. Vedi Anul revoluţionar…, vol. VI, Bucarest, 1910: 147-150.

97 C. BODEA, op. cit., vol. II: 1072-1076.

98 A. CSETRI, op. cit.: 98.

99 M. HANDELSMAN, op. cit.: 110.

100 Horia NESTORESCU BăLCEşTI, “Revoluţia şi emigraţia română de la 1848 în documente inedite”, Caietele Bălcescu, 1986, nn. 11-12: 300.

101 G. ZANE, Ion Ghica către Nicolae Bălcescu. Scrisori inedite din vremea pribegiei, Bucarest, 1943: 49-50.

102 BAR, archivio Ion Ghica, A. 3126.

103 G. ZANE, op. cit.: 591.

104 N. BăLCESCU a Ion GHICA, Panciovo, 12 maggio 1849, in Corespondenţa, vol. IV, Bucarest, 1964: 166.

105 Idem, Mehadia, 8/20 maggio 1849 in Ibidem: 173

106 N. BăLCESCU a Ion GHICA in Ibidem: 180.

107 N. BăLCESCU a Ion GHICA, Debrecin, 17/29 maggio 1849, in Ibidem: 176.

108 Idem, Pesta 29 giugno 1849, Ibidem: 198.

109 C. BATTHYANY a CAROSINI, 6 giugno 1849, ANIC, microfilm fondo Italia, doc. 26, c. 244-245.

110 S. DRAGOMIR, Studii privind istoria revoluţiei romùne de la 1848, Cluj, 1988: 178-181.

111 Attilio DEPOLI, “Piemonte, magiari e slavi dopo i moti di Vienna”, in Atti del XXXV Congresso del Risorgimento: 205.

112 Idem, “L’ultima missione diplomatica di Tommaso Gar”, in Italia del Risorgimento e mondo danubiano-balcanico: 62-64.

113 I. BăLăCEANU, Souvenirs politiques et diplomatiques 1848-1903, BAR, Archivio Ion Bălăceanu, mss. 1: 20-21.

114 G. PIERAZZI, Studi sui rapporti italo-iugoslavi, 1848-1849: 226-227.

115 R. TECCO al MAE di Torino, Archivi dello Stato di Torino in Lettere Ministri, Porta Ottomana, cartella 19. Materiale inedito, generosamente donato dal prof. Ştefan DELUREANU.

116 Ibidem.

117 N. BăLCESCU, Opere, vol. IV: 155.

118 Ibidem: 166.

119 R. TECCO a Gabriel de LAUNAY, A.S.T., in Lettere Ministri. Porta ottomana, cartella 19.

120 Pasquale FORNARO, “Testimonianze italiane nella rivoluzione ungherese del 1848-1849”, Rassegna storica del Risorgimento, numero speciale dedicato all’incontro italo-magiaro di Roma, marzo 1998, Roma, 1999: 95.

121 A. MARCU, O legiune italiană în Transilvania în 1849, Cluj, 1935: 18.

122 G. PIERAZZI, op. cit.: 164.

123 Il contratto stipulato in data 1 luglio 1849 recitava: Iakobonski ha servito in Italia nella legione polono-lombarda nel 1848; Solakonski è stato luogotenente nella legione polacco-lombarda nella campagna in Italia; Wyseski sottotenente di artiglieria a Venezia - BAR, Archivio N. Bălcescu, mss. 131: 296.